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Il triste anniversario

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Carlo Bertani

Le bandiere, che il Comune ha fatto infiggere in ogni dove, sono immobili come l’aria che le circonda: piove, tutto è zuppo di un’acquerugiola fastidiosa, la Bormida s’accascia lentamente, ma inesorabilmente, nelle aree di barena, ed il mio umore ne risente.

Riesco appena a scorgere quelle bandiere, dai finestrini appannati dell’auto, e le interrogo: siamo tristi – rispondono – l’acqua non ci perdona e c’inzuppa, gli operai del Comune sono infastiditi dall’incombenza in più e quasi ci odiano, la gente c’osserva frettolosa ma quasi non ci nota, qualcuno non ci vorrebbe e – se potesse – ci sputerebbe pure.

Perché dobbiamo star qui, ad afflosciarci – inutili – mentre il cielo non concede venia e nessuno verrà, domani, alla commemorazione?

Quante domande, bandiere mie: sono troppo piccolo per rispondervi, troppo giovane per aver visto e troppo vecchio per illudermi.

Posso, però, raccontarvi delle vostre nonne, delle bandiere che garrivano al vento in un altro anniversario, quello del 1961: era il centenario!

Vi piacerebbe ascoltarmi?

Dai, racconta, che tanto qui fa solo freddo e ci si bagna. Inutilmente.

Avevo dieci anni ed i calzoni corti, al ginocchio, quelli "belli", di lana, con tre bottoni cuciti a lato: erano proprio eleganti. Col mio papà alla guida avevamo preso l’autostrada per Torino: soli, io e lui, perché il mio fratellino era ancora troppo piccolo per venire con noi e la mamma era rimasta a casa, ad accudirlo ed riposarsi un po’, dal lavoro e dalle fatiche della casa.

L’autostrada era bella, dai finestrini della "Millecento", e il mio papà ogni tanto sorpassava, metteva la freccia e sorpassava le "Seicento", per far vedere che lui aveva la Millecento. Cosa volete: era fatto così.

Terminata l’autostrada, eravamo sfilati per tutto Corso Giulio Cesare, ed avevo abbassato il finestrino: era proprio una bella giornata di sole!

Finalmente, dopo aver superato mille semafori e tante giaculatorie, rivolte ai passanti che attraversavano incuranti delle strisce pedonali, in lontananza cominciò ad apparire "Italia ‘61", la grande mostra per il centenario.

Sapeste che bella figura facevano le vostre nonne!

Erano tutte bellissime e pulite: leggere, accarezzavano il vento e dappertutto regalavano colore, sensazione di festa, con le prime gemme degli alberi a fare da coro.

Posteggiammo l’auto distante dalla mostra, perché non si doveva arrivare con l’auto, no: avremmo perso la prima meraviglia della festa.

Salimmo, così, una scala e…stupore! In alto, quasi sopra le fronde degli alberi, c’era un treno!

Era la famosa monorotaia.

A dire il vero, ricordo poco di quel breve tragitto: era così veloce!

In ogni modo, fu meraviglioso attraversare un laghetto con quel treno sospeso nell’aria, perché lo spettacolo era meraviglioso.

C’erano due grandi palazzi: uno cubico, in fondo, e l’altro strano: lo chiamavano "Palazzo della Vela" perché era tutto sghimbescio…come sarebbe stato difficile disegnarlo, se me l’avessero chiesto a scuola!

C’erano poi 19 – dico, diciannove! – villette che rappresentavano le Regioni d’Italia e, dentro ad ognuna, una mostra delle particolarità, delle differenze, delle ricchezze, delle meraviglie che componevano quel grande mosaico chiamato Italia.

Ne visitammo qualcuna e vidi così degli animali strani – i bufali – che erano nella villetta della Campania – erano solo fotografie, mica erano veri! – però io non sapevo che in Italia vivevano i bufali, ero convinto che fossero solo in Africa!

Sarebbe lungo raccontavi tutto quel che vidi, perché c’era così tanto…di tutto! Le vette delle Alpi ed il mare infinito, che avevo visto solo due volte, a Genova, dove avevo persino visitato una nave da guerra, ero stato proprio accanto a quei cannoni smisurati!

La gente era felice, si vedeva: compravano noccioline e gelati, panini e bibite e non mancavano d’acquistare i pacchettini di becchime da dare ai piccioni. Fu proprio una gran giornata: solo che, al ritorno, ero così stanco che m’addormentai sulla Millecento e, giunto a casa, papà dovette portarmi in braccio fino al letto.

Com’è successo che, il mattino dopo, non avevo più addosso i miei bei pantaloni, ma solo il pigiama?

Sono arrivato a casa, bandire mie: spero d’avervi consolato almeno un poco, perché a stare appese con quest’acqua ingiuriosa, con quest’indifferenza attorno, verrebbe da intristirsi a tutti.

Adesso che ho richiuso alle mie spalle il portone, e non potete sentirmi, verrebbe a me da piangere.

Non si può celebrare un 150esimo anniversario quando, prima, non s’è fatto nulla per costruirlo, per renderlo qualcosa da ricordare.

In questi 50 anni ho rivisto quel palazzo della Vela abbandonato, coi vetri rotti, solo illuminato dai fuochi delle prostitute: poi parzialmente ristrutturato, poi nuovamente abbandonato, poi ristrutturato…e la monorotaia?

Qual treno, dov’è finito?

Doveva continuare, entrare nel cuore pulsante di Torino e correre, ovunque: perché? Anni dopo, quando ero studente a Torino, ancora lo cercavo ma non c’era più. Prendevo il tram per andare in facoltà: chiudevo gli occhi e mi ritrovavo nel sole, sulla monorotaia, con papà al fianco.

No, bandiere mie, sarebbe meglio compiere un atto di consapevolezza e celebrare la Giornata del Fallimento, della Discordia, del Dolore per quanto non siamo stati in grado di fare in questi 50 anni. E, soprattutto, per quel che abbiamo fatto.

A risentirci per il 200esimo, quando sarò più libero: sarò vento, e passerò a salutare le vostre nipoti.

Carlo  Bertani http://www.carlobertani.it/   http://carlobertani.blogspot.com/