Home Rubriche Claudio Messori L’Uomo tra la Terra e il Cielo

L’Uomo tra la Terra e il Cielo

285
0

Claudio Messori

tratto da "Il sole e la luna. Sulla natura dei simboli e della mente umana

c.  L’Uomo tra la Terra e il Cielo

Significato dopo significato, verbo dopo verbo, il fuoco vivificante dell’irrazionalismo simbologico viene domato e sottomesso — nel processo di rimozione — alla funzione ordinatrice del razionalismo e del sentimentalismo ideologico e tecnologico — l’ideologia e la tecnologia laica,  e l’ideologia e la tecnologia religiosa hanno radici comuni –,  che prende a fare e a disfare un soggetto dominante dopo l’altro, designandolo ora nelle vesti di un dio, ora in quelle di un faraone o di un monarca, per molti sarà il mercato finanziario, per altri l’amore, ieri poteva essere la palla di un cannone, domani potrà essere il sesso virtuale, oggi è tutto e niente.

L’essere umano è un animale notoriamente intelligente ma non di meno stupido — spesso il ritornello errare umano est è un luogo comune che ha il sapore dell’alibi –, anche per questo è un animale equivoco. Gli esempi della sua intelligenza sono innumerevoli almeno quanto quelli della sua proverbiale coercizione a ripetere, inutile farne un elenco per vedere da che parte penda la bilancia, il risultato sarà sempre equivoco.

Rimane l’antinomia ideasegno-simbolo a fare da sfondo al carosello umano. A differenza dell’ideasegno, la cui funzione è circoscrivere e definire, differenziare la realtà nella attribuzione di significati distinti — ricavare una relazione di contiguità da una relazione di continuità, estrarre manufatti dall’oggetto grezzo –, il simbolo rimanda ad un contenuto psichico indeterminato e indifferenziato in cui prevale l’ambivalenza e l’eccedenza di senso. Psichicamente, ideasegno e simbolo coesistono ma rispondono a leggi completamente diverse e indicano approcci relazionali e comportamentali diversi: il primo è destinato a tracciare dei confini, il secondo a trascenderli.

Sta di fatto che oltre due milioni di anni di preistoria umana non sono trascorsi nell’attesa che la bacchetta magica del razionalismo sentimentale e ideologico di Homo sapiens et faber trasformasse uomini-bestie — dediti al sacrificio carnale –-,  in uomini-umani — dediti al sacrificio orale –.  Paradossalmente, nella tensione psichica creata dalla contrapposizione tra le verità degli uni e le verità degli altri o, ma è la stessa cosa, tra la verità di prima e la verità di adesso, in nome del sacrificio orale — e qui l’efficacia che il nostro processo di civilizzazione attribuisce al trasferimento del rito sacrificale sul piano della metafora[1] appare tutt’altro che scontata –,  nell’arco di poche migliaia di anni di storia documentata è stato mietuto un numero tale di vite umane,  da poter sfamare anche gli appetiti più atavici dell’intera serie generazionale di ‘antropofagi’ che avrebbero popolato il pianeta per oltre due milioni di anni.

Ideasegno o simbolo, razionalismo o irrazionalismo, sentimentalismo o no, il grosso guaio per l’essere umano è che in un battibaleno il fardello della sua equivocità può farlo precipitare dalle stelle alle stalle.  Ironia della sorte ha voluto che madre natura gli fornisse due gambe per camminare senza indicargli da che parte andare.  Niente da eccepire allora sul fatto che di tanto in tanto spunti qualcuno al quale fonte certa abbia rivelato la direzione giusta da seguire[2], l’importante è non perdere il senso dell’umorismo: vi è forse una qualsiasi altra verità sui fini ultimi migliore di quella che oltre ad aiutarci a vivere ci aiuta,  anche,  a riderci sopra?

Accreditando il potere magico della risonanza del simbolo al potere intellettuale e sentimentale del Verbo-Metafora,  il razionalismo ideologico e tecnologico ha progressivamente allontanato i dispensatori di significati e di emozioni dalla certezza dell’esistenza di una inequivocabile relazione gerarchica di continuità tra la Terra e il Cielo, sostituendola con l’incertezza di una realtà fittizia,  fatta e disfatta a immagine e somiglianza dell’idea dominante.  Una realtà sostanziata e regolata nell’ordine dei significati (ciò che è può esserlo solo dopo aver ricevuto la legittimazione del battesimo semantico), dei ruoli (tra ciò che è intercorre una relazione di contiguità lessicale e sintattica), e dei sentimenti (di ciò che è si può dire solo che è piacevole o spiacevole).

L’essenza indescrivibile e insignificante del simbolo mal si presta ad essere inglobata in questa erudita quadratura del cerchio, è giocoforza epurarne la sostanza e rimuoverne l’essenza: nasce una rappresentazione interna della realtà esterna incentrata su ciò che può essere direttamente o indirettamente commestibile, domato e addomesticato dall’Uomo che nomina — tesi –,  in opposizione a ciò che non lo è — antitesi –, il nulla.

La gara che l’uomo moderno supercivilizzato sta disputando è precisamente questa: ricavare profitto proprio dal nulla, trasferendo la relazione col mondo dal piano dell’esperienza al piano dell’apparenza, la metafora della realtà, la realtà virtuale appunto, dove tutto è possibile, programmabile, pianificabile, vendibile.

‘Garbage in, garbage out’ dicono gli anglosassoni. Va da sé che da questa realtà legittimata dai significati,  non si può sperare di cavar fuori qualcosa di molto diverso dal significato che le è stato assegnato. Se questo mondo significa eterno conflitto tra Bene e Male, ecco i depositari del Bene ed ecco i depositari del Male. Se significa peccato originale,  ecco gli untori ed ecco l’innato fardello del senso di colpa. Se significa tutto il mondo è spettacolo, ecco gli attori ed ecco gli spettatori. Se significa il pesce più grande mangia il pesce più piccolo, ecco il più forte ed ecco chi soccombe alla sua prevaricazione. Se significa legittimazione di una autorità costituita, ecco il potere ed ecco la competizione per il potere. Se significa Amore e Felicità, ecco i beati ed ecco gli sfigati. Se significa Civiltà e Progresso, ecco gli interessi ed ecco la conflittualità di interessi. Se significa siamo la reincarnazione delle nostre vite precedenti, ecco l’eredità karmica ed ecco l’eredità mondana. Se significa la società è basata sul lavoro, ecco gli  sfruttati ed ecco gli sfruttatori. Se significa per essere degno di essere preso in considerazione deve servire a qualcosa, ecco il diritto di cittadinanza di ciò che è utile — produttivo — ed ecco la rimozione di ciò che è inutile — improduttivo –.

Una conoscenza (e una coscienza) legiferata sul principio dell’utilità produttiva,  sfama e affama i popoli, costruisce e demolisce palazzi, dà e tolglie benessere, sostituisce l’oggetto con il predicato e la causa con l’effetto, oggi dice di una cosa che è buona, domani della stessa cosa dice che è cattiva. Questo è il mondo quando è retto dalla commestibilità dei significati: Non considerare il sapere come sapere è il colmo. Considerare il non sapere come sapere è una peste. (Tao te ching -cap. LXXI)

Il potere del Verbo-Metafora sigilla il cervello con uno spesso strato di fonemi e cuoce il contenuto psichico a pressione. Le democrazie plasmano modelli, leggi, normative,  regolamenti valvole di sfogo e al grido di ‘gli elettori non sono stupidi’ macinano consensi[3]. I totalitarismi fanno sfoggio di denti e becerità, indossano la divisa del sopruso e dopo un lauto banchetto si ingozzano con gli avanzi. Gli imperialismi attizzano  fuochi qua e la in giro per il mondo,  regolano la temperatura e quando la pentola deve essere rovente la fanno esplodere nel punto giusto al momento giusto, il solito vecchio trucco escogitato per fini tutt’altro che pacifici e disinteressati, oggi ringiovanito nel look dal  tocco magistrale di una avanzata operazione di marketing: i tempi della guerra fredda sono tramontati, si consolida l’era degli interventi umanitari armati[4]. Le monarchie si stringono attorno alle vestigia dei sigilli reali e compiaciute mummificano le glorie degli eletti nel gioco consunto degli scacchi. I sistemi di casta abbassano il fuoco e senza modificare la chimica degli eventi lasciano che chi riceve continui a ricevere e chi non riceve continui a non ricevere. I sistemi comunisti sono sistemi capitalisti dove il capitale anziché essere privatizzato è statalizzato. I sistemi tribali tolgono dove c’è abbondanza e aggiungono dove c’è carenza, accordano la vita della tribù alla sacralità del suo territorio d’appartenenza e dall’esperienza ricavano le leggi della Tradizione. Danno per scontato che queste e quella siano tutto ciò che splende sotto il Sole e qui si sbagliano, finendo prima o poi appesi al collo dei missionari e dei turisti civilizzati , con o senza l’uso della forza.

Dove l’autorità costituita è sinonimo di privilegiata ignoranza, lì vige il Diritto della pena di morte. Chi cerca il sistema sociale ideale rimarrà confuso dai mille volti della equivocità umana, ma chi non si accorge o sottovaluta la propria equivocità, confonderà il suo volto tra quello dei propri fantasmi, e lì si sentirà abbandonato e mortificato, vittima o carnefice.


[1] Chi  mangia il corpo e beve il sangue di Cristo lo fa solo metaforicamente, salvo poi  spargere fiumi di corpi e di sangue dei nemici di turno.  Come scrive Jung (ibid. , pag.  119): Nell’uomo civilizzato le forze istintuali represse sono estremamente distruttive e molto più pericolose che nel primitivo, che vive sempre limitatamente le proprie pulsioni negative. Ecco percé nessuna guerra del passato può rivaleggiare come atrocità con le guerre delle nazioni civilizzate.

[2] Cfr. , C. G.  Jung,  , ibid. , pag.  212: La nascita del Redentore equivale a una grande catastrofe, perché una poderosa vita nuova erompe da dove non si supponeva esistesse una vita, una forza e una possibilità di sviluppo. Essa scaturisce dall’inconscio, cioé da quella parte della psiche che tutti i razionalisti, di proposito o no, trascurano completamente. Da  questa  parte misconosciuta e rimossa della psiche viene il nuovo apporto di forza, il  rinnovamento della vita.

[3] Al di fuori delle campagne elettorali gli ‘elettori’ si chiamano ‘cittadini’, appellativo settecentesco che sta per coloro che non sono stupidi, che non sono contadini, che sono istruiti e inseriti nel tessuto socio-economico della comunità che produce beni economici e beni ideologici, i diritti e i doveri del cittadino appunto. La misura di quanto questo modello del come l’individuo deve essere per essere adeguato abbia condizionato la vita di generazioni e generazioni di ‘cittadin-elettori’, e di come questo modello abbia trasferito la nostra identità dal piano dell’umanità al piano del mercato che fa il mondo, ce la fornisce, anche se non è questo il suo intento, Ignacio Ramonet, direttore di Le Monde Diplomatique (in: Geopolitica del caos , Asterios Editore, 1998, pagg.  35-37), nell’attribuire ai ‘cittadini’ il ruolo naturale, neo-illuministico, di protagonisti e artefici della ricostruzione del mondo (!): L’ambizione principale della democrazia è quella di lottare contro la povertà, l’ingiustizia e l’iniquità, di denunciare instancabilmente le congreghe di mentitori. Quando queste lotte falliscono, i cittadini contestano la democrazia in nome di un sentimento politico profondamente radicato nel progetto repubblicano: l’aspirazione all’uguaglianza dei diritti e dei doveri. I cittadini sentono confusamente la necessità di conquistare dei nuovi diritti umani [cioé delle nuove ‘metafore’ sociali – n. d. r. ]. Alla generazione dei diritti politici (XVIII secolo) e a quella dei diritti sociali (XIX e XX secolo) deve succedere una generazione di diritti nuovi, ecologici, che garantiscano ai cittadini il diritto all’informazione, alla pace, alla sicurezza ma anche alla purezza dell’aria e dell’acqua e alla protezione ambientale [figuriamoci cosa può venire fuori dall’involucro metaforico ‘cittadino’: attività motoria all’aria aperta, giri in bicicletta, escursioni domenicali guidate ‘alla scoperta del territorio’, dove la ‘guida’ è guardacaso l’esperto che sa nominare scientificamente una flora e una fauna altrimenti estranea-e-anonima ; e poi programmi scolastici di ‘educazione ambientale’, campagne per ‘la difesa degli animali’, pionieristici progetti di ‘raccolta differenziata’, ecc.  – n. d. r. ].  (. . . . ) Alla società degli sprechi deve succedere in maniera naturale una società della spartizione [della ‘raccolta differenziata’ appunto – n. d. r. ].  Dopo anni di euforia finanziaria, di disinvoltura e di soverchierie, i cittadini provano un forte desiderio di ritorno ad attività virtuose: l’etica, il lavoro fatto bene, il sentimento del valore del tempo, la competenza, il merito, l’onestà. . . . Sebbene confusamente,  ciascuno [noi no – n. d. r. ] percepisce che è l’unica via per preservare il pianeta, risparmiare la natura e salvare l’uomo.  È possibile altrimenti salvare il mondo?  

[4] Dal dopoguerra sino alla caduta del muro di Berlino — 1989 –,  regnava lo spettro delle due grandi superpotenze, Stati Uniti d’America e Unione Sovietica, ad incentivare la rivalsa guerrafondaia degli uni e degli altri  (Vietnam, Cambogia, Laos, Cuba, Salvador, Nicaragua, ecc. ). Oggi c’è lo spettro del mostro psicopatico sanguinario di turno — l’arabo Saddam Hussein  per ragioni di petrolio, il serbo Milosevic per ragioni di egemonia nei balcani –,  a mascherare le strategie di ingerenza dell’unica superpotenza rimasta, l’America — la Cina ha altro a cui pensare, per ora –, la quale,  sotto il cartello dell’intervento armato umanitario — collaudato con  successo per mietere democraticamente consensi durante l’Intervento Umanitario Internazionale nel Golfo –, fa la conta degli alleati europei e contemporaneamente raffredda gli animi più velleitari: Unione Europea o no, Russia o non  Russia,  chi fa le regole del gioco sono sempre io e, comunque, l’ultima parola che conta è la mia.