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La Catena di San Libero n. 385

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8 marzo 2010
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Stanno già cominciando ad abolire le elezioni

Formalmente, anche sotto il fascismo si votava. Si votava ma a modo loro, con elezioni fasulle da cui il governo usciva automaticamente vincitore. Le elezioni, di fatto, erano state abolite, ma senza dirlo.

Oggi il governo italiano ha abolito le elezioni regionali in Lazio e in Lombardia.  Formalmente si vota ancora, ma non sono più vere elezioni, con regole uguali per tutti. Sono "elezioni" alla Duce, alla Putin o alla Gheddafi, di cui non a caso questo governo è l’unico amico. Esse non hanno dunque alcun valore legale e gli "eletti" che ne risulteranno faranno bene a evitare di arrogarsi poteri dello Stato.

In questa situazione, delicatissima e pericolosa, i cittadini debbono restare saldi attorno alla loro Costituzione e prepararsi a difenderla in ogni caso. Le forze politiche democratiche debbono prendere in ipotesi l’eventualità di un "impeachment" – cioè di una messa in stato d’accusa – del capo del governo, che ha travalicato i suoi poteri. E’ sbagliato e puerile, e certamente utile al duce, prendersela in questo momento col re, che pure certamente ha sbagliato.  L’obbiettivo di tutti dev’essere la messa sotto accusa del responsabile formale dell’attacco allo Statuto, ieri Mussolini e oggi Berlusconi.

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E’ difficile che la sinistra attuale, con tutte le sue buone volontà e le sue piccinerie, sia in grado di portare avanti con successo una simile lotta, a cui non è preparata. Qua non si tratta di gridare più forte, di sopraffarsi a vicenda – ognuno per conto suo, e con vanità da prime donne – per poi  lasciare tutto come si trova. Si tratta di affrontare problemi come il rifiuto d’obbedienza, la resistenza collettiva e civile agli ordini illegali e il dialogo operativo coi funzionari lealisti, civili e militari.

Non credo che un Di Pietro, un Veltroni, un D’Alema,un Bersani, o anche un Vemdola  o un Ferrero (che hanno ancora sulla coscienza quasi un milione di voti dispersi per puntigli infantili) possano essere i nostri leader in questa lotta. Dobbiamo tollerarli sì, non affrontare il problema che essi costituiscono proprio ora. Ma è chiaro che con loro non si può vincere, ma al massimo sperare di resistere un altro poco.

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Per fortuna, la sinistra comincia ad avere un altro filone di dirigenti, provenienti – come dice don Ciotti – "da un’altra falda". E sono quelli del movimento viola (se staranno attentissimi a non produrre leaderini, e a tener fuori i leaderoni esterni), quelli dell’antimafia (il più duraturo e il più avanzato in termini sociali fra i movimenti degli ultimi vent’anni) e soprattutto quelli, parte italiani vecchi e parte nuovi, che hanno organizzato il Primo marzo.

Se tutti costoro diventeranno coscientemente e compiutamente "politici", se non rifuggiranno dall’assumersi le loro responsabilità (che sono sempre più proprio "di partito"), se sapranno ispirare alle persone comuni fiducia e ammmirazione e non paura,se sapranno dialogare coi pezzi di sinistra basati ancora sulla lotta sociale (praticamente quasi solo il sindacato), se non saranno né prime donne né vanitosi, se sapranno coordinarsi efficacemente al loro interno e fra di loro, se sapranno imparare, se… – allora, amici miei, potremo dire che un’altra sinistra, vera e vincente, è davvero nata, e che lo sfacelo della vecchia non sia che un episodio dovuto.

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Sono convinto che tutto questo stia accadendo davvero, e che tutte le caratteristiche di questi compagni nuovi (comprese quelle negative) ricordino moltissimo quelle dei fondatori della prima sinistra, quella dei socialisti dell’Ottocento.

E come i compagni di allora non lottavano semplicemente per i diritti ma anche contro regimi autoritari e feroci (lo zar, il kaiser, levarie monarchie assolute), così oggi ci troviamo davanti, fra i vari problemi, anche quello di un assolutismo in forma nuova, di un repubblica attaccata dai nobili, di un egoismo sociale sempre più feroce.

Eppure – poveri individualmente ma immensamente forti se ci uniamo – siamo certi di farcela, assorbendo persino le debolezze e le periodiche rese dei nostri "centrosinistri" compagni di cammino.

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Libertà di stampa in Sicilia

Libertà di stampa? Certo che in Sicilia esiste, tant’è vero che state leggendo questa cosa. Ma non è benvoluta, nè dal governo nè dalla società (per governo in Sicilia s’intende sia quello che si vede sia quello che no).

L’indifferenza della società alla libera informazione si vede, di solito, il giorno dopo che ammazzano qualche giornalista. Da noi ne ammazzano molti, meno che in Colombia o in Russia ma più che in ogni altro paese. Gli unici casi in cui la gente si sia ribellata sono stati quelli di De Mauro (grazie ai comunisti, che allora c’erano ancora) e Fava (i ragazzi di Catania).  Alfano, Cristina, Francese, Rostagno, Spampinato e Impastato morirono nell’indifferenza generale. A Cinisi, il paese di Impastato, la popolazione a trent’anni di distanza è ancora dalla parte dei mafiosi (imitata, negli ultimi tempi, dai più recenti mafiosi delle valli bergamasche).

Esiste la libertà, ma non il mercato. L’unico siciliano autorizzato (dalle Competenti Autorità) a fare tivvù e giornali si chiama Mario Ciancio, vive a Catania ed ha nell’harem tutti gli intellettuali cittadini, dall’elegante fascista Buttafuoco al feroce maoista Barcellona. Non vende molti giornali (molto meno, in proporzione, che a Istanbul) ma la cosa non ha importanza, perché tutti gli imprenditori siciliani (compresi quelli che ultimamente hanno smesso di essere mafiosi) fanno pubblicità solo da lui. Mai, mai, mai leggerete un rigo di pubblicità siciliana su un giornale siciliano antimafioso.

Libertà di stampa vuol dire dunque che tu, se sei disposto a fare la fame per i prossimi venti o trent’anni ed eventualmente prima o poi ad essere ammazzato, puoi scrivere quello che vuoi e pubblicarlo qui, su Girodivite, su Ucuntu.org, su Catania Possibile, su Terrelibere, sulla Periferica, sui Cordai o su qualche altro giornale di analoghe dimensioni. Per informare la gente, in realtà, questo potrebbe anche essere sufficiente (specialmente se tutti questi organi prima o poi si decidessero a unirsi fra loro).

A Messina, ad esempio, l’allarme su Giampilieri era stato dato ben prima dai giornalisti liberi, in tempo per prendere i provvedimenti opportuni e salvare – alla faccia degli speculatori edilizi e della loro Gazzetta – coloro che erano già in lista d’attesa per essere annegati alle prime piogge. Ma nessuno ha preso sul serio i loro articoli. Se fossero stati giornalisti bravi – ragionava il lettore messinese – avrebbero fatto i milioni al servizio dei politici, mica avrebbero perso tempo e soldi per informare me.

Al messinese, al palermitano, al catanese, sapere la verità in realtà non interessa. La verità è fastidiosa, la verità desta. Ed è così bello dormire! La realtà è quel che è, cambiarla è faticosissimo, meglio sognare. Forza Catania, evviva il Ponte, viva Palermo e Santa Rosalia.

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 Mafia e politica

"E’ il rapporto mafia-politica che paralizza il Sud": lo dice la conferenza episcopale, e certo è una bella scoperta che prima o poi doveva arrivare. Cinquant’anni fa, per l’arcivescovo di Palermo Ruffini, si trattava invece di "una supposizione calunniosa messa in giro dai socialcomunisti, i quali accusano la Democrazia Cristiana di essere appoggiata dalla mafia".

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 Mani allungate

Fra i ladroni ci sono parecchi fascisti: Mokbel, Andrini (manager di Alemanno) e altri ancora. Storicamente, i fascisti rubavano parecchio (Muti, Monti, Petacci fratello ecc.). Adesso, l’estrema destra razzista – la Lega – si distingue per le mani lunghe in Lombardia: vedi, fra i tanti, il crociato antiimmigrati Prosperini. "Ma fare politica costa", si giustifica lui.

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 Il monumento

E il monumento a Craxi, che fine ha fatto? Ora è il momento di alzarlo. Grande, monumentale, a coprire il vecchio e ormai vagamente sovversivo Duomo.

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 Alla fine

«Sono solo secchiate di fango. Nessun reato emerge con certezza». Ci sono già stati altri capi di Governo che hanno difeso i delinquenti. Almeno due (Fujimori del Perù e Bordaberry dell’Uruguay) lo stanno scontando nelle carceri dei rispettivi paesi, tornati democratici alla fine.

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 Senilità

Satrapi. Tutti maschi. Qualche donna isolata a fare da escort, e poi basta. Questo regime è vecchio, sclerotico e, secondo lui, maschile.

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 Album di famiglia

Nell’album di famiglia, Bertolaso è Graziani.

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Trattative

Trattative. Nè Ciancimino, ai suoi bei tempi, era "mafioso", nè lo è adesso Dell’Utri. Ufficialmente e per tutti i media (rileggere il giornale di Sicilia o il Corrierone di allora, e quelli di ora), erano semplicemente degni uomini politici di governo che gli infami comunisti calunniavano come mafiosi.

Certo, un sindaco di Palermo o un fondatore di Forza  Italia in Sicilia mafioso dev’esserlo per forza, per esigenza di mestiere; così fu per il quondam Ciancimino, così è ora per il povero Dell’Utri. Ma questa è una ragione per additarli al ludibrio e al linciaggio morale? Dunque un politico italiano, secondo voi, non può più nemmeno fare il  mafioso?

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 Maggioranze

Nel ’48, in Cecoslovcchia, i comunisti presero il potere con la maggioranza assoluta dei voti, in elezioni libere e tutto sommato corrette. Due anni dopo il comunismo cecoslovacco era già una dittatura durissima, che impiccava. Nessuno l’aveva imposta. I liberi cittadini se l’erano applicata da sè, in un momento d’entusiasmo; e poi serenamente s’erano messi a dormire.

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 Ma mi facci il piacere

Ma Berlusconi, poi, è davvero presidente? Davvero il cavalier Mussolini – nel pieno rispetto della legge e delle modalità formali dello Statuto – era Primo ministro, nel ’36?

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 PPP wrote:

 < L’intelligenza non avrà mai peso, mai

nel giudizio di questa pubblica opinione.

Neppure sul sangue dei lager, tu otterrai

da uno dei milioni d’anime della nostra nazione,

un giudizio netto, interamente indignato:

irreale è ogni idea, irreale ogni passione,

di questo popolo ormai dissociato

da secoli, la cui soave saggezza

gli serve a vivere, non l’ha mai liberato.

Mostrare la mia faccia, la mia magrezza

alzare la mia sola puerile voce

non ha più senso: la viltà avvezza

a vedere morire nel modo più atroce

gli altri, nella più strana indifferenza >

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