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MARIO TOMMASINI: L’ETICA DEL VIANDANTE

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Prof. Don Antonio Moroni 

L’anima di Parma si è impoverita in questi mesi con la morte di persone particolarmente significative e carismatiche che hanno rappresentato un riferimento nella vita quotidiana della nostra città. Tra queste, Mario Tommasini.

Via via che ci si allontana dal dramma dell’assenza della presenza fisica e umana di Mario, ci si ritrova a ripensare alla fisionomia di una personalità ricca, per diversi aspetti problematica, certamente complessa.

Uno sguardo fedele –quasi una autobiografia- alla vicenda nel tempo di Mario Tommasini è stata composta da quell’impareggiabile, fedele amico di Mario, quale è stato Bruno Rossi, in “Mario Tommasini eretico per amore” (Diabasis 2006). In seguito chi vorrà interrogarsi su chi era Mario Tommasini dovrà iniziare dalla lettura attenta di questa sua biografia.

Ma oggi è doveroso avviare una seconda fase di ricerca analizzando i singoli fattori della realtà complessa di Mario e avvertendo che risulta sempre ingeneroso, e al limite non corretto, tentare un giudizio su una persona basandosi unicamente su specifici comportamenti, ancorché preminenti.

Iniziamo dalla religiosità di Mario, un tema sul quale molto si è già discusso. Si tratta certo di una riflessione non facile perché una persona avverte una sua religiosità come necessità di tradurre in gesti concreti gli indirizzi rappresentati da quella fede che ne percorre nell’intimo la vicenda quotidiana.

Una dichiarazione preliminare, da parte mia, è doverosa e onesta. Questa ricerca assai delicata non ha certamente come scopo di annettere alla Comunità Ecclesiale di Parma la ricchezza del modello di vita che Mario ha rappresentato. Anche se, forse, nel buio della notte egli ha camminato verso quello sconosciuto che in qualche momento gli era apparso interessante come prima lo era stato a Nicodemo, ai discepoli di Emmaus e, più vicino a noi, sul finire dell’800, ai primi socialisti: A.Deambris che scriveva poesie del Natale sull’Internazionale, il giornale della Camera del Lavoro; I.Cocconi che è stato chiamato l’avvocato dei poveri.

1 Mario Tommasini una fede nell’uomo

Una risposta all’interrogativo quale religiosità di Mario Tommasini richiede preliminarmente una distinzione tra fede e religione.

Fede è quel gesto esistenziale con cui una persona nel suo intimo si affida con amore a un referente:

-il referente può essere Cristo, una persona splendida in cui urgeva la divinità, latore di un progetto rivoluzionario le Beatitudini, di un volto di Dio che è amore, di una nuova società in cui uomini e donne sono persone libere, consapevoli e responsabili della natura e della città, persone che incontratolo, hanno imparato ad amarlo fino a rendere a lui la testimonianza con il martirio: un dramma che ha continuato per 2000 anni;

-referente può essere anche un progetto uomo, per una umanità nuova, impegnata nell’accettazione di una lotta per un mondo migliore, un valore certificato con il dono gratuito del proprio tempo e al limite con la morte.

Ho scelto tra le lettere dei condannati a morte della Resistenza italiana la testimonianza di due giovani vite che si sono sacrificate per un mondo più umano e rispettoso della libertà. E’ il caso di Albino Albico di 24 anni, un operaio tornitore, appartenente al GAP della Brigata Garibaldi, torturato, sommariamente processato e fucilato il 24 agosto 1944 contro il muro di via Ribaldi a Milano.[1]

Un altro testimonianza è Teresio Olivelli insegnante universitario, cattolico, morto il 12 gennaio 1945 in un campo di sterminio. Di lui è in atto il processo di beatificazione.[2]

–un altro referente può essere, un padre, una madre, un educatore. Per Mario la prima scuola di valori per la scelta di essere ribelle per amore a servizio di chi era debole, emarginato, cancellato dai viventi in un manicomio, era in prigione, perseguitato, aveva avuto la radice nella sua famiglia con un padre che entrava e usciva dalla prigione per le sue idee politiche (e il testo di Bruno Rossi ci illumina su questo aspetto) assieme a quello dei borghi dove lui era cresciuto.

2 Dalla fede alla religiosità: il cristiano anonimo

Il contenuto di una fede che una persona custodisce nel suo intimo si manifesta quotidianamente con quel sistema di comportamenti, di mentalità, di atteggiamenti radicali che ne costituisce la religiosità.[3]

Uno degli esempi più significativi che ci viene da Mario Tommasini, di una religione radicata nella fede sull’uomo è stata la proposta di case che assicurassero il diritto di invecchiare assieme ai giovani con facile accesso alle strutture di socializzazione espresse in quelle semplici realtà quotidiane quali il circolo anziani, il bar, la Chiesa, il teatro, ecc.

La traccia di anticlericalismo, che a tratti emergeva nelle sue espressioni, aveva avuto la sua radice, tra l’altro, nel fatto di un parroco che non aveva voluto celebrare il rito cristiano della sepoltura per il papà poiché comunista militante. Un episodio doloroso che forse ha segnato profondamente Mario nella sua interiorità.

A fronte di tutta questa vicenda di Mario, ricca di umanità, appare brutale semplificazione chiudere il capitolo della ricerca sulla sua religiosità, gridando che era ateo.

Ma qui si apre la necessità di andare al cuore della tematica della religiosità di Mario. Lo faccio prendendo come base una frase del Vangelo di Giovanni (14.9): “Chi vede me, vede il Padre”.

Le persone che sono state avviate da piccoli nell’ambito delle loro famiglie alla percezione della realtà di Gesù, della Madonna, della vita oltre la morte costituiscono oggi quel piccolo gruppo di Cristiani che trovano in Cristo il proprio referente.

Ma per molti altri oggi questa richiesta può non avere alcun significato, una idea come un’altra. Un’altra domanda ugualmente biblica viene da loro proposta: “Signore quando mai ti abbiamo visto?” E vi sono risposte, come quella del filosofo, di cui parla Nietzsche, che di giorno percorreva la città con una lanterna accesa e alla gente che lo incontrava e gli diceva: “Cosa mai stai facendo?” Egli rispondeva: “Cerco Dio!” E allora tutti a dirgli: “Ma Dio è morto!” E lui: “Voi l’avete ucciso!” E’ pure drastica l’affermazione di Camus: “Se Dio esiste io non posso esistere”. Ma una risposta stravolgente a questa domanda si trova nel Vangelo di Matteo (XXV 34 44) nel quadro del giudizio universale. Gesù si presenta in termini di figlio dell’uomo, in incognito, nella figura di una persona dedita a fare del bene. E un non credente, che scarta la strada di incontrare Gesù nel Vangelo con la mediazione della Chiesa, ma che desidera vedere il Cristo e quindi Dio, può farlo soltanto attraverso Colui che gli viene incontro non come figura messianica, ma come una delle persone che gli sono familiari e chiede una mano, quello che abita dall’altra parte della strada, come una quella vecchia signora abbandonata che vive nello stesso pianerottolo: “Ma quando ti abbiamo incontrato Signore Gesù?” Di qui la sconcertante risposta di Cristo: “Tutte le volte che avete dato con amore e gratuitamente un servizio a chi vi ha steso la mano nel bisogno lo avete fatto a me.”

Gesù sulla strada di Emmaus non si presenta ai due viandanti come il Cristo, il salvatore, ma semplicemente come il forestiero che si unisce ad essi e li sollecita, camminando con loro ad esporre a lui tutti i loro problemi, i motivi della loro tristezza. Soltanto così in quanto uomo come gli altri e per gli altri Gesù può farsi conoscere a chi lo cerca nella notte, come Colui a cui si riferiscono le scritture.

Il significato stesso dell’Incarnazione è che il divino si fa vicino a noi per la squallida porta della storia umana ordinaria e della esperienza di ogni giorno. E’ in quest’uomo dal cuore grande, che ha parlato d’amore come nessn altro, che gli uomini sono riusciti a vedere il figlio di Dio.

Da parte sua Gesù, una persona, ripeto, in cui urgeva la divinità, preferiva vivere tra i suoi contemporanei senza essere munito di particolare credenziali che non fossero espressioni di amore e senza nemmeno un posto dove posare il capo.

Si parla oggi di atei devoti, fenomeno singolare della nostra epoca (Mel Gibson ha scritto una Bibbia senza Dio per atei devoti): figuratevi quali risate si sarebbe fatto Mario se l’avessimo chiamato ateo devoto (o Teocon o Teodem, ecc), sia pure col rispetto dovuto all’espressione libera di propri convincimenti ma tenendo presente che l’orizzonte degli atei devoti è prevalentemente politico.

C’è stata un’altra denominazione messa a punto nel ’68 per coloro che pagando di persona, hanno realizzato un progetto di giustizia e di servizio nell’amore senza conoscere Cristo: quella dei Cristiani anonimi.[4].

3 Mario un esperto nell’etica del viandante

Rispettosi della sua realtà personale complessa potremmo chiamare la religiosità di Mario Tommasini quella di un Cristiano anonimo. Forse non conosceva il Cristo come è nel Vangelo, ma ogni giorno lo incontrava nel volto di persone che avevano bisogno di speranza o che magari lui stesso andava a cercare: Mario Tommasini un pellegrino laico esperto nell’etica del viandante per le strade di Parma per un servizio per amore.

Un uomo che nella fattoria insegnava a coltivare fiori e attraverso i piccoli appartamenti per gli handicappati, aveva gettato semi di speranza in chi il germe della speranza aveva perduto. Era nato così il grande Progetto Esperidi, dal nome delle ninfe figlie della notte nel cui giardino cresceva un albero dalle mele d’oro, un progetto completato a Tiedoli con i mezzi messi a disposizione dalla Fondazione Cariparma.

L’amore che Mario ha riversato sulla gente di Parma, incontrata nel suo peregrinare quotidiano, è ben espresso nei versi del poeta Kavafis:

Non troverai nuove terre, non troverai altri mari.
            Questa città ti seguirà. Le strade in cui vagherai saranno le sue.
            E crescerai nei suoi sentieri e ti farai vecchio in queste sue case.

Parma aveva già conosciuto persone di questo genere ad esempio Padre Lino. Due persone Mario e Padre Lino che hanno incontrato Cristo, l’uno attraverso il Vangelo, Mario attraverso la sua educazione al servizio verso chi aveva bisogno. Entrambi hanno sentito la miseria c’là sbraieva ed derdé a sèt murai.

Mario hai insegnato al volontariato a operare come un servizio per amore, hai stimolato lo sviluppo della solidarietà, al superamento di quell’egoismo che pare stendere le sue braccia malefiche sulla nostra città.

Il programma di Mario amministratore di Parma mi pare potrebbe essere quello descritto da Calvino in Città invisibili:

“Anche le città credono di essere opera della mente o del caso, ma né l’una né l’altro bastano a tener su le loro mura. D’una città non godi le sette o settantasette meraviglie, ma la risposta che essa dà a una tua domanda. (Italo Calvino)

4.Tento una conclusione

Alla fine di questa mia riflessione su Mario, un amico, mi pare quasi di sentire la sua voce (che nella fede io so qui vicino a noi) che nella sua espressione di autentico parmigiano mi redarguisce.: “Mo set che t’sì complichè anca tì?

Ho solo cercato di fotografarlo, come l’ho davanti agli occhi e nel mio cuore. Lui è stato instancabile nell’etica del viandante e io sacerdote gli sono grato per lo stimolo che mi è venuto da lui come da tanti miei maestri laici (ricordo Adriano Buzzatti Traverso) aperti ed esperti in questa etica del viandante.

Caro Mario, insieme a tutti i tuoi amici, cominciando da Bruno Rossi con il suo libro e con altri che stanno pensando ad altre iniziative ed io personalmente attraverso una realizzazione tormentata delle Esperidi a Felino, alimentiamo la speranza che la tua memoria continui a vivere e che non finisca nel marmo freddo di una lapide, come è quella statua di un pomposo signore dell’ottocento, in una arcata della Villetta, ai piedi della quale c’è scritto: “Fu uomo benefico”. (Parma, 02/12/2006)

 


[1] Così scrisse alla famiglia: “Carissimi, mamma, papà, fratello sorella e compagni tutti,
mi trovo senz’altro a breve distanza dall’esecuzione. Mi sento però calmo e muoio sereno e con l’animo tranquillo. Contento di morire per la nostra causa: il comunismo e per la nostra cara e bella Italia.
Il sole risplenderà su noi “domani” perché tutti riconosceranno che nulla di male abbiamo fatto noi.
Voi siate forti come lo sono io e non disperate.

Voglio che voi siate fieri ed orgogliosi del vostro Albuni che sempre vi ha voluto bene.”

[2] Preghiera: “Signore, che fra gli uomini drizzasti la tua croce segno di contraddizione, che predicasti e soffristi la rivolta dello spirito contro le perfidie e gli interessi dei dominanti, la sordità inerte della massa, a noi oppressi, da un giogo numeroso e crudele, che in noi e prima di noi ha calpestato Te fonte di libere vite, dà la forza della ribellione.
Dio che sei Verità e Libertà, facci liberi e intensi: alita nel nostro proposito, tendi la nostra volontà, moltiplica le nostre forze, vestici della Tua armatura. Noi ti preghiamo, Signore.
Tu che fosti respinto, vituperato, tradito, perseguitato, crocefisso, nell’ora delle tenebre ci sostenti la Tua vittoria: sii nell’indigenza viatico, nel pericolo sostegno, conforto nell’amarezza. Quanto più s’addensa e incupisce l’avversario, facci limpidi e diritti. Nella tortura serra le nostre labbra. Spezzaci, non lasciarci piegare.
Se cadrem, fa che il nostro sangue si unisca al Tuo innocente e a quello dei nostri morti per far crescere al mondo giustizia e carità.
Tu che dicesti “Io sono la resurrezione e la vita” rendi nel dolore all’Italia una vita generosa e severa. Liberaci dalla tentazione degli affetti: veglia Tu sulle nostre famiglie.
Sui monti ventosi e nelle catacombe delle città, dal fondo delle prigioni, noi Ti preghiamo: sia in noi la pace che Tu solo sai dare.
Dio della pace e degli eserciti, Signore che porti la spada e la gioia, ascolta la preghiera di noi ribelli per amore.” Teresio Olivelli
[3] – il comportamento si presenta come il modello che un soggetto assume mutuandolo dal contesto socio-ambientale nel quale è immerso;
–          dietro al comportamento, e saldandosi con esso, ci sta la mentalità intendendo con questo termine un insieme di schemi mentali come quadro interpretativo della realtà per la quale operare nella quotidianità;
–          e infine si deve individuare oltre la trama dei comportamenti e degli schemi mentali l’atteggiamento radicale come orientamento dell’esistenza e come scelta della libertà.
 
[4] Nei mesi dell’occupazione ognuno custodiva rispettato il suo ideale di fondo: cristiano, comunista, liberale, ma quando si operava o in Università centrale o in Manicomio a Colorno si discuteva animatamente sulla linea da seguire, ma poi ci ritrovava tutti insieme a operare sulle decisioni prese. In questo clima di tensione costruttiva definita la rivoluzione degli studenti;  in questa occupazione ci si è studiati, ognuno ha scoperto l’identità della fede dell’altro: nella fede in Cristo o in quella nell’uomo. In quei giorni caldi dell’occupazione dell’Università è nata un’altra denominazione: quella dei Cristiani anonimi.