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NADIA CAMPANA (1954-1985)

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La ‘meglio crudeltà’ di una poetessa dimenticata

Un ricordo molto personale dell’autrice cesenate, traduttrice di Emily Dickinson, morta suicida a Milano a soli trent’anni. Il quarto di secolo che è trascorso ha cancellato le tracce della sua vita e dei suoi versi. Eppure nei primi anni Ottanta fu una figura significativa della giovane scena poetica che agiva nel capoluogo lombardo intrecciando l’impegno letterario e quello nel movimento femminista. La sua rimozione fa pensare al caso di Antonia Pozzi, altra poetessa suicida che ha atteso cinquant’anni prima di conoscere una doverosa rivalutazione. 

di Maria Pia Quintavalla

Visto l’ultimo film di Marina Spada su Antonia Pozzi, ho – inevitabilmente – pensato a Nadia.

Al frammento che si usa, come forma artistica, quando si deve ricostruire o riparare alla pochezza, in un gesto d’amore, della memoria. Sono delle ricercate, delle scomparse. 

Ho trovato grande l’analogia creata nel film, fra l’immagine di Antonia Pozzi, che sbocconcella e poi sputa, di nascosto, nel palmo della mano, l’arancia, subito dopo un’immagine eco cardiaca, diastole e sistole: la timidezza di lei rivelata.

Così bella, altrettanto, sempre nel film, la sacralità di rivisitarne lentamente i luoghi vissuti.

Se questo rito è vero, dà salvezza, e noi dovremmo terminare quelle tappe di avvicinamento al luogo natale (e mortale), per lei, di Cesena.

Un anno fa, in visita alla rassegna "Porto dei poeti", sede nel porto di Cesenatico, scopro, con senso macabro, che nessuno, leggi Nessuno, nella sua città natale possedeva i suoi libri, né aveva mai indetto, in oltre venticinque anni, QUALCOSA DI LEI, o su di lei, né conosceva un suo verso.

La Pozzi attende almeno cinquant’anni, per ottenere un’adeguata illuminazione, nonostante il meglio referenziato contesto di riferimento, (non appartenenza), da Montale a Sereni a Banfi, e settanta anni, invece, per una curatela critica adeguata, iniziata dagli Archivi del ‘900.

Poco serve appoggiarla al palinsesto, nel film, dei giovani apprendisti poeti, che incollano sue immagini ai tram, in metafora di un visionario presente riscattato, per quello che la Dickinson prometteva, il paradiso dei poeti, la fama.

La circonferenza, cui un ignoto cavaliere attaccherà il TUO nome, Antonia, o Nadia.

Pozzi come Nadia ascendeva e scalava le montagne.

Come lei pensava che solo la culla prosodica e lampeggiante dei significanti placava il dolore, il dettato interiore, anzi ne ricreasse un mondo nel mondo, di già noto.

Anche là, un "culto della poesia", come lo chiamerà Andrea Zanzotto, in un intervento a Radio Lugano Svizzera, del 1987 e 1989 scrivendo de "le confraternite ispirate dai più strenui ardori", le ragazze cioè che aprirono il sentiero,divenuto un mare, mar rosso del movimento, e del pensiero femminile / femminista:

"Valga per tutte, il nome di Nadia (scrive A.Z.), in cui tutte furono protagoniste", di una "meglio crudeltà" queste giovani "impegnate in un’auto spendersi ritroso".

Un’auto spendersi, fino al rischio di caduta della linea, sempre A.Z. ne spiega, nella prefazione al mio Estranea (canzone), il peccato per superbia o voglia di Dio, (che) finisce nell’auto annullamento, dopo la carestia, a causa di essa; di confraternite ispirate ai più cupi ardori, e a un sotterraneo culto, della poesia. Amazzoni, vittime.

Non abbiamo saputo trattenerti, Nadia, non abbiamo saputo farlo e prevenirlo.

Mentre sapevamo di te della tua fame, dagli occhi, dagli spigoli consunti del volto "che non trova pace" (Ultima notte, in Milo De Angelis), la mente-corpo travagliata che detterà i versi raccolti poi in Verso la mente (libro postumo, uscito da Crocetti nel 1990).

Chi entrava nel mondo degli anni ottanta, senza avere tagliato diagonalmente le (strettoie) scorsoie dei settanta, la cupa ingloria, la sepoltura di parole nell’agit prop, e tazebao permanente dell’oralità vociante, dove l’attuale divorava tutto, e non trovava sbocchi; se non dopo lo sbocciare di riviste di ri fondamenta, come Niebo, ma pure in antologie femminili-femministe, la neo nata, la prima della serie di Donne in poesia, o ne La Parola innamorata, si trovò, quel soggetto entrato con breve e bellica memoria di fratelli maggiori, assai difficili, in compagnia di Porta, Spatola, Vicinelli, Pagliarani, ecc, ad un certo punto  s o l a, ma speranzosa.

Fosse lì la nuova patria delle lettere in attesa. Cosa di meglio che Milano, certo.

Dopo la laurea con Luciano Anceschi su Antonio Porta, dopo gli studi e prove di traduzione della Dickinson. Maturati nella traduzione definitiva che ci riconsegna, bellissima de Le stanze di alabastro, Feltrinelli 1985.

Trovasti invece lo sfondamento lento della linea di giovinezza, che andava via via sfociando per chiudersi, alle spalle.

Società di poesia, e apertura della rivista POESIA, contaminazione nel letterario delle ultime fronde del fare politico (leggi Via Dogana), ma anche confraternite, delimitazioni del campo.

Prima dei cartelli e appartenenze; ( tradimenti, anche) defezioni.

Amiche che non lo capirono: io, per esempio. Amici che divinavano di te soltanto il volto, angelico di bellezza tagliente e seduttiva, ermafrodita la postura di un corpo che scolpiva viva la femminilità preclusa, bellissima inaccessa.

Gianni Dorigo, Rosso (particolare), 2009

Nadia a Milano: andò alla conquista del mondo.

Con audacia, impudente sguardo fiero dell’adolescente, come in The dreamers, e meglio.

Ma, a mani nude.

Una foto di cui Cusatelli, amico di entrambe e parmigiano, commentava, ad ogni nostra straziante telefonata, nel dopo Nadia, la ritraeva sullo sfondo della "lunga pianura immaginaria" del mare Adriatico, più volte ripercorsa col pensiero, come una linea di demarcazione e fuga.

TRA L’INFANZIA ABBANDONATA E GLORIOSA, dove ancora vivo era suo padre morto, e la morte desiderata, DOPO LA LUSSURIOSA CHIMERA  nel volto degli anni ottanta di Milano.

Quante diverse grandezze, e destini femminili, doveva poi conoscere, Nadia.

Parlava ammirata, di una lei così diversa, dell’astro nascente di Patrizia Valduga.

Come di un come, e con chi, risalire la luce; di donne sole, risvegliate e spavalde ancora, immemori o da poco memori e coscienti, giovani amazzoni ("i neri androgini" di cui scrivo in Natalizia femminile), come di cavalieri moderni ecc. Divenute poi, chi libere papesse, chi dominae, imperatrici.

Le patrie lettere, gli amici. Le icone.

Quando la conobbi era il volto radioso della giovinezza stessa, ma nell’aprirsi più esposto più splendente, più feribile alla vita.

Da tutto proveniva, a tutto era interessata, era sola: sotto il taglio (la scure) della poesia.

Come E. D. insegna: "Se sento nella testa… qualcosa come una scure che mi colpisce secca, so che è poesia". "Divento attenta solo quando ti allontani / allora varo la registrazione fonografica / di competenza acceso / … e il fianco sarò infantile e  leggero".

Mi sta citando, si sta rammemorando di me, di noi, delle nostre conversazioni all’alba, febbrili, diuturne.

Le sottolineature con cui mi consegnava suoi libri, in prestito, chiose che non furono inghiottite dalla sparizione successiva alla morte, nel trafugamento dei libri, tantissimi i "nostri","in comune": erano graffi e strappi, lancinanti accuse come risposte alla provocazione della letteratura.

"Io se avessi potuto avrei dato a ciascuna un po’ di tempo…", mi rispondeva da Riflessioni su Christa T., restituitomi, o della Gunderrode, o nelle deliziose cartoline ("sono il fratello minore di Majakovskij!"): ne ridevamo insieme, Nadia!

Le foto dei (nostri) viaggi: in Scozia, a Edimburgo, a Londra, nell’isola di Sky, che non ti tolgono al silenzio delle ore serotine in cui, claustrale, ti recludevi in camera, per lunghe epistole – abbandono, agli amati.

Mi venisti a trovare drappeggiata, di uno scialle lungo e nero sul volto, come una Maddalena di dolore, occhi cerchiati e mani bianche (eri in lutto).

Neppure allora lo capii, sorda e cieca.

Ma nei tarli degli armadi, di un inquietato week end, a Varenna, all’alba dei primi di giugno del millenovecentottancinque, sì l’ho udito, come un pigolare insistito lieve.

Svegliai Rubino, che con me dormiva.

Un colpo, come una voce che chiedeva aiuto.

Eri tu. Da Radio Popolare il giorno dopo appresi.

Cominciai col percuotere e gettare all’aria tutte le sedie, l’urlo nero.

Per settimane, l’amico e pittore Rubino scioglieva tavor nella mia minestra, che prendevo a sera.

e nei rifugi alpini verso i tremila ti sentii tornare a me, nel volto, N.

Scrissi le Lettere giovani per contenere, quelle e troppe epistole. Da Con un’amica, in poi, a Ecce fiume.

Anni dopo Antonio Porta, che ti amava e che lavorò con te alla revisione della traduzione dickinsoniana, mi chiese come avevo potuto trattare della morte così, mentre accadeva.

Non lo avevo fatto.

Furono scritte nell’84, l’anno che precedeva, e dal presagio, "Con una nave niente più bianco e nero / né morte, solo dio piccolo / piccolo e diffuso".  Un amen.

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