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Perché ripudio la cultura della guerra

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Notizie dall’Assemblea di ieri 25 marzo organizzata alla Sapienza di Roma da Uniti contro la crisi, Uniti  per lo sciopero,   in preparazione alla manifestazione di oggi contro il nucleare, la  privatizzazione dell’acqua e per la pace.  Sintesi telegrafica dei ragionamenti proposti da Gino Strada, Maurizio Landini, Guido Viale e altri all’ascolto di oltre mille ragazze e ragazzi presenti.

Perché ripudio la cultura della guerra

Ripudio la cultura della guerra non tanto e non soltanto perché sono non violento e pacifista, e perché rifiuto la violenza in sé come metodo e modalità di azione ed esistenza.

Ripudio la cultura della guerra perché congeniale e intrinseca al modello di sviluppo predatorio e allo stile di vita dissennato dominanti.  Perché è infarcita e intrisa di mors tua vita mea, e si vis pax para bellum, e altre antiche frescacce e fregnacce  maligne e rovinose. 

Sono contro la cultura della guerra perché la proprietà privata è vacca sacra, e il mio non è tuo, mentre il tuo sì, e perché di tutte le guerre iniziate negli ultimi quindici anni per portare democrazia nessuna è ancora finita, e la democrazia non è arrivata da nessuna parte e mai come oggi langue.

Ripudio la cultura della guerra perché il costo di ogni singolo aereo militare che parte per una azione basterebbe a risolvere i problemi materiali di chi  è sbarcato a Lampedusa, e finora le operazioni di guerra contro la Libia del dittatore Gheddafi – fino a ieri amico prezioso di tutti –  sono costate, dicono gli analisti esperti, oltre 4 miliardi di dollari, e i morti ammazzati in Libia sono già diverse migliaia.

Ripudio la cultura della guerra non perché sono una virtuosa anima bella, ma perché l’ossessione della crescita del PIL e dell’economia, il liberismo e il consumismo sfrenato, l’arricchimento tendenzialmente illimitato grazie ai trucchi e agli imbrogli dei mercanti in fiera della finanza, un modello di sviluppo fondato sullo sfruttamento dissennato del carbone, del petrolio e dell’atomo,  contengono in sé e in nuce la logica della guerra: la guerra al vicino perché potrebbe pretendere qualcosa del mio, al  lontano che ha avuto la fortuna/sfortuna di nascere in un Paese ricco di risorse energetiche, la guerra alla natura, all’ambiente e al pianeta assunti come osso da spolpare fino a quando non ne rimane più nulla. 

Sono contro la cultura della guerra perché sono contro quella cultura e quel modo di intendere l’esistenza e la vita come percorso a ostacoli che vede i ricchi e i grossi diventare sempre più ricchi e grossi, le multinazionali comandare più dei singoli Paesi, delle Nazioni e degli Stati, il 10% della popolazione detenere il 50% delle ricchezze.                                                                                                                         Sono Sono contro la cultura della guerra contro la cultura della guerra perché è il risultato di una cultura  della diseguaglianza e dell’ingiustizia, perché la guerra di umanitaria la si porta non in tutti i Paesi dove c’è una dittatura,  ma solo in quelli dove ci sono risorse appetibili.                                                                                                                          Sono Sono contro la cultura della guerra contro la cultura della guerra  perché spartendo equamente quello che c’è, cadrebbero le principali ragioni dell’esistenza stessa della guerra. Perché sono le diseguaglianze e i privilegi eretti a modo di concepire le relazioni e i rapporti a giustificare le aggressioni, e la stessa esistenza delle forze militari.

Ripudio la cultura della guerra e quindi sono per una politica di disarmo progressivo, di riduzione degli eserciti e del loro armamento, della produzione stessa di armi e del loro commercio. 

Ripudio la cultura della guerra, e quindi ripudio un sistema che funziona sulla base che sempre meno sono le persone che decidono sulle questioni che riguardano tutti, in vertici chiusi e separati delle multinazionali e dei loro gruppi strategici consonanti e affini. E decidono per tutti cosa produrre, quando e quanto, dove e come e da chi. Ripudio la cultura di guerra e quindi voglio trasparenza piena nelle decisioni che producono effetti sulla vita di tutti, sulle loro reali ragioni e motivazioni, per una partecipazione il più larga e condivisa possibile, perché è la democrazia piena e reale che contribuisce potentemente a disarmare e spegnere i focolai di guerra.

Ripudio la cultura della guerra perché so che ce n’è a sufficienza per un benessere adeguato ai bisogni fondamentali di tutti, per sconfiggere fame e malattie, per crescere e vivere in pace e fiducia, conoscenza reciproca fondata sul rispetto, sulla condivisione e sulla solidarietà.

Ripudio la cultura della guerra non solo perché porta morte, fame, malattie, carestie, desolazione e disperazione, ma perché si alimenta del sospetto, della paura, dell’egoismo, dell’avidità, dello spirito di rivalsa e risentimento, e si nutre dell’ideologia della forza, del comando e della supremazia, dell’oppressione e dell’intimidazione, del ricatto e della violenza. 

Ripudio la cultura della guerra perché è la cultura del disprezzo della vita, dell’odio per l’altro (il frocio, il negro, la donna e l’ebreo, il comunista e lo zingaro, il povero e il bisognoso, lo straniero e il diverso) che si fonda e alimenta sul potere arbitrario di  erogare la vita e la morte. 

Ripudio la cultura della guerra perché è un reperto cavernicolo da archiviare definitivamente nella nostra archeologia museale. Solo che allora l’arma era la clava, oggi è la potenza distruttiva del nucleare, e anche un semplice e primario istinto di sopravvivenza dovrebbe essere sufficiente e bastare.

La Toscanini