Home Argomenti Opinioni Interviste Inchieste REPUBBLICA INTEGRATA

REPUBBLICA INTEGRATA

29
0
Link

Vittorio Zambardino

(Repubblica.it) Sono 118 caratteri, spazi bianchi inclusi, meno di certi sms un po’ verbosi che ti mandano le telco per dirti che hanno aumentato la tariffa delle chiamate:

Repubblica, così, diventa il primo quotidiano italiano che avvia l’integrazione tra giornale su carta e giornale on line”.

La frase è contenuta in questo comunicato dei giornalisti di Repubblica ed è la notizia di cui si parla qui. Per tanti versi la data in fondo al comunicato, 14 giugno 2007, è da ricordare: perché contiene un quasi- primato.

E’ un discorso tutto personale e a titolo personale, qui: se volete anche un po’ sentimentale, di uno che su internet ci vive e ci ha costruito il suo lavoro. Ma non è memorialistica: ciò di cui parliamo è il terremoto-trasformazione che sta investendo i giornali di tutto il mondo e di come il giornalismo si sta attrezzando per governarla.

Dieci anni fa Repubblica varò il primo sito on line in italiano ad informazione aggiuntiva ed aggiornata in continuazione. Oggi i suoi giornalisti, primi nell’Europa continentale, si avviano verso il giornalismo multimediale e l’integrazione della redazione del giornale con quella del sito. Sembrano due cose e sono la stessa: la forma della narrazione che si fa sostanza della professione e del contenuto, l’integrazione dei linguaggi che rende possibile una notizia di tipo nuovo che si stampa e si mette in linea, che si legge si ascolta e si guarda. Crollano muri fra separazioni disciplinari antiche: se ne guadagnerà spazio e qualità.

A questo punto di partenza – traguardo proprio non è – sono arrivati alcuni grandi giornali americani (il New York Times, USA Today e da ultimo il Wall Street Journal), tre giornali britannici (il Guardian, il Daily Telegraph e il Financial Times) e da molti anni e per primo, un giornale economico finlandese, il Kauppahleti.

Altri grandi giornali seguono la strada della redazione on line, separata da quella “di carta”, due mondi che fanno diversa informazione e che mai si incontrano. Ma strano a dirsi, poi, ogni ricerca sul pubblico dimostra che a portare milioni di persone sul sito del giornale on line sono solo due cose: il “nome” del giornale e l’aspettativa di una informazione migliore e più qualificata. Cioè l’aspettativa che il giornale “sia se stesso” su internet.

Dunque nel cuore dell’Europa continentale, finora niente. Grandi e bellissimi siti con milioni di utenti, ma redazioni separate, una per internet e l’altra per il giornale, e soprattutto tanto giornalismo scritto, fatto di sole parole, sulla più multimediale, porosa e interattiva delle piattaforme per un pubblico che è sempre più educato all’informazione miscellanea, al rimescolo delle forme di narrazione e delle fonti, e sempre più pronto alla critica interattiva, un pubblico di lettori che non sono utenti. E’ cosi da 8-10 anni. Ma nel frattempo è arrivato il cosiddetto web 2.0.

Era già chiaro nel 1995 che internet avrebbe provocato, ai giornali e alla professione che li fa vivere, ciò che in questi anni è regolarmente successo ad altre industrie: l’erosione delle fonti di ricavo economico, colpendo la pubblicità classificata e il valore del lettore per la pubblicità, e delle fonti di autorevolezza e di legittimazione.

E bastasse solo questo: la talpa ha lavorato duro producendo un fenomeno di moltiplicazione della notizia e dei dispositivi che la riproduce, della sua perdita di valore specifico e di precisione – quelli che vivono di “internet marketing” la disprezzano come “commodity”. Nel web qualsiasi testo è una notizia, chiunque può aggregare sul suo computer le notizie che vuole, e la gerarchia delle scelte va a farsi benedire.

Che poi tutto questo sia informazione è da vedere, ma non conta, perché chi legge il clone cattivo non vede il modello buono, e che il suo clone possa non esser buono come l’originale non vuole nemmeno sentirselo dire. Va convinto. Così funziona. Del resto quando Gutenberg andò per la prima volta a Parigi a mostrare la sua invenzione, lo inseguirono per arrestarlo come eretico. L’eresia su internet va in linea 24 ore al giorno, e tra gli eretici abbondano i ragazzi.

Come notò Rupert Murdoch due anni fa, il pubblico giovane di oggi è come le tribù native di una volta: sono sparse lungo territori sconosciuti alla coscienza e alla visione dei media, parlano lingue che noi non padroneggiamo. Lui ha pensato di andarle a cercare con MySpace, ed ha avuto ragione, raccogliendo milioni di adolescenti, di bande musicali e singoli artisti. E’ una nuova opinione pubblica, quella che è nata in quei posti che hanno tanti altri nomi (blog, community, seconde e terze vite), ha la sua cultura e i suoi riferimenti. Laggiù un’idea per superare l’obbligo di pagare per la musica sull’iPod conta più di mille editoriali.

Ma non è che poi siano sordi alla chiamata delle cose che contano se trovano la qualità: YouTube nei prossimi giorni realizzerà confronti tra i candidati repubblicani e democratici alla presidenza, ed è certa di riuscire a tener testa ai grandi network. E al vecchio Sulzberger, quello del New York Times, chiesero due anni fa come pensava che si potesse vincere la sfida di internet, e lui non aspettò un secondo per rispondere: “Col giornalismo di qualità”. Quello lo capiscono tutti.

La Toscanini