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Serve il coraggio dei piccoli gesti

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Il video di Napoli rappresenta la forza del contesto criminale nel quale quei delitti sono maturati

Il killer agisce in pieno giorno, davanti ai passanti, a volto scoper­to, non nascosto e sparando a bruciapelo; sa che non vi sarà alcuna reazione da parte di chi è presente e sa di non dover temere di essere riconosciuto. Il video rappresenta la forza del contesto criminale nel quale quei delitti sono maturati, forza speculare alla debolezza, quasi all’assenza, in quello stesso territorio, dello Stato inteso come collettività e centro di interessi comuni (quelli dei cittadini) perseguiti per il tramite delle istituzioni.

Pare che il killer ora sia stato identificato: forse per l’aiuto di qualche telespettatore. Nel frattempo si è però sviluppato un intenso dibattito: a chi invoca la collaborazione all’indagine da parte dei cittadini appellandosi ad un dovere morale o normativo, si contrappone il pensiero secondo il quale chi non appartiene alla realtà napoletana non può neanche immaginare la velleità di tale pretesa. I cittadini di Napoli sanno benissimo che collaborare con gli inquirenti significa violare la regola dell’omertà e sanno che tale violazione è sanzionata, anche con la morte. Nell’assenza di autorità dello Stato regnano la paura ed il primato dell’interesse personale: primo fra tutti quello alla tutela della propria vita. Di qui un giudizio di «comprensione» dell’omertà. Ma se quei cittadini che oggi hanno paura non prenderanno coraggio, le loro (e non solo) prospettive sono nefaste: sono destinati a divenire semplicemente un insieme di persone che abitano un territorio, non saranno mai più neanche una collettività. Ed il loro territorio, privo di regole volte alla tutela degli interessi e dei diritti di tutti ed a offrire a ciascuno eguali possibilità di affermazione, sarà sempre più luogo di sofferenza e sopraffazione. Non è necessario identificare il coraggio solo con gesti eroici o rivoluzionari. Penso piuttosto ad un modo di vita che come primo passo rinneghi l’illegalità, il fascino comodo dell’illegalità, a partire dalle piccole cose quotidiane: il non occupare un parcheggio riservato ai portatori di handicap, il dichiarare correttamente i propri guadagni, l’acquistare i programmi per il computer invece che scaricarli illegalmente, ecc…

Si tratta, cioè, di rappresentare attraverso il rispetto delle regole, il fatto che «l’altro» ci sta a cuore. Nulla di eroico. Rispettare le norme, aderire alle stesse, rappresenta che ci sta a cuore la collettività: che, quindi, la riconosciamo nella sua supremazia; anche rispetto a ciascuno di noi. Messaggio, questo, che in certi contesti è certamente rivoluzionario e che deve essere fatto proprio da chi ambisce a rappresentare la collettività. Se in certe zone d’Italia lo Stato è ora pressoché assente, chi guarda da lontano non può sentirsi solo legittimato a criticare o predicare: deve dare l’esempio, poiché se il senso del valore Stato non parte da dove le istituzioni funzionano meglio è impossibile pensare che si sviluppi dove esse sono prive di autorità. Tanto più se non c’è neppure l’alibi della paura a condizionare i comportamenti, ma c’è solo la ricerca dell’affermazione personale. Né meno importante è pretendere, anche per chi guarda da lontano, che chi rappresenta la collettività si adoperi concretamente e senza ambiguità per il ripristino della legalità in quegli ambienti complessi. Se l’identificazione del killer è avvenuta grazie alla diffusione del video, significa che anche in quelle zone dove lo Stato è assente c’è chi conosce il significato della propria responsabilità di uomo e di cittadino. Allora forse la strada per riportare le istituzioni all’autorità necessaria per riconquistare quella parte del Paese e consegnarle un futuro di possibilità è più facilmente percorribile di quello che le immagini di quell’omicidio ci lasciano intendere. Ed abbiamo tutti un alibi in meno.

Umberto Ambrosoli

(figlio di Giorgio, avvocato e autore di «Qualunque cosa succeda»)

01 novembre 2009