Home Dossier Federazione Russa C’è chi dice no. Donne contro Putin alla vigilia delle elezioni

C’è chi dice no. Donne contro Putin alla vigilia delle elezioni

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Giornalista, Marina Ovsjannikova ha 46 anni. Il 14 marzo 2022 durante il tg serale sul Primo Canale, irrompe con un cartello alle spalle della conduttrice: “No War.
Giornalista, Marina Ovsjannikova ha 46 anni. Il 14 marzo 2022 durante il tg serale sul Primo Canale, irrompe con un cartello alle spalle della conduttrice: “No War.


Il 14 marzo 2022 la giornalista Marina Ovsjannikova sfidò la propaganda mostrando in diretta tv un cartello contro la guerra. Ora vive in esilio a Parigi. Rieccola qui, con un altro cartello. Intervista

MOSCA. A Parigi piove. A Mosca nevica. Eppure, per tutto il tempo del videocollegamento, c’è il sole a entrambi i capi della chiamata. Un filo invisibile tra la città che Marina Ovsjannikova non riconosce più e la città che non conosce ancora. «A Mosca avevo una casa grande, una macchina, un lavoro ben pagato, una routine consolidata. A Parigi non ho un appartamento, non ho un lavoro fisso, non ho entrate regolari, non conosco il mio futuro. Due anni fa ho salvato la mia anima, sì, ma in cambio ho perso tutto».Classe 1978, nata a Odessa, madre russa, padre ucraino, Ovsjannikova era un’anonima redattrice di Vremja (Tempo), il tg della sera su Pervyj Kanal (Primo Canale), il notiziario più seguito dai tempi dell’Urss. Lavorava dietro le quinte. Il 14 marzo del 2022, invece, rubò la scena alla conduttrice Ekaterina Andreeva.

Irruppe in diretta, alle sue spalle, con tra le mani un cartello che condannava l’offensiva russa in Ucraina e la propaganda del suo stesso datore di lavoro. C’era scritto: “No War” e “Non credete alla propaganda. Qui vi mentono”. Per la prima volta qualcuno chiamava “guerra” l’Operazione militare speciale. Uno squarcio di verità nel mondo capovolto della tv di Stato russa.
Cinque secondi che hanno trasformato Ovsjannikova da un «ingranaggio della macchina della propaganda russa», come dice lei stessa, a un potente simbolo di resistenza. Cinque secondi che, però, aggiunge, le sono costati «tutto».Ovsjannikova è stata detenuta, interrogata, multata. È stata licenziata e accusata di essere una spia britannica dai suoi ex colleghi, e una spia russa dagli stessi ucraini. Sua madre l’ha rinnegata, il figlio maggiore le ha rinfacciato di aver «rovinato la famiglia» e l’ex marito, un manager di Rt, Russia Today, l’ha privata della potestà genitoriale. Messa agli arresti domiciliari, alla fine è fuggita in Francia con la figlia più piccola. In contumacia è stata condannata a otto anni e mezzo di carcere per “diffusione di notizie false sull’esercito russo”. Oggi, in patria, è considerata una latitante.«Non posso più tornare, non ho più niente lì». La fama raggiunta per quei cinque secondi non allevia il dramma dell’esilio. Ovsjannikova a Parigi è una rifugiata tra tanti. Una «senzatetto», scherza lei. «In qualche modo me la cavo. Ho scritto anche un libro. Ora lavoro a un documentario Netflix sulla propaganda e la libertà di parola. Ma a Parigi sono arrivata solo con una valigia e con mia figlia. Ho lasciato tutto a Mosca. La mia casa. Parte della mia famiglia. Una vita normale».Il suo lavoro a Pervyj Kanal era guardare i notiziari stranieri per selezionare i filmati da doppiare in russo così da mettere in cattiva luce l’Occidente. Qual è stato il detonatore che l’ha portata a dire «Basta»?«La guerra in Ucraina. La propaganda ha un rapporto di causa-effetto con questa guerra.
Per anni la tv russa, su ordine del Cremlino, ha instillato l’odio nei confronti degli ucraini. Li ha disumanizzati. Non li chiamavano mai “ucraini”, ma “nazisti”, “criminali”. Non dicevamo mai “governo di Kiev”, ma “giunta” o “regime”. La guerra è diventata per me il punto di non ritorno. Ho capito che non potevo più tacere. Dovevo dire la verità o firmare un patto col Diavolo e sporcarmi le mani di sangue. Ho scelto di salvare la mia anima».Lei è nata a Odessa, in Ucraina, ma è cresciuta a Groznyj, da dove è dovuta fuggire durante la Prima guerra cecena. Le sue origini e la sua adolescenza hanno influito sulla sua scelta?«Sono nata a Odessa, ma sono russa. Mio padre era russofono ed è morto quando avevo cinque mesi: da allora ho vissuto in Russia. La guerra di Putin in Ucraina è stata una spinta amplificata da tre fattori. Non solo le mie radici sono ucraine: sono stata una profuga, sapevo cosa avrebbero dovuto affrontare gli ucraini. E vedevo come operava la propaganda russa».Ha iniziato a lavorare nella tv statale nel 2003. In un video diffuso subito dopo il suo blitz in prima serata disse di vergognarsi di «aver permesso ad altri di zombificare i russi».

Perché ci ha messo così tanto a ribellarsi?«Negli ultimi dieci anni, il divario tra ciò che riportavano i media occidentali e ciò che raccontavamo noi non aveva fatto che aumentare, ma io vivevo in una sorta di dissonanza cognitiva tra realtà e propaganda. Seguivo le istruzioni del Cremlino, ma dentro di me maturava il dissenso. Non era facile, però, abbandonare un lavoro ben retribuito che, da divorziata, mi permetteva di crescere due figli e pagare il mutuo. L’emigrazione è roba per spiriti forti. Mi dica: quando in Italia c’era Benito Mussolini al potere, sono emigrati in tanti? Non è facile combattere contro un dittatore».Di quel 14 marzo che cosa ricorda?«Francamente cerco di non ricordarlo, di cancellarlo dalla mia memoria come fosse stato un delirio. Evito persino di rivedere il filmato. È stata un’esperienza terribile. Un trauma. Quasi una tortura. Se qualcuno mi proponesse di ripeterla, mi rifiuterei».Se ne è pentita?«Pentita, no. Ho fatto la cosa giusta. Qualcuno doveva pur dire che il Re è nudo, doveva mostrare il suo palcoscenico di cartone. Penso anche che la mia protesta abbia fatto sentire meno solo chi sta dall’altra parte dello schermo. Ma adesso non ne avrei la forza. Tutto quello che è successo dopo è stato un film dell’orrore spaventoso che mi ha prosciugata di ogni energia».Anche la sua fuga è stata un film. Con un nome in codice, Evelyne.
«Un thriller hollywoodiano. E dire che, quando il presidente francese Emmanuel Macron mi aveva offerto asilo subito dopo la mia protesta in tv, non avevo accettato. Se non avessi rischiato la prigione, non sarei mai partita. Fino all’ultimo non volevo emigrare. Alla mia età non ero pronta a diventare una rifugiata per la seconda volta. Ma mi sono trovata davanti a un bivio: l’esilio o la galera. Fino all’ultimo non sapevo se ce l’avremmo fatta. L’avvocato non trovava nessuno che volesse aiutare a fuggire una donna con una figlia undicenne. Abbiamo dovuto cambiare sette auto e infine proseguire a piedi nel fango. I cellulari non avevano campo e dovevamo orientarci guardando le stelle e buttandoci a terra quando si avvicinavano i fari delle guardie di frontiera. Abbiamo vagato per ore prima di trovare la strada giusta fino al confine, dove ci aspettavano. Il mio grazie va a “Reporter senza frontiere” che ci ha aiutate, e alla Francia che ci ha accolte».Il quotidiano tedesco Die Welt l’aveva assunta per raccontare la guerra in Ucraina, poi ha dovuto rinunciare perché gli ucraini non credevano nella sua improvvisa conversione da propagandista del Cremlino a paladina della verità.«Mi sono trovata in mezzo alla guerra informativa. A Mosca mi accusavano di essere una spia dell’MI6 e a Kiev di essere una spia dell’Fsb. Gli ucraini hanno inventato le più incredibili teorie del complotto. Ma li capisco. Quando Putin ha bombardato il loro Paese, noi russi siamo diventati di colpo il nemico. Era difficile separare i buoni dai cattivi.

Ma adesso la percezione sta cambiando. Ricevo tanta solidarietà. Anzi, se i miei familiari russi non vogliono più parlare con me, i miei parenti ucraini mi sostengono. La cosa più importante è capire che questa guerra non è tra russi e ucraini, ma tra un regime totalitario e una democrazia».Non sente mai sua madre e suo figlio?«Mio figlio non mi parla più. Vive col mio ex marito che lavora per il Cremlino e mi considera una traditrice. Continuo a scrivergli, ma non risponde. Con mia madre ho ripreso i contatti. Mi scrive di nascosto. Non vuole che ne parli. Ha paura che si sappia, pensa sia pericoloso per lei. Vorrei tanto riabbracciarli entrambi. Mi mancano».Che cos’altro le manca della sua vecchia vita?«La mia casa. I miei Retriever. Mosca, la Russia, anche se adesso sono nelle mani di una banda di criminali. Non è più la Mosca che amavo. Adesso è la Mosca delle Zeta. Un’altra realtà. Se ci penso, non ho nessuna voglia di tornarci».Lo scorso autunno si era temuto che fosse stata vittima di un avvelenamento, ma si trattò di un falso allarme. Teme per la sua vita?«Ero uscita di casa e all’improvviso non riuscivo più a muovermi. La polizia francese ha avviato un’inchiesta, ma le analisi non hanno trovato alcuna traccia di veleno. Probabilmente si è trattato di un crollo psicologico dovuto allo stress di questi due anni. Vivo costantemente nell’ansia e nella paura. Io e mia figlia siamo costrette a ricorrere a due false identità. Da quando Mosca ha adottato una legge che prevede la confisca dei beni di chi diffonde fake news sull’esercito, molti esuli hanno smesso di parlare della guerra. Io ho già oltrepassato ogni linea rossa possibile. Non ho più niente da perdere. Perciò continuo a dire la verità. Penso che sia la mia missione. Però dobbiamo stare attenti. Oggi più di ieri. Il pericolo aumenta perché Vladimir Putin sta quasi vincendo questa guerra».Quant’è efficace la propaganda?«I russi vivono in una realtà mediatica alternativa, in una bolla ermetica dove vengono ripetute in continuazione le stesse menzogne. E, volenti o nolenti, tutti cominciano a crederci. I media indipendenti sono stati decimati. Quelli sopravvissuti sono stati bloccati. Sono accessibili soltanto con le reti Vpn, ma hanno iniziato a bloccare anche quelle. Alla maggioranza non resta che seguire i media statali che continuano a seminare odio nei confronti dell’Ucraina, a dire che la guerra è giusta, che “stiamo difendendo i nostri valori tradizionali dall’Occidente”. Non sorprende per niente che i russi siano imbevuti di odio verso l’Occidente e l’Ucraina. La propaganda fa il lavaggio del cervello. Anche molti miei amici hanno iniziato a convincersi che la guerra sia giusta».Come vede il suo futuro? Pensa che riuscirà a tornare in Russia?«Voglio tornare perché non sono indifferente a quello che accade nel Paese, perché lì sono rimasti i miei cari e tutto quello che avevo. Voglio lottare per il mio Paese, perché abbia un futuro luminoso, per il cambiamento. Ma finché sarò considerata una latitante, non potrò. Certo, prima o poi il regime crollerà».Quando?«Purtroppo non avverrà nel prossimo futuro, perché il regime è molto solido. Non ci sono dubbi che Putin vincerà le presidenziali del 17 marzo. Io le chiamo “le nuove elezioni di Putin”. Non è rimasta più alcuna opposizione, nessuna forza che possa organizzare una rivolta. L’Fsb e le forze di polizia controllano tutto. Nessuna protesta è possibile. Temo che il putinismo non farà che rafforzarsi e che vedremo un ulteriore giro di vite contro l’opposizione. Aspettarsi un’ebollizione all’interno del Paese, ora come ora, è un pio desiderio. La Russia assomiglierà sempre di più alla Corea del Nord. Però ricordiamoci che la rivoluzione in Russia è sempre stata spontanea e improvvisa. E che a scatenarla, più di cent’anni fa, furono le donne».

 Sul Venerdì dell’8 marzo 2024

Fonte LINK: repubblica.it

vedi anche: 
Vera PolitkovskaJa: “Il futuro della Russia sarà scritto dalle donne”