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Fulvia de Luise. Parma 9 marzo 2020. La presunzione di sapere e il bisogno di verità

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Fulvia de Luise
Fulvia de Luise

Fulvia de Luise.
Parma 9 marzo 2020. La presunzione di sapere e il bisogno di verità

Abstract
La presunzione di sapere è un male antico, connaturato con la democrazia e come tale denunciato già da Platone nelle sue molte forme: dalla proliferazione di opinioni inconsistenti e volatili, alla ricerca affannosa di visibilità e di successo (misurato, allora come ora, in follower); dalla crisi di autorità che investe le figure sociali più eminenti (politici, intellettuali e tecnici) all’ignoranza effettiva di chi, occupando posizioni socialmente influenti, si impegna in realtà a intercettare le correnti di idee più popolari, per ottenere un facile successo. C’è da dire che allora i doxosophoi («sedicenti sapienti» o «maestri di opinione»), non avevano il web, con il suo spaventoso potere di far rimbalzare e consolidare le idee peggiori di chiunque, con l’onda d’urto crescente delle emozioni collettive. A tutto ciò Platone contrappone, da un lato, la professione di umiltà del non-sapere di Socrate, dall’altro il buon governo dei filosofi, in una città ideale che rappresenta l’antitesi della democrazia. Ma è difficile immaginare che questo possa bastare a salvare noi, che vorremmo restare democratici. Nel DNA della democrazia sta il valore inaudito del dare la parola a tutti. Ma questo valore sussiste solo se nutrito di alto e diffuso sapere nella comunità civile; solo se sorretto da un investimento costoso in educazione e cultura, che dia a tutti gli strumenti per pensare e il piacere di discutere le proprie e le altrui opinioni. Finché siamo in tempo.

Handout

T1 La democrazia è la più bella delle costituzioni

«C’è il caso» dissi io «che questa sia la più bella delle costituzioni: come un mantello variopinto, ricamato con ogni sorta di fiori, così anch’essa può apparire bellissima, ricamata com’è con tutti i tipi di carattere, E forse» dissi io «molti la giudicheranno appunto bellissima, alla maniera dei bambini e delle donne quando ammirano le cose colorate.» […] «E la tolleranza della democrazia, il suo non rivolgere la benché minima attenzione, o piuttosto il suo disprezzo per ciò di cui noi parlavamo con riverenza quando fondavamo la città […] «Davvero» disse «una nobile costituzione.» «Questi aspetti» dissi «e altri fratelli di questi avrà dunque la democrazia, e sarà, a quanto sembra, una piacevole costituzione, anarchica e variopinta, che distribuisce una sorta di uguaglianza parimenti a chi è uguale e a chi non lo è» (Platone, Repubblica VIII 557 c4-558b7. Traduzione Vegetti)

T2 Il sapere di non sapere di Socrate. E la sedicente sapienza di politici, intellettuali, artigiani

E qual è questa [mia] sapienza? Quella che io direi sapienza umana (anthropine sophia). Realmente, di questa può darsi che io sia sapiente […] Della mia sapienza, se davvero è sapienza e di che natura, io chiamerò a testimone davanti a voi il dio di Delfi. Avete conosciuto certo Cherefonte. Egli fu mio compagno fino dalla giovinezza, e amico al vostro partito popolare […] Or ecco che un giorno costui andò a Delfi; e osò fare all’oracolo questa domanda […] se c’era nessuno più sapiente di me. E la Pizia rispose che più sapiente di me non c’era nessuno. […] Udita la risposta dell’oracolo, riflettei in questo modo: -«Che cosa mai vuol dire il dio? Che cosa nasconde sotto l’enigma? Perché io, per me, non ho proprio coscienza di essere sapiente, né poco né molto. Che cosa dunque vuol dire il dio quando dice ch’io sono il più sapiente degli uomini? Certo non mente, lui; ché non può mentire» – E per lungo tempo rimasi in questa incertezza, che cosa mai il dio voleva dire. Finalmente, sebbene assai contro voglia, mi misi a farne ricerca in questo modo. Andai da uno di quelli che hanno fama di essere sapienti; pensando che solamente così avrei potuto smentire l’oracolo e rispondere al vaticinio: -«Ecco, questo qui è più sapiente di me, e tu dicevi che ero io». Mentre dunque io stavo esaminando costui, -il nome non c’è bisogno che ve lo dica, o Ateniesi; vi basti che era uno dei nostri uomini politici questo tale con cui, esaminandolo e ragionando insieme, feci l’esperimento che sono per dirvi; – ebbene questo brav’uomo mi parve, sì, che avesse l’aria, agli occhi di altri molti e particolarmente di sé medesimo, di essere sapiente, ma in realtà non fosse; e allora mi provai a farglielo capire, che credeva di essere sapiente, ma non era. E così da quel momento non solo venni in odio a colui, ma a molti anche di coloro che erano quivi presenti. E, andandomene via, dovetti concludere meco stesso che veramente di cotest’uomo ero più sapiente io, che l’uno e l’altro di noi due poteva pur darsi non sapesse niente di buono e di bello; ma costui credeva di sapere e non sapeva, io invece, come non sapevo, neppure , neanche credevo di sapere; e mi parve insomma che almeno per una piccola cosa io fossi più sapiente di lui, per questa che io, quel che non so, neanche credo di saperlo. […] Dopo gli uomini politici, andai dai poeti, sì da quelli che scrivono tragedie e ditirambi come dagli altri; persuaso che davanti a costoro avrei potuto cogliere sul fatto l’ignoranza mia e la loro superiorità. Prendevo in mano le loro poesie, quelle che mi parevano le meglio fatte, e ai poeti stessi domandavo che cosa volevano dire; perché così avrei anche io imparato da loro qualche cosa. O cittadini, io ho vergogna a dirvi la verità. E bisogna pur che ve la dica. Insomma, tutte quante le altre persone che erano presenti ragionavano meglio esse che non i poeti su quegli argomenti che i poeti stessi avevano poetato. […] Alla fine mi rivolsi agli artigiani: tanto più che dell’arte loro sapevo benissimo di non intendermi affatto, e quelli sapevo che li avrei trovati intendenti di molte e belle cose. E non mi ingannai: ché essi sapevano cose che io non sapevo, e in questo erano più sapienti di me. Se non che, o cittadini di Atene, anche i bravi artefici notai che avevano lo stesso difetto dei poeti: per ciò solo che sapevano esercitare bene la loro arte, ognuno di essi presumeva di essere sapientissimo anche in altre cose assai più importanti e difficili; e questo difetto di misura oscurava la loro stessa sapienza. (Platone, Apologia di Socrate 20d7-22e1. Traduzione Manara Valgimigli)

T3 La caverna delle ombre. Prigionieri e burattinai

«Dopo tutto questo» dissi «paragona la nostra natura, in rapporto all’educazione e alla mancanza di educazione, a una condizione di questo tipo. Immagina dunque degli uomini in una dimora sotterranea a forma di caverna, con un’entrata spalancata alla luce e larga quanto l’intera caverna; qui stanno fin da bambini, con le gambe e il collo incatenati così da dover stare fermi e da poter guardare solo in avanti, giacché la catena impedisce loro di girare la testa; fa loro luce un fuoco acceso alle loro spalle, in alto e lontano; tra il fuoco e i prigionieri passa in alto una strada, e immagina che lungo di essa sia stato costruito un muretto, simile ai parapetti che i burattinai pongono davanti agli uomini che manovrano le marionette mostrandole, sopra di essi, al pubblico.» «Vedo» disse. «Vedi allora che dietro questo muretto degli uomini portano, facendoli sporgere dal muro stesso, oggetti d’ogni genere e statuette di uomini e di altri animali di pietra, di legno, foggiati nei modi più vari, mentre naturalmente alcuni dei portatori parlano, altri tacciono.» «Strana immagine descrivi» disse «e strani prigionieri.» «Simili a noi» dissi io «Pensi innanzitutto che essi abbiano visto, di sé stessi e dei loro compagni, qualcos’altro se non le ombre proiettate dal fuoco sulla parete della caverna che sta loro di fronte?» […] «Se dunque fossero in grado di discutere tra loro, non credi che chiamerebbero oggetti reali le ombre che vedono?» (Platone, Repubblica VII 514a1-515b5. Traduzione Vegetti)

T4 Il dovere politico del filosofo

«È dunque compito nostro di fondatori» dissi io «di costringere le nature migliori a indirizzarsi verso la conoscenza che prima abbiamo definito la più alta, cioè a vedere il buono e ad ascendere per quella ascesa; e una volta che siano saliti e l’abbiano adeguatamente veduto, di non concedere loro ciò che oggi viene concesso.» «E cioè che cosa?» «Di rimanere lassù, di non voler ridiscendere presso quei prigionieri, per condividerne le prove e gli onori, meschini o seri che siano.» «Ma allora faremo loro ingiustizia, li faremo vivere male quando è loro possibile una vita migliore?» «Di nuovo dimentichi» dissi, «amico, che alla legge non importa che un solo gruppo goda nella città di uno straordinario benessere, ma che essa si sforza di diffondere questo benessere nella città intera, armonizzando i cittadini sia con la persuasione sia con la forza, facendo sì che essi si scambino reciprocamente i servizi con cui ognuno sia in grado di rendersi utile alla comunità, e formando essa stessa uomini simili, non perché a ciascuno sia concesso di volgersi alle occupazioni che preferisce, ma per valersene ai fini della coesione della città.»
(Platone, Repubblica VII 519c8-520a4. Traduzione Vegetti)

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