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La « Congiura dei Mediocri »

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La mediocratie di Alain Deneault

di Enrico Votio Del Refettiero

Una « Congiura dei Mediocri » in salsa francese 

Ecco un libro che davvero vorrei aver scritto io: “La Médiocratie” di Alain Deneault, pubbicato in terza edizione in formato tascabile dall’editore canadese LUX nel settembre 2016 dopo due fortunate edizioni apparse nel 2013 e nel 2015. L’autore è dottore in filosofia all’Università Paris-VIII e, se il buon giorno di vede dal mattino, val davvero la pena di approfondire e leggere le sue precedenti opere, tutte dedicate a vario titolo a Economia e Finanza – o meglio quello che il mondo d’oggi intende per Economia e Finanza – ovvero Offshore (2010), Paradis sous terre (2012), Gouvernance (2013) e Paradis fiscaux (2014). 

Si tratta, nel caso del libro in questione, di un approfondita analisi della conquista del potere da parte dei mediocri, come con molta chiarezza l’autore annuncia fin dalla folgorante apertura dell’introduzione, che qui cito per intero (la traduzione in italiano è la mia): “Non siate ne’ fieri ne’ spirituali e nemmeno a vostro agio, rischierete di sembrare arroganti. Attenuate le vostre passioni, fanno paura. E soprattutto nessuna ‘buona idea’, la pattumiera ne è piena. […] I tempi sono cambiati. Non c’è stata alcuna presa della Bastiglia, nulla di comparabile all’incendio del Reichstag e l’Aurora non ha tirato nessuna cannonata. Eppure, l’assalto è ben iniziato e anzi già coronato dal successo: i mediocri hanno preso il potere. La principale competenza del mediocre? Riconoscere un altro mediocre”. 

Parte da lontano Deneault per delineare la storia di questa conquista del potere e cita addirittura una davvero profetica opera di Karl Marx, uno degli autori più geniali, e per questo più citati ma meno letti della storia, e in particolare la sua Introduzione generale alla critica dell’economia politica nella quale – siamo nel 1857 – fa una riflessione che parrebbe scritta ieri per la prima pagina di un quotidiano apparso in edicola questa mattina: “L’indifferenza riguardo a un particolare lavoro crrisponde a una forma di società nella quale gli individui passano con facilità da un lavoro all’altro e nella quale il determinato genere di lavoro pare loro fortuito e, di conseguenza, indifferente”.

Tra le sue fonti ritroviamo poeti (e in particolare l’amico di Faubert, quel Louis Bouilhet che sibilava « … vomissements économiques […] je vous exècre de toutes les puissances de mon âme! »), sociologi (come Hans Magnus Enzensberger e il suo saggio Mediocrità e follia), ma anche colleghi universitari come Christy Zhou Koval, che “… presenta i lavoratori esigenti verso se’ stessi come dei soggetti quasi responsabili del fatto che si finisca per abusare di loro; la loro propensione al lavoro ben fatto e il senso ampio della responsabiltà passano ormai per un problema”. Pericolosi “psicorigidi” li definirebbero gli odierni soloni della società liquida votata al divertimento e alla vacua ricerca della facile felicità.

In politica poi questa mediocrità eretta a sistema si identifica con quello che l’autore definisce – con una bellissima ed inedita formula – “l’estremo centro”: il luogo dove siamo tutti incitati a considerare come inevitabile quello che si rivela inaccettabile e come necessario quello che consideriamo istintivamente rivoltante. In una parola, quel luogo dove diventiamo tutti degli idioti. E chi non ricorda qui l’accorata esortazione “votiamo la DC turandoci il naso” di montanelliana memoria?

Il saggio si articola in quattro ampi capitoli. Il primo analizza “Il sapere e le competenze”, e in particolare la relazione incestuosa tra Università e aziende finanziatrici, che finisce per inquinare dalle fondamenta la credibilità dei risultati delle ricerche da esse prodotte; tanto da affermare, invero piuttosto sconsolato: “Oggi gli studenti non sono più quei consumatori dell’insegnamento offerto dai campus, sono passati al rango di prodotti essi stessi”. E la mediocrità finisce per installarsi anche in quegli ambienti di ricerca che dovrebbero invece essere opifici di eccellenza. I seguenti due sono significativamente intitolati “Il commercio e la finanza” e “La cultura e la civilizzazione” : denominatore comune l’analisi della immensa, insaziabile avidità degli operatori che in questi campi non operano per il bene comune ma per un profitto sempre più smisurato, miope e offerto esclusivamente a una minuscola élite. 

Il libro termina con “La rivoluzione”, programmaticamente il capitolo più breve di tutti, al principio del quale l’autore pone una illuminante citazione dal discorso con il quale Albert Camus riceveva il Premio Nobel per la letteratura nel 1957 (anche qui, e me ne scuso coi lettori, la traduzione è la mia): “Oggi tutto è cambiato, perfino il silenzio acquisisce un senso formidabile. A partire dal momento in cui l’astensione è considerata come una scelta, punita e lodata in quanto tale, l’artista – che lo voglia o no – è “imbarcato”. “Imbarcato” mi pare qui più giusto di “impegnato”. Non si tratta infatti per l’artista di un impegno volontario, ma piuttosto di un servizio militare obbligatorio. Ogni artista è oggi impegnato nella navicella del proprio tempo”. E continua affidando alle riflessioni niente meno che dell’Aristotele della Fisica la speranza che dalla “corruzione” del seme possa finalmente nascere il grano di una società nuova, prima che sia troppo tardi, ovvero prima che venga portato a termine il processo perverso per cui gli Stati vengono addrittura privati della propria sovranità da gruppi industriali e finanziari che grazie alla totale deregulation garantita dalla globalizzazione operano da troppo tempo in maniera “transnazionale”, che poi significa indipendente dai quadri legislativi di riferimento degli Stati. Un processo che in effetti non minaccia la Democrazia, ma ha ormai messo la minaccia a esecuzione. E par di capire che, in questo contesto quasi escatologico, all’arte e agli artisti spetti un ruolo importante e che ancora una volta – e per dirla con Dostoevski – “la bellezza salverà il mondo” Ossia “Vivere in rivolta cosciente contro l’assurdo.

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