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LA MODA CHE PIACE AGLI ANIMALI

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(da Bellezza Etica, etica della bellezza di Teresa Giulietti – edizioni Cosmopolis)

Migliaia di anni dopo essere usciti dalle caverne, molti di noi vestono ancora con pelli di animali, il che non ci fa onore. Ci vantiamo di esserci evoluti, di navigare via Internet, di avere esplorato pianeti lontanissimi, eppure vestiamo ancora allo stesso modo dei nostri antenati di Neanderthal.

Qualcosa sta cambiando? Certo che sì, molto lentamente in Italia, un paese tradizionalmente poco avvezzo alle trasformazioni, ma con risvolti ragguardevoli per quanto concerne altre realtà europee, in primis la Gran Bretagna, pur sempre patria della prima comunità vegana.

Siano motivati da convinzioni etiche o utilitaristiche a noi – difensori dei diritti degli animali – almeno sull’immediato importa marginalmente; fatto sta che ad oggi molti stilisti hanno detto stop! all’uso delle pellicce e più in generale degli animali per impreziosire (?) le loro collezioni. E’ dagli anni 60 che nel mondo – e soprattutto nel mondo della moda – si è tentato di trovare un degno sostituto del pelo vero, dopo che alcune specie in via di estinzione sono state messe sotto protezione. Sono certa che molti di voi si staranno domandando se l’uomo e il mercato della moda davvero non potrebbero fare a meno delle pellicce e dei suoi surrogati. Altro che “nella moda è già stato inventato tutto!”, è proprio adesso che inizia la grande sfida. Personalmente trovo che l’idea di dover garantire una perfetta imitazione della morte sia già in partenza abominevole e fallimentare. Non sarebbe più bello, oltre che più giusto, dimenticarsi una buona volta della pelliccia e intraprendere incursioni innovative, più rispettose della Vita? Progresso, innovazione, modernità, almeno nella moda potrebbero convivere con senso etico e giustizia. Non è da sottovalutare la moda, e non solo perché attorno ad essa gravitano interessi e maestranze, ma perché tutti la indossiamo, ogni giorno. Indossare una moda etica potrebbe – e può – sostenere e avvalorare scelte e gesti etici nei più svariati ambiti: del sapere, del vivere, della bellezza.

Gli anni 80, per quanto funesti rispetto a tante tematiche, hanno visto la nascita e la diffusione di movimenti animalisti, primo fra tutti l’Alf in America con le sue azioni forti e avvincenti di denuncia e liberazione di animali, tanto dagli stabulari di vivisezione che di quelli destinati al mercato della pelliccia. Campagne incisive e convincenti si sono succedute, lasciando inevitabilmente un segno tra le nuove generazioni, ed anche tra le maison di moda che si sono sentite in dovere di prendere una posizione più chiara. Grazie ad articoli, denunce e documentari, gli stilisti sono come emersi dall’oblio dorato in cui erano stati collocati da mass media e abbienti fruitori, ritrovandosi loro malgrado smascherati. Dietro al bello e al lusso si nascondevano, allora, simili torture perpetrate su inermi cincillà, visoni, lapin, castori, volpi, foche, conigli? E loro, facendo sfilare quei cadaveri ne consentivano l’abominevole uccisione, anzi, ne erano in buona parte i responsabili. Quando si arriva in alto, è giusto assumersi le proprie responsabilità; chi sta in basso ne ha di meno, è una legge della fisica. Così come è vero che, quanto più è scomoda una verità, tanto più è utile che venga detta. Ed era ora che la verità riguardante l’ignobile mercato della pelliccia venisse gridata, ripresa, filmata, sbandierata. Certo, c’è chi non ha fatto nulla, spostando semplicemente lo sguardo da un’altra parte, temendo di perdere acquirenti e lauti introiti. E lo hanno fatto in molti: stilisti, allevatori, conciatori, giornalisti e agenzie pubblicitarie, personaggi di rilievo dello star-system e della politica, ingenui consumatori, ma prima fra tutti: le istituzioni. Dopo denunce scandalo e forti azioni a difesa degli animali, molti stilisti hanno pensato bene di adottare una nuova strategia di mercato, quella che io chiamo di ‘cinica minimizzazione della materia prima’ seguitando, cioè, a far sfilare animali morti in passerella, ma anziché sottoforma di pellicce da sera, come accessori o dettagli di giacche e cappotti, rifiniture interne e manicotti, colletti e sciarpine. Il che non fa alcuna differenza, dal momento che ogni pezzetto di pelliccia o capo di abbigliamento contenente anche solo un piccolo inserto di ex-vita, sono l’esito finale di straziante dolore e sofferenza.

Peta ha proposto campagne con slogan gridati e testimonial d’eccezione; nel 1994 ha messo in posa le più famose top model: Christy Turlington, Cindy Crawford, più di recente Eva Mendes, Penelope Cruz e Elisabetta Canalis (che poi, ed è storia recente, ha deciso di firmare un contratto milionario con Pantene, figlia di P&G, una delle multinazionali più boicottate dagli animalisti, divenuta simbolo dello sfruttamento animale) fotografate nude con la sola scritta: “I’d rather go naked than wear fur!” (meglio nuda che con una pelliccia). L’elenco degli stilisti e delle aziende che hanno deciso di bandire l’uso degli animali, si allunga, grazie a Dio! Ad oggi 298 per la precisione: da Calvin Klein, a Stella McCartney, Vivienne Westwood, Kenneth Cole, Tommy Hilfiger, Lacoste, Levis, Timberland, Benetton, Stefanel, Diesel, Converse, H&M, Zara, Palais Royal, tra i nostri stilisti italiani, la bolognese Elisabetta Franchi e Renato Castro, da sempre impegnato nella causa animalista. Vale la pena di acquistare un capo di Castro anche soltanto per la bellissima frase che ha voluto far stampare sulle etichette di ogni capo: “Se vi capiterà di guardare un animale negli occhi, capirete come sia mostruosa l’idea di togliergli la pelle per mettervela addosso”.

Stella Mc Cartney, sfilata primavera estate 2013

Fur free Retailer. La presenza di prodotti animali nel nostro guardaroba significa che il potere di proteggere gli animali da simili brutalità è assolutamente nelle nostre mani. Ormai, è evidente come il mercato, specie quello della moda, sia sempre più attento alle richieste del consumatore, ad oggi più consapevole e informato rispetto soltanto a quello di una generazione fa. Gli stilisti che hanno scelto di non impiegare gli animali fanno parte del Programma della Fur free Retailer, una coalizione di 40 organizzazioni animaliste nel mondo. Come afferma Stefano Pavesi, responsabile per la campagna contro le pellicce della LAV, “in questo modo si ottiene il marchio con la volpina e la dicitura ‘Fur free Retailer’. Una garanzia per il cliente che il capo acquistato non contiene pelo animale”. Il 2012 è stato un anno particolarmente magnanimo nei confronti degli animali e di una moda più etica, lo dimostrano le oltre 50 nuove adesioni da parte di aziende sia produttrici che distributive; Asos, il più grande operatore e-commerce del Regno Unito distribuisce capi in 190 paesi, la sua adesione al Programma Fur free appare, dunque, come una grande vittoria, così come quella da parte di Cos (Collection Of Style), il brand della svedese H&M. La sensibilità animalista pare avere contagiato anche West Hollywood, una delle città più famose al mondo per lo shopping di stralusso, approvando una legge che entrerà in vigore dal settembre 2013, la quale vieta ai commercianti di mettere in commercio pellicce vere. Ci sono stilisti che negli ultimi anni stanno dimostrando un notevole potenziale creativo, come la londinese Suzanne Lee che, partendo da una bevanda a base di tè fermentato, zucchero e lievito, ha inventato il cuoio vegetale da tagliare, modellare e colorare a piacere. Le sue scarpe e i suoi bomber hanno un ciclo di vita piuttosto breve rispetto alle tradizionali giacche: 5 anni e poi si auto degradano. Il che è strabiliante dal momento che non andranno ad inquinare l’ambiente. La stilista britannica Katharine Hamnett, nata nel 1947 e figlia di un console grazie al quale ha viaggiato in lungo e in largo per l’Europa, ha fatto della moda ecologica il suo cavallo di battaglia. Divenuta famosa con le sue t-shirt con slogan provocatori, dal 1989 ha cominciato a fare ricerche sull’impatto devastante che la coltivazione del cotone geneticamente modificato ha sull’ambiente e sulla salute degli agricoltori, attuando un vero cambiamento di rotta. Dopo aver ripreso il controllo della sua linea, ormai prodotta sotto licenza, ha rilanciato il suo brand sotto il nome Katharine E Hamnett, dove E sta per etica. Cominciando a produrre abbigliamento soltanto con cotone organico, coltivato senza uso di pesticidi, si è impegnata a diffondere la consapevolezza della produzione etica nel mondo della moda, partecipando a convegni e supportando le organizzazioni dei piccoli coltivatori di cotone organico. La sua successiva collaborazione con la grande catena di distributori Tesco è stato un grande successo e questo progetto ha dato la possibilità a molti consumatori di acquistare a prezzi convenienti l’abbigliamento in cotone organico1. Le gemelle Umann, berlinesi di nascita, dopo aver lavorato per anni nel campo della moda, nel 2009 hanno deciso di creare la loro etichetta ‘vegan’ in linea con uno stile di vita che condividono da tempo. Nel cuore di Berlino hanno aperto una boutique 100% cruelty free da cui sono banditi tutti i prodotti di origine animale: pelliccia, cuoio, pelle, lana, seta, cashmire, per far spazio a materiali liberi da sofferenza: fibre derivanti dalle proteine della soia e fibre del legno, del bamboo e delle alghe, poliestere riciclato; abiti zen che risentono della loro passione per lo yoga, colori base come il nero, il bianco e il grigio. Anche il negozio è stato interamente realizzato con materiali sostenibili. Inoltre, parte del ricavato viene abitualmente devoluto alla lotta contro l’estinzione del delfino fluviale delle foreste colombiane. La designer Natalie Dean e la stilista Heather Whittle hanno fatto del rispetto dell’ambiente e della vita di ogni essere vivente il punto di forza della loro produzione, le scarpe del loro marchio: Beyond Skin sono del tutto realizzate senza pelle-ex-vita. Materiali come il poliuretano, la microfibra e il poliestere imitano e sostituiscono completamente i tradizionali tipi di pellame, quelli che chi ama a 360 gradi la Vita vorrebbe vedere addosso agli animali, e non ai propri piedi. A chi ha sempre creduto che scarpe bio e cruelty free significasse linee stantie e bruttine, consiglio di farsi un giro a gratis sul loro sito (www.beyondskin.co.uk)… scarpe sciccosissime e molto sexy dal tacco a spillo per le amanti del glamour, fantasie animalier, tinte accese o più sofisticate, insomma: ce n’è per tutti i gusti! Etica e bellezza non cominciano a sembrarvi una cosa sola?

E l’Italia, culla della moda? Se paesi come la Gran Bretagna, la Germania, l’Olanda, sembrano guidare la grande nave della moda etica, nella gloriosa Italia dell’Haute couture di Gucci, Valentino, Armani, è davvero difficile trovare brand tanto attenti alla Vita. New York offre una vastità incredibile di scuole in cui imparare una moda rispettosa dell’ambiente, tra queste la famosa ‘Parsons The New School Of Design’ che ha da poco lanciato il primo concorso di “zero-waste-fashion”. Mentre il London College of Fashion ha addirittura un centro per la moda sostenibile e al Chelsea College of Arts dal 1996 esiste un progetto dedicato allo studio e alla lavorazione di tessuti ecologici. Cosa accade nel bel paese? Allo IUAV di Venezia, il nuovo corso di laurea in Design della moda prevede qualche lezione di ‘industria della moda e sostenibilità’ mentre all’Accademia Naba di Milano c’è, finalmente, il corso di ‘moda etica’. Inutile dire che ci aspettiamo molto di più dalle nostre istituzioni e da chi tiene le redini del mercato. Chiara Righi, manager di Terre di mezzo2, sostiene che “per avere il suo boom definitivo, la moda etica dovrebbe fare come l’agricoltura biologica che da fenomeno di nicchia è diventato di massa perché la gente si è convinta che gli faceva bene. La sfida per la moda è capire come diventare davvero benefica”.

Moda. Un’epidemia creata ad arte.

(George Bernard Shaw)

1 Katharine ha realizzato anche una collezione di costumi da bagno Save the Sea in collaborazione con Yooxygen, un progetto di yoox.com. Insieme con un altro brand eco, Environmental Justice Foundation ha realizzato le Save the future t-shirt per attirare l’attenzione sulla difficoltà di produzione di cotone in Uzbekistan.

2 Falacosagiusta.terre.it