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M5S, parlamentari contro Di Maio. Fico ferma la rivolta: si va avanti

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Una nota di sconfessione del leader da parte di un gruppo di eletti era già pronta. Poi il presidente della Camera chiama il premier incaricato. L’iniziativa si ferma: “Non spacchiamoci adesso”

Nel dietro le quinte del M5S la conferenza stampa del capo politico che improvvisamente stava mandando a monte il difficile lavoro di cucitura col Pd veniva commentata come “raggelante”, con annesse considerazioni tipo “ormai è fuori controllo”; e poi pesanti critiche ai suoi comunicatori e consiglieri, “che sanno solo fare la guerra e alzare la tensione”. Tanto che vista l’aria, con le chat impazzite e il rischio di una deflagrazione interna, il presidente della Camera Roberto Fico si è sentito direttamente con il presidente del Consiglio incaricato per capire cosa stesse succedendo davvero e avere rassicurazioni sul fatto che Di Maio non volesse rompere o sabotare la trattativa.

“Ora non è il momento di spaccarci, le cose si sistemeranno, fidiamoci della mediazione di Conte”, ha spiegato Fico ai suoi. Tra l’altro va ricordato che i decreti sicurezza difesi da Di Maio nel suo intervento alla Sala dei Busti erano stati mal digeriti da un bel pezzo dei 5 Stelle, con alcuni che si erano rifiutati di votare la fiducia al provvedimento leghista.

Rimane però il fatto che il Movimento è più che altro una polveriera. Altro segnale per rendere l’idea: sempre dopo la conferenza stampa dell’ex vicepremier e la successiva dura reazione del Pd, a svariati big dei 5 Stelle è stato dato il “consiglio” di uscire con comunicati e messaggi social di sostegno a Di Maio. È la seconda volta che accade negli ultimi tre giorni.

“Di Maio ha interpretato alla perfezione il sentire del Movimento e della sua responsabilità” (Barbara Lezzi); “Ci sono punti programmatici per noi irrinunciabili, come ha chiaramente detto Di Maio” (Gianluca Vacca); “Ma scusate, cosa avrebbe dovuto dire Di Maio dopo le consultazioni con Conte?” (Carlo Sibilia); “Di Maio, ancora una volta, oggi ha voluto parlare di temi e di programma. E che fa il Pd? Si irrita. Sarebbe da ridere se di mezzo non ci fosse il Paese” (Stefano Buffagni).

Il comportamento del capo politico ha tre possibili letture: alzare la posta per mettere pressione a Conte, facendogli capire che non può pensare di comandare senza passare dal M5S; alzare la voce per convincere la base, assai scettica, della bontà del nuovo governo, vista la paura diffusa che Rousseau bocci il quesito (“Quando facciamo il Movimento la base si infiamma!”, scrivevano in una chat i fedelissimi del leader dimezzato); oppure tirare la corda per tornare a elezioni, visto che – e questo non è un segreto – l’alleanza coi dem per Di Maio è considerata una specie di evento luttuoso.

“Qui non è questione di ultimatum – recitava la nota del capo politico diramata alle sette di sera – qui il punto è che siamo stanchi di sentir parlare tutti i giorni in ogni trasmissione di poltrone e toto-ministri. L’ho detto e lo ripeto: contano i programmi, le soluzioni, le idee. Il M5S non svende i suoi principi e i suoi valori su ambiente, lavoro, imprese, famiglie. Serve concretezza. Poche chiacchiere e basta slogan. Bisogna lavorare per gli italiani e bisogna farlo in fretta. Noi abbiamo venti punti. E vogliamo che entrino nel programma di governo”.

Chi invece sembra ormai con un piede fuori dal M5S è Gianluigi Paragone, il quale sul suo profilo Facebook ha lanciato un sondaggio fai da te per il sì o il no all’accordo coi dem. Qualche ora dopo un altro deputato, Marco Rizzone, ha a sua volta scritto un post per chiedersi se Paragone fosse già passato all’opposizione, con annesse foto del senatore con Salvini e di un mojito. Tra i “like” raccolti, dopo neanche mezz’ora c’erano quelli di ben otto colleghi parlamentari. 30 AGOSTO 2019
Fonte Link: repubblica.it