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Riccardo Orioles, I Siciliani: Senti un po’; “Buonisti”, ok. Ma uniti?

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I SICILIANI settembre 23 PDF

Riccardo Orioles

Senti un po’

Pare che le cose in Italia non vadano tanto bene: libertà per i ricchi, disperazione ai  poveri, analfabetismo morale, paura, in più fascismo e in più ancora… mafia.

Mafia non più come semplice delinquenza, ma proprio come potere forte e invasivo (unico in Europa). E poi giustizia “riformata”, ragazzi circondati, donne ammazzate, violenza. Stato sociale addio, cronisti imbavagliati e… zitto e taci.

Noi dei “Siciliani”, come sapete, ci opponiamo da sempre a tutte queste cose.

* * *

Noi non siamo un partito, siamo un pezzo di società. Non abbiamo potere, non ne vogliamo e non ne abbiamo mai avuto. Il nostro lavoro è semplicemente di dare voce a chi non ne ha, spesso l’abbiamo fatto, e a volte anche con l’aiuto di te che leggi.

Dobbiamo ricominciare a correre: il momento è ora, ora servono quelli come noi. E anche come te. Cominciamo a sentirci, no? C’è Zoom che pare fatto apposta per questo. Possiamo cominciare a chiamarti per la prossima riunione? Quando ti va bene?

 

“Buonisti”, ok. Ma uniti?

Italians fascisti! dicono fuori. E spesso lo pensiamo anche noi. Ma non è vero. I voti “fascisti” (scusate: dovevamo dire “di destra”) sono meno della metà, e non è la metà dei cittadini ma la metà di quelli, molto meno del solito, che sono andati a votare. Diciamo – fra fascisti di testa, fascisti di pancia e fascisti di portafogli – circa uno su tre. Ma allora com’è che c’è questo governo fascista (scusateci un’altra volta: si dice “di centrodestra”) e quest’aria fascista che ammorba tutto?

Donne a terra, operai decimati, famiglie nei guai, gioventù cancellata? E la parola Italia, che per duemila anni è stata piazza dei popoli e calderone del mondo, com’è che ora fa sogghignare o fa paura?

I fascisti (scusateci ancora), che di solito non brillano per testa, stavolta ne hanno azzeccata una. Un  concetto magnifico, perfetto nella sua semplicità: la parola “buonisti”. Papi e centri sociali, ragazze in minigonna e professori occhialuti, studenti vociferanti e lavoratori a viso scuro, tutti uniti da questa orrenda parola, da ciò che una volta eravamo e ora ci vergognamo d’essere ancora.

“Buoni” (cioè deboli, ingenui, “italiani”) contro “non-buoni” (cioè grandi, grossi e cazzuti). Coi  vari sinonimi usati di volta in volta, che tutti coprono insicurezze, e inconsce invidie, e paure.

Com’è che perdono i “buoni” e vincono, o sembrano vincere, gli “antibuoni” i “cattivi”? Semplice: il branco, l’orda, è più facile da costruire che la città. Ha impulsi elementari, ha interessi, ha l’etica del capo che rende massa malleabile tutto. I buoni sono individui singoli, evoluti, non più branchi vocianti ma esseri raziocinanti e parlanti. Questo li rende divisi, felicemente divisi, e chiede uno sforzo grandissimo, davvero darwiniano, per arrivare a unità. Avete idea di quel che c’è voluto per cacciare un mammut, per fabbricare una zattera, per scambiarsi un fuoco? Tutte cose che o le fai insieme o non le puoi fare per niente. E “insieme” è una parola terribile, costellata di liti, estraneità, diffidenze.

E questi siamo noi. Abbiamo un obiettivo forte e chiarissimo: il fascismo, che ora è anche mafia, e questa è vulnerabile nel suo ventre molle. Che è la sua finanza quasi ufficiale, i soldi esposti a tutte le armi possibili della democrazia. E la democrazia siamo noi, anche quando siamo divisi o dormiamo.