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Rovinati dai vaccini, testimonianze. Intervista con il ricercatore Maurizio Zanetti

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prof. Maurizio Zanetti
prof. Maurizio Zanetti

NOI, ROVINATI DAI VACCINI ORA VI CHIEDIAMO VERITÀ

Si chiamano Giovanni, Francesco, Michele, Tony e Giuseppe. Raccontano il loro dolore: «Qualcuno ne risponda». L’immunologo Frajese: «Mi candido per fare luce. Subito una commissione d’inchiesta» Ricercatore rivela: «L’mRna? I difetti di quel sistema erano noti a tutti»

Le reazioni avverse al vaccino sono più numerose dei dati ufficiali. E hanno distrutto la vita di tante persone che hanno perso salute e lavoro, e ora non riescono a sbarcare il lunario. Dimenticati anche dallo Stato che ha reso l’iniezione obbligatoria. Come dimostrano queste drammatiche storie

«Mi sento intrappolato in un corpo che non è il mio. Sono costretto a vivere una vita che non mi appartiene». Questo è il filo che unisce le storie di chi, dopo essersi sottoposto alla vaccinazione contro il Covid, ha sviluppato degli effetti avversi. Una puntura e ti risvegli privato della salute, della forza fisica e mentale per affrontare le giornate, lavoro compreso. E così oltre al danno, quello evidente che ha colpito il corpo, se ne crea anche un altro: quello lavorativo.
Spesso i danneggiati mentre lottano per guarire cercando medici in grado di curarli, perdono anche la loro occupazione e di conseguenza, lo stipendio. Si innesca una spirale negativa in cui tutta la vita viene distrutta pezzo dopo pezzo, nella più totale indifferenza e solitudine, perché quello del vaccino è un meccanismo troppo perfetto che non ammette che qualcosa possa andar storto. Eppure qualcosa è sfuggito al controllo, l’ingranaggio si è inceppato, ci sono persone che da oltre un anno hanno smesso di vivere realmente,

Francesco Schenone
«Vertigini e tachicardia A 28 anni non ho un futuro»
Costretto ad abbandonare tutte le attività dopo la prima dose
 «La mia era una vita normalissima, a 27 anni pensi di avere tutto il tempo che vuoi per realizzare qualsiasi cosa, ora invece non riesco neanche a immaginare come sarà il futuro». Francesco Schenone ora ha 28 anni, sono passati più di 12 mesi da quell’unica dose di vaccino che gli ha portato via tutto. «Sono sempre stato super attivo, ho iniziato a lavorare a 18 anni perché volevo avere la capacità economica di conquistare le mie cose da solo. Facevo il fruttivendolo e allo stesso tempo suonavo la batteria in una band, i soldi guadagnati li investivo per studiare musica a Milano». Francesco è di Recco (Genova). Il 4 giugno dello scorso decise di vaccinarsi in un Open day, quelle giornate aperte a tutti, anche a chi non aveva ancora l’età per accedere alla vaccinazione, quando ancora i vaccini erano pochi e si dava precedenza alle fasce d’età più a rischio. «Mi sono immunizzato prima dei miei coetanei perché mio papà è un soggetto fragile, volevo proteggerlo. Credevo davvero nel vaccino, pensavo fosse la soluzione per poter uscire dall’incubo della pandemia, invece sono sprofondato io in un incubo senza via d’uscita » . È bastata una sola dose: Francesco già dopo poche ore ha iniziato ad avere strani spasmi muscolari. Pensava passassero, ma non è stato così. Dopo tre giorni doveva suonare con la sua band, ma il braccio non rispondeva, e così non ha potuto esibirsi. Intanto hanno iniziato a manifestarsi altri disturbi: acufeni, vertigini e una strana tachicardia. «Per un po’ ho continuato a lavorare, stringevo i denti, cercavo di resistere, non volevo accettare quello che mi stava succedendo. Intanto continuavo a fare visite specialistiche. Dopo un mese e mezzo, però, ho smesso di lavorare, non ero più in grado. C’erano momenti in cui avevo una tachicardia fortissima e poi venivo travolto dalle vertigini, così forti da non riuscire a stare in piedi». Dopo tutti gli esami, a Schenone è stata diagnosticata una pericardite post-vaccino e la Pots, una patologia neurologica che colpisce il cuore e causa proprio quelle vertigini così invalidanti che lo hanno costretto ad abbandonare tutte le sue attività, lavoro compreso. «Ho 28 anni e non so se sarò più capace di lavorare, non so se potrò più riprendere a suonare la batteria, se sarò in grado di ricominciare a studiare musica, dovendo arrivare fino a Milano. Ora tutto mi sembra difficile, ho perso completamente la mia spensieratezza. Mi manca poter uscire di casa senza avere la paura di stare male».
Marianna Canè

 

Giovanna Viotto
«Volevo tutelare i pazienti ma nessuno ha protetto me»
Due paralisi, addio occupazione: troppe assenze per malori
«Il mio è stato un vero e proprio calvario. Accanto alla disperazione di non capire che cosa stesse succedendo al mio corpo, c’era anche quella di cercare un modo per sostenere me e mia figlia. Mi sono sentita abbandonata, sono tutt’oggi completamente abbandonata, eppure la mia unica colpa è stata vaccinarmi». Ha le lacrime agli occhi Giovanna Viotto, 53 anni, di Biella, mentre ripensa a tutto quello che ha passato. Una figlia adolescente da mantenere e la possibilità di lavorare cancellata così, di netto, con un colpo di spugna. «Sono un’operatrice sociosanitaria, accudisco i malati. Ho sempre lavorato in ospedale e a domicilio, mi sono vaccinata perché mi è stato detto che serviva a protegge i pazienti, e quindi non mi sono tirata indietro. Peccato che nessuno abbia protetto me». Il danno da vaccino si è manifestato subito dopo la prima dose. Ha iniziato ad avere dei forti dolori muscolari in tutto il corpo, dopo tre giorni non riusciva a camminare bene. E poi dopo dieci giorni è arrivata la paralisi totale. «Stavo pranzando con mia figlia, a un certo punto non sono più riuscita a muovere gli arti. Le gambe immobili, le braccia sono cadute lungo il corpo, il collo si è irrigidito portando la mia testa all’indietro. Ero terrorizzata. Imprigionata in un contenitore che non rispondeva ai miei comandi. Sono state le ore più lunghe della mia vita, respiravo, ero cosciente, ma completamente bloccata». Dopo tre ore e mezzo e una siringa di cortisone e antistaminico, Giovanna ha ricominciato a muoversi. Ma il giorno dopo ha avuto un’altra paralisi. È stata portata in ospedale ed è iniziata la solita trafila tra esami e risonanze. «Non ho camminato per sei mesi, e ovviamente ho perso il lavoro, ma oltre al danno, la beffa. Quando ho iniziato a star meglio, mi è stato detto che non avrei potuto più fare l’oss nonostante l’esenzione. Per accudire i malati ci vuole il ciclo completo vaccinale con tanto di terza dose, io mi sono fermata alla prima». E così Giovanna a 53 anni ha dovuto reiventarsi, ha fatto la cameriera, l’aiuto cuoco, le pulizie, ma ogni volta è stata licenziata per le troppe assenze. La sua salute non è più quella di prima, gli è stata diagnosticata anche la pericardite post-vaccino. «Non so davvero come poter uscire da questa situazione, vorrei solo che qualcuno mi aiutasse. Io non ho scelto di stare male e neanche di non poter più fare il lavoro che ho sempre fatto. Ho solo ascoltato la scienza e mi sono vaccinata».
Marianna Canè

 

Giuseppe Sanacore
«Ho perso i sensi, da allora sono sulla sedia a rotelle»

Per i medici aveva patologie nascoste che si sono svegliate n «Ho lavorato nei cantieri navali per trent’anni, sono partito dal basso e pian piano ero diventato responsabile di produzione, gestivo il magazzino. Sembra banale dirlo, ma amavo il mio lavoro, entravo per primo, uscivo per ultimo, lo sforzo fisico non mi ha mai spaventato, almeno fino a un anno fa. Ora non ho più nulla, non posso neanche alzarmi in piedi». Giuseppe Sanacore ci viene incontro sulla sua sedia a rotelle, 56 anni, la maggior parte passati tra le barche e il mare che bagna Fano. Nei suoi occhi un’enorme tristezza e il ricordo di quello che era prima del vaccino contro il Covid. «Sono sempre stato un soggetto allergico», racconta, «non posso mangiare crostacei e arachidi, il polline mi scatena l’allergia, ovviamente avevo segnalato tutto questo ai medici vaccinatori, ma l’iniezione me l’hanno fatta comunque». La prima dose non ha avuto grandi conseguenze, per Giuseppe, il solito dolore al braccio, nulla di più. È stata la seconda a distruggergli la vita. «Chi mi ha vaccinato, dopo aver sentito delle mie allergie, mi ha consigliato di aspettare almeno mezz’ora nella sala d’attesa dopo l’iniezione, e così ho fatto. Per fortuna ero lì e non alla guida, perché altrimenti non so cosa sarebbe potuto succedere». Dopo 25 minuti, infatti, gli si è annebbiata la vista, neanche il tempo di riuscire a chiamare aiuto e ha perso conoscenza. L’arrivo dell’ambulanza, la corsa in ospedale e poi ben 14 ore di buio profondo, in cui Giuseppe non è riuscito a svegliarsi. Poi finalmente ha riaperto gli occhi, ma non riusciva più ad alzarsi dal letto. Dopo tre giorni ha provato a mettersi in piedi sorretto da un’infermiera, ma appena la donna ha lasciato le sue mani, è caduto per terra. Così è iniziato il lungo calvario fatto di analisi, visite mediche specialistiche e Tac. L’unica certezza è che le sue gambe hanno perso forza e nonostante tutti gli accertamenti – il ricovero in ospedale è durato quasi un mese – i medici non hanno trovato una cura. «Mi è stato detto che avevo patologie nascoste che con il vaccino sono esplose, anche se non hanno ancora individuato di cosa si tratti. È passato un anno e io continuo a non capire cosa sia accaduto al mio corpo, non riesco a rassegnarmi a una vita così». Ora però il problema, oltre che fisico è diventato anche economico. «Sono qui, sulla sedia a rotelle, privato di tutto, anche del mio lavoro. Mi ero messo in malattia, ovviamente, ma quando è finita sono stato licenziato. Sono diventato un disabile che a 56 anni cerca un lavoro e non sa come mantenere la sua famiglia. Sono stato danneggiato dal vaccino e nessuno vuole aiutarmi, lo Stato non sa neanche che esisto, come farò a sopravvivere?»
Marianna Canè

 

Michele Pavan
«È come se la pelle bruciasse e presto sarò disoccupato»

Infermiere non viene creduto, l’ultimo stipendio è di 330 euro
«È stata una cosa devastante, avevo crisi respiratorie, fitte al cuore, spilli in tutto il corpo come se la mia pelle andasse a fuoco. Mi sentivo come se pesassi cinque quintali. Non avrei mai potuto immaginare una cosa simile, eppure faccio l’infermiere, ho lavorato in ospedale per più di vent’anni». Michele Pavan , 45 anni, di Cittadella (Padova) ci accoglie mostrando le mani. «È passato più di un anno dalla prima dose che mi ha rovinato la vita. Guardate il mignolo», dice, «continua ad avere spasmi involontari. Dal 31 maggio 2021 i miei arti si contraggono senza che possa farci nulla». Michele lavorava nel reparto di psichiatria, anche lui avendo una sola dose non può più tornare alla sua vecchia mansione, e così deve cercare di reinventarsi, mettersi in gioco in una nuova attività, nonostante ormai non sia più quello di prima. «Ho iniziato a star male poco dopo l’iniezione, ho subito avvertito un forte dolore alla testa e mi sono mancate le forze. Avevo paura di fare il vaccino perché sono allergico ad alcuni farmaci, ma mi sono dovuto vaccinare comunque. Quando vai nel centro vaccinale agli operatori non interessa chi sei e cosa ti potrebbe succedere, l’importante è che tu ti faccia fare l’iniezione. Io ho assolto al mio dovere civico, ma ora perché vengo punito per questo?». È in attesa che una commissione si riunisca per cambiargli il ruolo, non potendo più stare a contatto con i pazienti, dovrebbe andare in amministrazione, ma sembra che non sarà così. «Dopo la malattia mi hanno messo in ferie d’ufficio, la mia ultima busta paga è stata di 330 euro, ormai non ho neanche più i soldi per comprarmi le medicine. Questo sistema, oltre che avermi abbandonato, mi ha portato alla fame, mi ha tolto la dignità. Io prima del vaccino vivevo del mio lavoro, non ho mai chiesto nulla a nessuno, e adesso? Sono in attesa di questa decisione, ma il medico del lavoro mi ha già detto che sarò licenziato». Gli hanno diagnosticato un long Covid da vaccino, che dopo 14 mesi non smette di tormentarlo e per questo Michele deve continuare a sottoporsi a visite specialistiche. «In pratica sono stato danneggiato dal Covid, pur non avendolo preso. Ormai i soldi sono finiti, ho prosciugato tutti i risparmi. Nessuno si interessa alla tua vita, anche se è stata completamente stravolta all’improvviso. Da un giorno all’altro ti ritrovi malato, non sai cosa fare e non c’è nessuno che ti aiuta. Ti ritrovi in una strada senza via d’uscita e per di più se ne parli, non vieni creduto, anzi, ti isolano».
Marianna Canè

Tony Taffo
«Mi è impossibile deglutire Da un anno vivo di pappette»
Giardiniere rischia il soffocamento, dichiarato invalido al 75%

«Immaginate di essere sani, perfettamente normali, felici. Di avere un lavoro, un cane, una vita tranquilla. Poi all’improvviso vi svegliate e nessuna parte del vostro corpo risponde più al vostro comando. Non riuscite neanche a deglutire. E così perdete tutto, fino ad avere una invalidità riconosciuta al 75%. Ecco, questa è la mia storia». Incontriamo Tony Taffo nell’appartamento dove vive, a Osimo (Ancona). Dimostra più dei suoi 48 anni, è magro, molto magro. «Ho perso oltre 15 chili, e con quei chili è andato via anche il mio sorriso. Nel momento peggiore ne pesavo solo 59, ero uno scheletro, mi volevano ricoverare per denutrizione» . Si alza a fatica e va verso il mobiletto della cucina, lo apre e mostra una serie di piccoli barattoli, sono omogeneizzati, pappette per neonati. «Questo è quello che mangio, o meglio che riesco a mangiare, da luglio dell’anno scorso. Dopo 3 giorni dal vaccino ho iniziato ad avere problemi a deglutire, finché una notte mi sono soffocato con la mia stessa saliva, da lì è iniziato l’inferno». Tony ha iniziato a nutrirsi solo con cibi frullati, quelli che mangia tutt’ora. Ha sviluppato anche una broncopatia cronica, è stato ricoverato due volte, i medici gli hanno fatto tutti gli esami possibili, ma sono riusciti solo a evidenziare una disfunzione motoria della deglutizione, senza però dargli una cura o una terapia. «Mi è stato detto che il danno potrebbe essere permanente. In questi 13 mesi ho perso i capelli, spesso mi si riempiva la bocca di sangue. Da dicembre non ho più la sensibilità della lingua e non sento più i sapori». Perdendo le forze, ha perso anche il lavoro, prima faceva il giardiniere, si occupava della manutenzione delle case di riposo, un impiego faticoso che non potrà più fare. «Mi conoscevano tutti perché mi piaceva scherzare con i vecchietti in strada, al bar, ero un po’ un burlone, ora vivo come un recluso in casa perché mi mancano le forze anche per fare le scale. Non mi riconosco più, prima del vaccino avevo dei sogni, mi dovevo trasferire a Bergamo, immaginavo una famiglia. Tutto questo mi è stato strappato via, lasciandomi nella disperazione più totale». E così dopo aver perso il lavoro, Tony non è riuscito più a pagare l’affitto, per fortuna l’intervento del Comune ha bloccato lo sfratto. «Ho rischiato anche di rimanere senza casa, adesso sopravvivo grazie alla pensione di invalidità. Passa il tempo, speri di migliorare, ma non è così, e cerchi da qualche parte la forza di continuare a vivere».
Marianna Canè

 

Itervista al prof. Maurizio Zanetti

«Ho trovato il vaccino senza mRna contro ogni variante»
Il ricercatore che lavora in California: «A differenza degli altri, questo preparato innesca una risposta anticorpale mirata»

Un vaccino contro tutte le varianti? L’ha elaborato un team di ricercatori dell’Università della California a San Diego, guidato da un italiano, Maurizio Zanetti. Il professore, sentito dalla Ve – rità , ne ha approfittato anche per illustrarne le differenze tra il suo e i vaccini a Rna messaggero (mRna). Professor  Z a n etti , il suo non è un vaccino a  mRna, dunque? «No. È un vaccino Dna e funziona in base a principi un po’più sofisticati, sui quali ho lavorato per 20 anni. Quando è scoppiata la pandemia mi sono sentito moralmente obbligato a studiarne il possibile utilizzo». Cioè? «È un vaccino a Dna plasmidico, quindi fondamentalmente di origine batterica. È costruito in modo mirato e ragionato». Ragionato? Che intende? «Ci siamo focalizzati sulla porzione del virus che ha il maggior contatto con il recettore. Ora l’id ea pare ovvia; due anni fa, quando abbiamo cominciato a lavorarci, non lo era». Si riferisce alla «chiave» che il virus usa per entrare nella cellula? «Certo. La proteina Spike si lega al recettore della cellula; ma non tutta la Spike è coinvolta. Noi abbiamo pensato che bisognasse bloccare il sito di legame fondamentale per l’attaccamento del virus al recettore. È quello che chiamerei il punto di vulnerabilità del virus». Come ci siete arrivati? «Analizzando, con l’aiuto del Supercomputer Center di San Diego, i primi modelli tridimensionali del virus che erano disponibili nella primavera del 2020. Diciamo che, di profilo, la parte del virus che si lega al recettore somiglia a una sella con tanto di corno e arcione. Abbiamo scelto il corno in quanto più apparentemente coinvolto nel legame con il recettore Ace2». I n ietta n d o il vaccino cosa succede? «S’innesca una risposta anticorpale mirata, non come quella derivante dal vaccino a mRna: questa attiva il sistema immunitario contro una moltitudine di siti nella Spike protein, creando una risposta eccessiva contro siti irrilevanti alla protezione. La nostra idea era che la risposta immunitaria dovesse essere concentrata e mirata contro il sito di vulnerabilità». Il vaccino amRna mandain campo battaglioni, missili, artiglieria… Il suo vaccino schiera le forze speciali. «Esatto, le forze speciali. Tradotto in termini immunologici, ciò che fa questo vaccino è educare il sistema immunitario a vedere quello che è davvero rilevante, concentrandosi sul sito di vulnerabilità. È diverso dal principio per cui esso viene stimolato a rispondere a tutto, indistintamente». Ovvero, quel che fanno i prodotti a mRna? «Fin dall’inizio, quando è venuto fuori che si stavano preparando vaccini di quel tipo, era chiaro che non avrebbero indotto una risposta immunitaria importante contro la trasmissione». All’opinione pubblica era stato assicurato: ne usciremo grazie ai vaccini. «In parte è stato così, anche se i vaccini mRna si sono rivelati poco efficaci nel bloccare la trasmissione»

L’estate scorsa ci promettevano l’immunità di gregge entro l’au – tu n n o… « L’immunità di gregge è un concetto relativamente moderno e i suoi principi sono sempre stati definiti su popolazioni vaccinate. Per ogni patogeno, l’immunità di gregge si ottiene se una certa soglia di popolazione viene vaccinata in tempi relativamente omogenei, con un vaccino che blocchi la trasmissione. In questo caso mi permetterei di dire che i vaccini mRna, pur avendo mitigato i sintomi della malattia, non sono riusciti a bloccare la trasmissione». Il suo vaccino, invece, blocca la trasmissione del virus? «È disegnato per questo». Quel famoso sito di vulnerabilità non muta? «Si poteva immaginare che si sarebbero sviluppate tante varianti, perché i coronavirus sono noti per avere un alto tasso di mutazione. Però nessuno sapeva cosa sarebbe successo. Il fatto è che il sito di vulnerabilità, per necessità, non muta: se cambia l’ancoraggio, infatti, il virus fallisce il suo destino biologico, perché non riesce più a infettare» . Quindi? «In effetti, quello è un sito di resistenza alla mutazione. In vari studi di laboratorio è stato dimostrato che esso non mutava e, quando veniva alterato intenzionalmente, l’affinità di legame con la cellula cadeva e così il potere infettante del virus. Si è rivelata felice l’intuizione di investire tutto su quella porzione di virus che è indispensabile alla sua sopravvivenza». Per ora, avete condotto esperimenti solo sui topi. «Sì, abbiamo iniettato direttamente questo Dna nella milza, cioè l’organo linfatico secondario più grosso che esiste nei mammiferi. La risposta immunitaria comincia negli organi linfatici secondari. In Be’, l’mRna è un one shot deal: per intenderci, una produzione di proteina massiccia ma limitatissima nel tempo. Quello che io ho sempre immaginato, invece, è che il sistema immunitario gradisce essere educato progressivamente e non aggredito». Dal topo all’uomo come si arriva? «Il nostro obiettivo è di incorporare il Dna in un veicolo semplice da somministrare: una pillola. L’unica cosa di cui si avrà bisogno per assumerlo, dunque, sarà un bicchier d’acqua». Potenziali effetti collaterali? «Questo tipo di plasmide lo avevamo già iniettato nei pazienti con tumore: 60 volontari, zero effetti collaterali. Il Dna che entra nelle cellule umane viene degradato nel giro di 15 giorni».

Non dobbiamo aspettarci miocarditi e pericarditi? « Nooo…mi sento di escluderlo. Il Dna è catturato dai linfociti B all’interno degli organi linfatici, e dopo 10-15 giorni è degradato. End of the story. Tuttavia, anche nel caso dei vaccini a mRna, il Center for disease control Usa riporta che miocarditi e pericarditi sono rare e il loro nesso con la vaccinazione è ancora da dimostrare». Quante dosi servirebbero? «Non lo sappiamo ancora. Posso ipotizzare una pillola al giorno per tre giorni, o una mega pillola una volta». E i richiami? «Uno ogni tanto. Ma abbiamo visto che, con il nostro sistema, la memoria immunologica nei topolini si conserva fino a due anni, quindi siamo ottimisti sulla durata». Una bella differenza, rispetto alle punture ogni 4-6 mesi, cui ci stanno sottoponendo ora. «Perché il nostro è un meccanismo studiato per funzionare e durare, sfruttando il naturale funzionamento del sistema immunitario». Ma se era possibile intuirne i difetti, perché i governi hanno puntato sui vaccini a mRna? «Era una tecnologia ready to go. C’erano laboratori privati in Germania e negli Stati Uniti che da anni la studiavano, in verità con pochi risultati. Nel 2018, Curevac pubblicò dati che dimostravano come mRna, iniettato in volontari, non inducesse una risposta immunitaria anticorpale significativa». Ah. E poi? «Biontech, specializzata nei vaccini tumorali, aveva la tecnologia pronta nel cassetto: ci hanno messo poco a prendere l’Rna della proteina Spike e sostituirlo a quello che stavano usando. È andata più che bene, vista l’emergenza». Anche lo sforzo logistico è stato notevole. Basti pensare alla catena del freddo per conservare le fiale. «Ho ancora negli occhi la foto del primo furgoncino che arriva in Italia, attraversando le Alpi e portando i vaccini in mezzo alla tormenta di neve… Una difficoltà enorme, insieme alle mille problematiche legate alla somministrazione. Invece, le pillole del nostro vaccino sono stabili a temperatura ambiente, le può tenere nel suo medicine cabinet per dieci anni, e non cambia niente: il Dna si conserva perfettamente. La catena del freddo, che è sempre stata un anello fragile nella conservazione dei vaccini, viene completamente eliminata». Ma lei si è vaccinato con i preparati a mRna? «Certo, come la maggior parte della popolazione; ho anche un’età in cui c’è bisogno di proteggersi. Per onestà intellettuale, bisogna dire che i vaccini mRna inducono la risposta immunitaria cellulo-mediata, cioè quella a cellule T, che mitigano gli effetti della malattia. Quindi, dal punto di vista sociale, i vaccini mRna hanno impedito il collasso dei sistemi sanitari dei nostri Paesi, consentendo di riprendere una semi normalità e di far ripartire l’economia». Ci accontentiamo? «Diciamo che nessuno era pronto ad affrontare un’emergenza sanitaria di queste dimensioni. Si è cercata una soluzione rapida e immediata, anche se, come abbiamo visto, non del tutto efficace. Ora siamo nella condizione di poter immaginare un vaccino mirato, razionale, che punti dritto all’obiettivo. Non male».

Alessandro Rico

Fonte: la Verità dell’8 agosto 2022. Pag 7-8-9-11

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