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Sanzioni alla Russia, la politologa Nathalie Tocci: “Quella di Putin è una guerra ideologica, se finisce per lui sono guai seri”

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NADIA FERRIGO
La direttrice dell’Istituto Affari Internazionali di Roma: «La narrazione di Putin non è più cacciare i neonazisti dall’Ucraina, ma una nuova grande guerra patriottica. Se finisce la guerra, sono guai seri»
Con 16.587 misure la Russia è il Paese più sanzionato al mondo. Ma a due anni dall’invasione dell’Ucraina, questo non è ancora sufficiente per farne inceppare la macchina bellica. Secondo il Fondo Monetario Internazionale, dopo aver chiuso il 2023 con una crescita del 3%, quest’anno il Pil russo dovrebbe registrare un ulteriore rialzo del 2,6%. Ne parliamo con Nathalie Tocci, politologa ed editorialista direttrice dell’Istituto Affari Internazionali di Roma.
Le sanzioni alla Russia funzionano oppure no? Si può dare una risposta secca?
«Bisogna chiedersi prima di tutto è qual è l’obiettivo di queste sanzioni. Se l’intento è far cambiare idea a Putin sulla guerra allora no, non funzionano e in realtà e non potranno mai funzionare. Mi spiego. Le sanzioni mirano a creare un danno economico alla Russia, ma Putin ha iniziato e porta avanti questa guerra con una convinzione ideologica, che non può cambiare a fronte di un costo economico più o meno alto. La sua è una crociata, qualche soldo in più o in meno non fa la differenza. Se l’obiettivo invece è ridurre le capacità economiche e militari della Russia, così che la guerra non si può fare nemmeno se ce n’è la volontà, il discorso cambia».
A due anni di distanza, l’obiettivo di impoverire il gigante russo e costringerlo a deporre le armi è ancora lontano?
«Sappiamo che la Russia ha messo in piedi un’economia di guerra, le sue risorse anche se ridotte sono concentrate sulla produzione bellica. Producono due milioni e mezzo di munizioni l’anno, che è il doppio se non il triplo di quanto riesce a fare l’Europa. Le sanzioni non hanno funzionato perché ci sono tanti modi di aggirarle, anche grazie al ruolo degli stati terzi, e perché non tutto è stato sanzionato, non c’è stato per esempio un blocco del commercio. Ma il punto resta un altro: anche se noi avessimo sanzionato tutto, aggiramenti compresi, in due anni è impossibile fermare un paese come la Russia. E questo lo sapevamo fin dall’inizio».
Che cosa vuol dire, che quella delle sanzioni può essere una strategia in ogni caso a lungo termine?
«Se il nostro intento non è mai stato quello di fargli cambiare idea, ma ridurne le capacità, allora siamo di fronte a una contraddizione. Se una gamba della strategia erano le sanzioni e l’altra aumentare le capacità ucraine, compreso che una richiede tempi più lunghi, va dato più tempo pure all’altra, senza tentennamenti e incertezze, come sta capitando negli Stati Uniti con l’ultima tranche di finanziamenti. Altrimenti siamo zoppi».

C’è da preoccuparsi di un’industria russa che si sta spostando sempre più sulla produzione bellica?
«La guerra della Russia contro l’Ucraina ha un movente ideologico, un disegno imperialista e revisionista che va ben oltre il governo di Kiev. Se i report dell’intelligence tedesca ci dicono che il Paese si sta preparando per una guerra contro la Nato, ci dobbiamo preoccupare. La narrazione di Putin non è più cacciare i neonazisti dall’Ucraina, ma una nuova grande guerra patriottica. Se domattina la guerra finisce, con le sanzioni e il danno economico che ne deriva, allora il regime per resistere e stare in piedi ha bisogno della guerra perpetua. Le cifre del Pil russo in crescita sono gonfiate dall’esplosione del settore della difesa e non tengono conto di un altro dato: queste munizioni e missili vengono distrutti in guerra, non producono valore o ricchezza. Se non c’è la guerra, sono guai seri. L’opinione pubblica italiana non ha ancora ben assimilato che il nostro continente è in guerra e ci resterà fino a che Putin è al Cremlino».
Abbiamo parlato dei paesi terzi, riusciremo a “metterci in mezzo” tra Russia e Cina?
«No. C’è una crescente conflittualità anche con la Cina, dobbiamo interrogarci su come proteggerci, senza arrivare a una guerra commerciale. Ormai viviamo in un mondo multipolare, dove accanto alle grandi potenze come Cina, Stati Uniti, Russia ed Europa, ce ne sono altre che non vogliono schierarsi né da una parte né dall’altra. Penso a India, Brasile, Sudafrica. Nelle relazioni con questi Paesi dobbiamo diventare molto più bravi. Bush diceva “o con noi o contro di noi”, ma bisogna imparare a fare i conti con i paesi terzi con un approccio diverso: maggiore pragmatismo ma stando attenti a non sfociare in mero opportunismo e cinismo. Bisogna trovare un giusto punto di equilibrio per evitare di allontanarli da noi, ma dall’altro lato non si può concedergli qualunque cosa, venendo meno anche alla nostra identità».

Sia l’Ue che il G7 hanno congelato circa 300 miliardi di euro di asset della Banca centrale russa dopo l’invasione russa dell’Ucraina, ma c’è ancora incertezza su se e come questi fondi possano essere utilizzati. Come mai?

«Due terzi dei fondi si trovano nell’Ue, con la maggioranza detenuta dalla belga Euroclear. Da un lato c’è una spinta forte a usarne almeno i profitti: questi fondi sono stati congelati, ma la banca che li detiene li ha investiti e ci ha fatto un sacco di soldi. Sono almeno altri 50 miliardi. C’è chi dice, con una certa logica, che considerando che tutti i danni causati dalla Russia all’Ucraina ammontano a 500 miliardi, è giusto usare almeno gli interessi per pagare la ricostruzione. Altri invece sostengono che questa decisione rischierebbe di minare il sistema bancario europeo e rendere meno forte il sistema dell’euro. C’è il rischio dell’eccezione, altri paesi potrebbero pensare: se l’hanno fatto con la Russia, allora potrebbero rifarlo con noi».
La guerra continuerà fino a che Putin sarà al Cremlino, ma si possono fare previsioni sul futuro del suo regime?
«No, è impossibile. Da un lato si può dire che con la riorganizzazione interna, la narrazione della grande guerra patriottica e il fatto che Putin sia riuscito a uccidere i suoi oppositori principali, l’anima nera Prigožin e l’anima bianca Navalny, il governo russo è più forte che mai. Ma è vero anche il contrario: se ha bisogno di uccidere, allora sente la minaccia. È estremamente difficile conoscere la stabilità di un regime. Il potere è assolutamente centralizzato, cosa succede nella scatola nera? Non lo sappiamo né noi, né gli ormai pochissimi interlocutori che abbiamo in Russia. Non mi stupirei affatto né di veder cadere Putin domattina né di vederlo resistere per altri dieci anni». Solo se muore Putin per mano dei russi stessi finirà la guerra. LB. 25 Febbraio 2024
Fonte Link: lastampa.it