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Scure medievale sul priore di Bose

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Enzo Bianchi
Enzo Bianchi

di Massimo Recalcati

Ogni fondatore nel suo atto di fondazione istituisce un debito simbolico per tutti coloro che decideranno di seguirlo. Senza quell’atto originario non esisterebbe infatti nessuna comunità, nessuna istituzione, nessuna teoria da condividere. Enzo Bianchi è stato il fondatore della comunità monastica di Bose. Ogni pietra di quel luogo conserva la memoria del suo atto fondativo avvenuto nella più totale solitudine. Ma ogni atto di fondazione se è autenticamente tale dà luogo ad una germinazione. Bose negli anni è cresciuta, si è diffusa in altre sedi, ha radunato attorno a sè un popolo. Solo ai giusti eredi spetta il difficile compito di rilanciare l’atto del suo fondatore rendendolo permanentemente vivo. Questo può avvenire però solo sullo sfondo del riconoscimento di quel debito originario. I giusti eredi sono infatti quelli che sanno riconoscere ed assumere in modo originale la loro provenienza. Certamente, il fondatore può anche smarrirsi, perdere la sua coerenza o non cedere il passo alle generazioni che lo seguono. E’ questa nella sostanza l’accusa che è stata rivolta a Enzo Bianchi da coloro che hanno assunto la guida del Monastero dopo le sue dimissioni e dal decreto pontificio che ne ha richiesto l’allontanamento fisico.

In questi ultimi giorni Padre Cencini – l’esecutore del decreto, psicoterapeuta e teorico conservatore dell’omosessualità come patologia strutturale o non strutturale (sic!) – ha emesso un ultimatum con il quale si intima che entro il 16 febbraio fratello Enzo debba lasciare Bose e recarsi a Cellole, storica sede toscana distaccata del Monastero. Lo potranno seguire qualche fratello o sorella, ma a condizione che Cellole venga a sua volta espropriata della sua identità. Insomma Enzo Bianchi non solo sarà obbligato al confino, ma non potrà più fare parte della Comunità che ha fondato. L’acidità aggressiva con la quale si compie l’applicazione del decreto pontificio lascia francamente sbalorditi e non può non indignare tutti coloro che hanno creduto in Bose. Padre Cencini impugna l’arma del confino con la ferocia dei più biechi controriformisti e alla riconciliazione giudicata impossibile preferisce l’allontanamento perpetuo del padre di Bose dalla comunità che ha fondato. In questo modo egli vorrebbe cancellare la storia, annullare il debito simbolico che lega ogni pietra di Bose al suo fondatore. Si perché, secondo le sue bislacche teorie, in ogni fondatore si cela un abusatore (sic!) ed Enzo Bianchi confermerebbe il suo teorema alla lettera. La scure medioevale dell’esclusione forzata e della spogliazione del nome si accanisce allora impietosamente sul padre- demonio come fosse una sana e necessaria purificazione. Ma non sarebbe solo la sua volontà dedita alla scrupolosa applicazione dei contenuti del decreto, ma anche quella degli eredi di Bose, ovvero della maggioranza dei fratelli e delle sorelle che hanno, seguendo il passo profetico di Enzo Bianchi, costruito la straordinaria realtà di quel Monastero. Il padre si è svelato ai loro occhi come un padrone, un malato inguaribile di narcisismo, invasato di se stesso, non rispettoso della vita ritirata e sobria del monaco. Si è montato la testa, ha deviato dalla linea rigorosa della sua stessa predicazione. Può essere, può accadere. Ogni fondatore resta, infatti, un uomo e come uomo porta con sé, cristianamente, il peccato e la contraddizione. Ma quando il debito è rigettato e il fondatore destinato al confino anche coloro che potevano avere delle buone ragioni per avanzare il diritto della successione si trovano purtroppo nel torto e nella violenza. Un uomo vecchio e malato al quale devono la loro casa a Bose viene esiliato, costretto a vivere senza nemmeno poter mantenere il nome della sua creatura. Nessuno si indigna? Nessun cristiano alza la sua voce a difendere l’inerme, il padre colpito al cuore dai suoi figli con la complicità invidiosa di padre Cencini? Papa Francesco è il solo ad avere l’autorità e il giusto sguardo per salvare Enzo Bianchi da una umiliazione che non merita. Non in nome della pietà cristiana ma in quella della semplice solidarietà umana. Lascino morire il vecchio monaco nel suo eremo sulle colline vicine a Bose. Cessino la persecuzione, non facciano più del male a fratello Enzo, a colui a cui devono la vita di Bose. Intervenga la parola di un altro padre, di colui che sa davvero cos’è la grazia del perdono. Sarebbe un gesto capace di ridare luce alla stessa Bose salvandola dalla disperazione dei figli parricidi. 

Fonte: “La Stampa” dell’11 febbraio 2021