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CREDERE O NON CREDERE

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Atti 5, 12-16;
Salmo 117;
Apocalisse 1, 9-11a.12-13.17-19;
Giovanni 20, 19-31.

Credere o non credere; è il problema di tanti, anche dei credenti. La fede infatti è un percorso in salita con molti ostacoli, spesso duri da superare.

E’ difficile credere in Dio quando gli innocenti e i giusti sono torturati, quando sofferenze insopportabili azzannano il corpo e la psiche; è difficile credere quando i disonesti trionfano e i poveri sono calpestati da tutti, anche da leggi inique.

Dice il Cardinal Martini: "C’è in noi un ateo potenziale che grida e sussurra ogni giorno le sue difficoltà a credere".

Per questo desidero entrare nelle letture pasquali con un’arguta frase di S. Gregorio Magno: "A noi giovò di più l’incredulità di S. Tommaso che la fede degli Apostoli".

Gli altri apostoli, infatti, fanno un cammino di fede quasi lineare e senza sobbalzi: vedono e credono.

Tommaso segue una strada più tortuosa, in salita: lui non vede e non crede.

Non vuole credere per paura, per sentito dire: la fede è incontrare Lui, Gesù, il Cristo, di persona: non basta che altri gli parlino di Lui. E’ la grande lezione di oggi.

 Ma non è la sola, perché anche la Prima Lettura ci scuote ed è attualissima.

Tutte le Chiese si proclamano "ortodosse", nel senso etimologico di vere Chiese, anzi uniche Chiese di Cristo: fanno adepti, proseliti e battezzano.

Spesso annunciano più se stesse che il Regno di Dio, mentre Cristo ha predicato il Regno di Dio, più che la Chiesa (112 volte nei vangeli).

La comunità nata dalla Pasqua e descritta dalla Prima Lettura, batte un’altra pista, più evangelica: non si preoccupa tanto di dire cose giuste su Cristo (ortodossia), quanto di fare cose giuste, come Lui: atti di guarigione, di salvezza fisica e morale, di liberazione totale (ortoprassi).

Purtroppo, dopo i primi secoli, la Chiesa prese una direzione diversa:

-insegnò quasi esclusivamente che Cristo venne per salvare l’umanità dalla dannazione eterna, causata dal peccato originale e da quelli personali;

-predicò che la salvezza consiste nel convertirsi ad essa, alla Chiesa cattolica, considerata il mezzo privilegiato di salvezza per tutta l’umanità.

Da qui l’Inquisizione, le crociate e le conversioni forzate degli Indios e degli Ebrei: per questo discepoli ‘zelanti’ si allearono con regimi ingiusti quali gli imperatori romani cristiani, i governanti cristiani medievali e i poteri coloniali recenti per convertire i popoli; e tuttora la Chiesa (o una parte di essa) cerca  appoggi e privilegi presso i potenti di turno. Gesù invece nella sinagoga di Nazareth ha detto: "Lo Spirito…mi ha mandato per annunziare ai poveri un lieto messaggio…per rimettere in libertà gli oppressi" (Lc 4, 18).

Il vangelo ci riporta al mistero e al dono della fede in Cristo Risorto. Chi sta davanti ai  discepoli? Gesù di Nazareth, il Rabbì solidale, il contestatore del potere, o un’altra figura, altrove scambiata per un fantasma? Chi è costui, quello di prima o un’altra persona?

Questo interrogativo drammatico tocca la nostra fede.

Il Cristo Risorto rivela la sua identità con Gesù di Nazareth: è la stessa persona.

L’autore sacro esprime tutto questo con espressioni "corporee", da  non prendere alla lettera: parla infatti di mani che toccano il segno dei chiodi e il fianco di Cristo.

Ma il Cristo Risorto è anche "diverso" dal Gesù di Nazareth, dal Gesù storico; ciò è detto con l’espressione: "Venne Gesù, a porte chiuse".

Egli è ormai libero dai condizionamenti biofisici, molecolari. Possiamo, allora, parlare di identità di persona, ma di diversità del suo essere e del suo modo di vivere.

E’ difficile credere, credere alla Risurrezione!

Alcuni, anche oggi, per credere vanno alla ricerca di miracoli eclatanti: non basta loro il miracolo dell’amore vero, della solidarietà, sparsa ovunque, nelle aree religiose e non. A loro ha già risposto Gesù e duramente: "Se non vedete segni e prodigi, voi non credete…" (Gv 4, 28); "una generazione perversa e adultera pretende un segno" (Mt 12, 39). E Gesù afferma che il  segno decisivo per credere è la sua Risurrezione.

Questo vale però per i credenti, per i cristiani.

I fedeli delle altre religioni, e i non credenti hanno bisogno di un altro miracolo, di un "segno" che tutti leggono, anche i distratti: è l’amore autentico e solidale!

Miracolo che aiuta a credere e ad amare è opporsi a leggi inique che difendono i potenti, o violano i diritti degli immigrati.

Ce lo ricordano due interventi. Il primo, sempre attuale,  viene da molto lontano nel tempo e nello spazio: è quanto gridò Paolo VI il 23/8/1968 in Colombia per difendere i "campesinos" oppressi: occorre "una più equa imposizione degli oneri fiscali sulle classi più abbienti… come pure su quelle persone che, con poca o nessuna effettiva fatica, realizzano redditi ingenti o retribuzioni cospicue".

Il secondo intervento è di Mons. Marchetto, segretario del Pontificio Consiglio dei Migranti: non si può espellere chi rischia morte e tortura. Per questo dice: "Il recente accordo Italia-Libia basato sulla politica dei respingimenti è una palese violazione dei diritti umani degli immigrati".

Forse tutto questo vuol dire credere alla Risurrezione di Cristo e nostra!

Don Luciano Scaccaglia
teologo e parroco

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