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Certezza della pena

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Don Luciano Scaccaglia

Ezechiele 33, 7-9;
Salmo 94;
Romani 13, 8-10;
Matteo 18, 15-20.

Oggi si parla molto di certezza della pena; chi sbaglia deve pagare, tutto e subito.
Nel campo del convivere civile è giusto, ma non si facciano sconti a nessuno (mafiosi, bancarottieri, politici disonesti), la pena sia redentiva, ricuperi di chi ha sbagliato e lo faccia   entrare nel circuito dei veri valori, onestà, trasparenza, etica e solidarietà.

In Italia si fa strada una politica discriminante anche nei riguardi di persone oneste; parlo degli stranieri che lavorano, pagano le tasse e contribuiscono al benessere di tutti. Per loro niente voto amministrativo.

Il segnale che si lancia è pesantemente negativo. Evidentemente dagli atti del Governo si evince una morale : duri  con quelli che non votano come gli immigrati e deboli con quelli che votano, come i tifosi delinquenti che si aggirano dentro e fuori degli stadi. Questa certezza di impunità non fa altro che perpetuare e coprire il loro agire.
Dal vangelo di oggi appare che molta severità era entrata nella Chiesa di Matteo: la prassi di scomunicare, nella Chiesa, si fa strada ben presto.

Appare dal brano proclamato: chi sbaglia non può essere lasciato in pace e tanto meno tra le proprie file. Dopo un primo richiamo in privato (ammonizione fraterna), e un secondo semipubblico alla presenza di due testimoni (ammonizione canonica), segue un processo davanti alla assemblea (ekklesia) con la sentenza di condanna: "Sia per te come un pagano e un pubblicano", persone con le quali all’israelita era interdetto trattare. La parola "scomunica" non è pronunciata, ma è sottintesa. Una sentenza così severa non poteva non lasciar perplessi coloro che la infliggevano; per questo l’evangelista si sente obbligato a far riferimento a un detto di Gesù sull’autorità accordata ai suoi discepoli (18,18), ma non si accorge che si appella più a una norma rabbinica che a un principio evangelico.

"…Quello che legherete sulla terra, sarà legato anche in cielo".

Questa severità di Matteo, era già presente  nella linea pastorale di S. Paolo. Attorno al 60 d. C., davanti a uno scandalo  presente a Corinto, Chiesa da lui fondata e diretta, pur fisicamente lontano (si trovava ad Efeso) si sente moralmente obbligato a intervenire affinché i dirigenti "tolgano di mezzo" a loro l’uomo che "vive con la moglie di suo padre", dandolo "in balìa a Satana" per la sua conversione o perdizione (1Cor 5, 1-5).

Ma la testimonianza di Gesù era stata un’altra e la  consegna  fatta ai discepoli, per quanto paradossale e utopica, diceva: occorre avere il coraggio di tenere aperte le porte del Regno a tutti, ai giusti e ai peccatori, a quanti fanno ressa per entrarvi (Mt 11, 12), senza chiedere alcun certificato di buona condotta. Anzi, se si devono avere dei riguardi, fare delle preferenze, queste devono andare ai meno meritevoli, quasi agli indegni, come erano appunto le prostitute i e i pubblicani (Mt 21, 31) tra i quali la comunità voleva ricacciare il "fratello che aveva peccato"; "uomini ingiusti, rapaci, adulteri", come li definisce il fariseo di Luca 18.

Termino con una riflessione e una preghiera.

La prima riguarda il delicato problema del momento preciso della morte, del non ritorno, e vorrei che la Chiesa fosse eticamente rispettosa del ruolo della scienza. Così il prof. Veronesi:

"Per millenni l’uomo ha avuto paura di morire per le guerre, le malattie, le carestie, invece negli ultimi decenni ha iniziato a sviluppare una nuova paura che è ancora agli esordi del suo manifestarsi: la paura di vivere oltre il limite naturale della biologia.

Molti si stanno rendendo conto della progressiva invasione della tecnologia nella vita umana fino a spostarne i confini all’infinito".

Evitiamo perciò false sicurezze a ogni livello: non scomuniche, ma confronto nel rispetto dei ruoli e sempre protesi al dono evangelico degli organi.

E ora una preghiera, dolce balsamo per noi peccatori e contro tutte le paure di vivere e di morire:
Mio Signore e Dio, io sono convinto che Tu hai cura di tutti quelli che sperano in Te
e che niente può mancare a coloro che aspettano tutto da Te,
che ho deciso, per l’avvenire, di vivere senza preoccupazione
e di riversare su Te ogni mia inquietudine.
Gli uomini posso spogliarmi di tutti i beni e del mio stesso onore:
le malattie possono privarmi delle forze;
col peccato posso perdere perfino la tua grazia,
ma non perderò mai e poi mai la fiducia in Te.
Gli altri aspettino pure la loro felicità dalle ricchezze e dal loro ingegno;
facciano anche affidamento sulla innocenza della vita,
sulla quantità delle opere buone o sul fervore delle preghiere;
per me tutta la mia confidenza è la mia stessa confidenza:
confidenza che non ha mai inganno nessuno.
Ecco perché ho l’assoluta certezza di essere eternamente felice,
perché lo spero unicamente da Te.
(S. Claudio de la Colombière S. J.)