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I nostri “poteri forti”: libertà, giustizia e solidarietà.

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Geremia 1, 4-5.17-19;
Salmo 70;
1Corinzi 12, 31-13,13;
Luca 4, 21-30.

"Nessun profeta è ben accetto nella sua patria": così dice Gesù. Ma oggi la profezia ha spazi ristretti; è la carta stampata assieme ai messaggi televisivi che forma o deforma l’opinione pubblica.  Il senso critico è a rischio e aumentano gli attacchi alla libertà di stampa. Essa è uno degli elementi fondanti di un’autentica democrazia. Thomas Jefferson, presidente degli Stati Uniti, sosteneva di preferire "Un Paese senza Governo a un Paese senza stampa".

Si dice che la stampa è il "cane da guardia della democrazia". Non a caso uno dei primi diritti che le dittature tendono a limitare è la libertà d’informazione. Ma ci sono forme di controllo più subdole che all’apparenza sfuggono ma condizionano pesantemente l’espressione quotidiana. A cominciare dalla proprietà di giornali e Tv che, nel nostro paese, è nelle mani di gruppi economici, controllati dai cosiddetti "poteri forti" in grado di condizionare l’opinione pubblica.

Per noi invece i "poteri forti" sono la libertà, la giustizia e la solidarietà. A questo trittico si deve aggiungere la profezia che punta il dito contro i potenti e denuncia chi opprime poveri e immigrati, accusati questi ultimi (dal capo del Governo) di far aumentare la criminalità, tesi bocciata dai dati raccolti dalla Caritas.

Gesù di Nazaret è profeta, il più grande e modello di tutti.

Nel brano  appare incompreso e perseguitato, duro e sferzante nello stesso tempo.

Crea scandalo: perché? Gesù non era una persona istruita (Gv 7, 15). Infatti non aveva frequentato la scuola rabbinica di Gerusalemme. Non era della classe aristocratica, ricca, né di quella sacerdotale. Non era né fariseo né scriba. Era uno sconosciuto, un artigiano. Il figlio di un carpentiere non poteva vantare titoli messianici!

Eppure dice cose nuove e con autorità: difende i deboli e attacca ogni tipo di potere. Va dunque eliminato, soprattutto perché nella sinagoga che lo ha visto crescere, preferisce parlare della iniziativa di Dio verso gli stranieri e non verso quelli del suo popolo. Attacca il nazionalismo, il culto della identità e delle patrie tradizioni.

L’esempio di Elia e di Eliseo mostra che la via della salvezza non è circoscritta entro i confini della Terra Promessa, né si estende ai soli figli di Abramo. I due profeti segnalano una eguale preferenza divina verso i popoli pagani. Anche ad essi Dio ha dato attestati della sua "grazia". Anzi la sottolineatura di Luca è che essi trascurarono i propri connazionali per soccorrere una vedova fenicia (vv. 25-26) e un lebbroso siriano (v. 27). La salvezza è diretta all’uomo, prescindendo dalla terra d’origine, dalle condizioni sociali, dalla sua fede religiosa. La stessa cosa che sta facendo Gesù e, quando l’evangelista scrive, fanno anche i suoi discepoli, che disertano la sinagoga per portarsi ai pagani dove ricevono entusiastica accoglienza.

Il fatto ci ricorda che la Chiesa non potrà chiamarsi discepola di Gesù se non prende l’iniziativa di incontrarsi con le vedove, gli immigrati, gli omosessuali, gli infermi, gli handicappati e tutti e tutte coloro che, per diversi motivi e in diverse maniere, sono lontani. Quelli che sono distanti dai riti e dalle nostre formalità religiose sono molto vicini al cuore di Dio.

Solo chi ama è vicino a Dio. Ce lo ricorda Paolo nel suo famoso inno. Egli, dal termine "eros", tipico della filosofia greca per indicare l’amore, prende le distanze e usa agàpe, indicante l’amore che va oltre il sentimento e la passione, e porta ad amare l’altro e l’altra come Dio li ama, non come li vogliamo amare noi, o pensiamo o ci illudiamo di amarli.

A questo punto, nel ricordo struggente dell’olocausto, nella memoria di sei milioni di ebrei uccisi e di altri gruppi falciati dal nazismo, ascoltiamo l’esperienza d’amore del primo Ebreo della storia, radice delle tre religioni monoteistiche: Abramo.

"La casa di Abramo era aperta ad ogni creatura umana, alla gente di passaggio e ai rimpatriati, e ogni giorno arrivava qualcuno per mangiare e bere alla sua tavola. A chi aveva fame, egli dava del pane, e l’ospite mangiava, bevevo e si serviva. Chi arrivava nudo in casa sua era da lui rivestito e da lui imparava a conoscere Dio, il Creatore di tutte le cose".

E ora un appello alla nostra comunità, a tutte  famiglie e a ciascuno di noi:

"Dovete impegnarvi con tutta l’anima affinché le vostre comunità offrano al mondo l’immagine della vera accoglienza cristiana. Siano perimetri di profonda umanità, non appartamenti recintati dove si pratica il rifiuto. Luoghi in cui si sperimenta il perdono e non case di "intolleranza", dove si discrimina il diverso, in cui vibra una fede ardentissima, e non meandri dove serpenteggia scetticismo e indifferenza. Verande sfinestrate da dove si contemplano speranze inarrivabili, e non ridotti malinconici in cui prevale la cultura del lamento. Palestre dove ci si allena alla carità e non ambiti in cui l’egoismo la fa da padrone creando spaccature. Se le cose stanno veramente così, il vostro mestiere primordiale è quello di essere costruttori di comunità" (T. Bello).

Comunità però sempre aperte e solidali.

Luciano Scaccaglia,
teologo e parroco.

 

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