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LIBERATI PER LA LIBERTA’

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1Re 19, 16b. 19-21;
Salmo 15;
Galati 5, 1.13-18;
Luca 9, 51-62.

"Ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo". Gesù di Nazareth per scelta personale non aveva una casa sua, era un nomade, povero, terapeuta itinerante e annunciante la priorità del regno di Dio su ogni altro vincolo o convenzione sociale e politica.

Tuttavia tutti hanno diritto ad una casa propria, o in affitto, con un canone equo e non iniquo. Tanti invece hanno molte case, troppe, che regalano o danno a prezzi stracciati, di favore, ai potenti di turno, per uno scambio di privilegi.

Altri gruppi hanno diritto a vivere come nomadi; è la loro storia, la loro cultura e in questo vanno rispettati ed aiutati, soprattutto dalle Istituzioni.

Gesù era un nomade. Non era un sedentario. Appare chiaro dal vangelo di Luca: per ben dieci capitoli (dal 9, 51 fino al 19, 27) è scandito da una lunga marcia verso Gerusalemme, verso la croce, verso la pienezza dell’amore, alla quale Dio risponderà con il dono della Pasqua di Risurrezione.

Durante l’ultimo viaggio verso la città santa avviene un incidente di percorso: Gesù non è accolto in un villaggio di Samaritani. Scatta subito ed esplode il fanatismo religioso e razziale di Giacomo e Giovanni: "Signore, vuoi che diciamo che scenda un fuoco dal cielo e li consumi?". Vogliono cioè un Gesù Messia-taumaturgo, combattente, che usa  "ferro e fuoco" nei confronti di chi non accetta il loro messaggio, un Gesù vendicativo nei confronti di donne e uomini che non sottostanno ai loro princìpi e ai loro valori, soprattutto se, come i Samaritani, sono ritenute persone appartenenti ad una razza impura.

E’ la storia amara e tragica di generazioni cristiane formate all’idea che il Vangelo non si presenta come una proposta, povera di potere mondano ma ricca dello spirito di Dio e che scende soave nei cuori e nelle menti disposte a mettere in gioco la loro esistenza, generazioni educate all’idea che il Vangelo lo si deve imporre con tutti i mezzi, con la forza del potere economico, politico, legislativo, praticamente sui corpi e sulle menti delle persone.

Gesù rimprovera i suoi  discepoli e una Chiesa alla ricerca di privilegi e di tutele..

 Nel brano di Luca, Gesù annuncia poi la radicalità e la priorità del regno di Dio con frasi paradossali, in perfetto stile semitico: "Lascia che i morti seppelliscano i loro morti". La frase sembra contrastare quanto avviene nella prima Lettura dove il profeta Elia permette invece al discepolo Eliseo di tornare a casa per ossequiare i suoi genitori. Il contrasto è solo apparente: Gesù vuole l’amore per i genitori, ma non la sudditanza passiva e servile dei figli e delle figlie. Gli interlocutori di Gesù ragionano invece con la mentalità tipica della civiltà patriarcale in cui le scelte di vita non sono lasciate alla libertà dell’individuo, ma spettano al capo della famiglia o del clan. Assorbito in questa struttura piramidale, l’individuo non viene considerato in se stesso, ma come membro della famiglia e del clan: è rispettato se appartiene ad una famiglia potente, non conta nulla se appartiene ad una famiglia povera. Tutto riceve dalla famiglia, ma in cambio deve sacrificarsi completamente per essa. La preoccupazione di seppellire il padre o di congedarsi dai familiari non sono qui intese come segni  di affetto familiare, alla nostra maniera, ma come subordinazione alla logica patriarcale, altrimenti le parole di Gesù sarebbero aberranti.

Qui e altrove Gesù vuole una comunità di eguali, cui vengano offerte le stesse possibilità per lavorare e realizzarsi.

Nel brano di Luca c’è un’altra immagine cara alla cultura medio-orientale: Chi mette mano all’aratro non si volga in dietro. L’aratro, simbolo del lavoro abbandonato da Eliseo per diventare profeta, ora, in Luca, diventa segno del nuovo lavoro degli apostoli, e del nostro impegno deciso di seguire Cristo, costi quel che costi, senza essere depistati da manie di potere o dalle ricchezze o da una mentalità arrivista e carrierista, spesso di origine e di stampo anche familiare.

Nella seconda lettura, Paolo inneggia al grande dono della libertà: "Cristo ci ha liberati per la libertà", cioè dall’egoismo (questo significa la parole carne per l’Apostolo), da una religiosità fatta solo di norme e di leggi e dal legame con i poteri forti, cioè disonesti.

La vera libertà è invece amore e condivisione come ci ricorda un monaco buddhista dell’India:

"Possa io divenire in ogni momento, ora e sempre,

 un protettore di quanti sono senza protezione,

una guida per coloro che hanno perso la via,

una nave per quanti devono solcare gli  oceani,

un ponte per coloro che devono attraversare i fiumi,

un santuario per quanti sono in pericolo,

una lampada per chi ha bisogno di luce,

un luogo di rifugio per quanti hanno bisogno di riparo,

un servo di quanti sono nella necessità.

Per tutta la durata dello spazio,

per il tempo che gli esseri viventi rimangono, sino ad allora,

possa anch’io restare e sconfiggere le miserie del mondo" (Shantideva).

Luciano Scaccaglia,
teologo e parroco di S. Cristina e s. Antonio Abate.

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