Home Rubriche Luciano Scaccaglia NON BASTA LA CULTURA DEL “FARE”.

NON BASTA LA CULTURA DEL “FARE”.

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Isaia 43, 16-21;
Salmo 125;
Filippesi 3, 8-14;
Giovanni 8, 1-11.

Chiedere scusa e dare il buon esempio: solo così la Chiesa, le Istituzioni, i partiti, la politica potranno ricuperare la credibilità perduta.

Non ha senso scagliarsi contro i giovani, alcuni di essi poveri di valori, quando gli adulti sono incoerenti, arroganti e arrivisti.

"L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri. O, se ascolta i maestri, lo fa perché sono dei testimoni", ricordava Paolo VI. Monito sempre attuale. Occorre lavorare sulle menti e sui cuori, più che sui ruoli; sulle motivazioni, più che sugli esiti. Oggi, si insiste molto sulla cultura del "fare", trascurando quella dell’"essere".

Verso la cultura dell’essere, del perdono e della conversione, ci spinge Gesù nel vangelo. C’è una donna che sta per essere condannata da soli uomini; è trascinata a forza nel tempio: il tempio degli osservanti, dei conservatori della religione, dei lapidatori che non conoscono né giustizia né l’amore, ma solo condanne.

E Gesù li  attacca: "Chi di voi è senza peccato, scagli la prima pietra".

Il brano che contiene questa frase, così scandalizzante perché molto comprensiva verso un’adultera, con fatica e assai tardi, alla fine del I secolo, è entrato nel Secondo Testamento; e non nel vangelo della misericordia, quello di Luca, ma in quello di Giovanni, l’ultimo ad essere scritto.

Questo episodio faceva e fa problema. I moralisti di tutti i tempi insorgono: mortale è il peccato di questa donna contro il matrimonio, mortale deve essere il suo castigo!

E’ bene scavare profondamente nel testo.

L’adulterio nell’Antico Oriente, era punito solo nella donna e non nel maschio (niente par condicio!). Nell’episodio riportato, l’amante, come sempre succede in questi casi, è già scappato e i testimoni, tutti quanti maschi, hanno interesse per la vittima, non per il carnefice.

Gesù difende l’adultera, non l’adulterio, perché Lui non accetta la dottrina falsa della doppia morale, non accetta il potere che schiaccia i più deboli; Lui è sempre dalla parte dei peccatori.

Egli annulla l’archivio dei peccati e libera un’amante ferita, verso una nuova innocenza, perché sa che vergini d’amore e di vita si diventa o si ritorna attraverso la fiducia e la stima.

La donna adultera non interessa niente alla gente che la spinge letteralmente verso Gesù.

Si vuol tendere un tranello a questo giovane Rabbi di Nazareth: se perdona la donna, viola il diritto ebraico; se la condanna, viola il diritto romano, cui solo spettava comminare la pena di morte.

Per costruire questa trappola giuridica ci vuole una persona, una donna (la cui sorte non interessa; è una pedina; fa parte del gioco). E’ il principio con cui si fa politica, anche oggi. Bisogna trasformare le persone in pedine con cui poter giocare. Le persone al servizio degli interessi, della cupola del potere (c’è anche a Parma), dei gruppi. Quando e chi metterà veramente la persona al primo posto?

"Tu che ne dici?", di questa donna. Gesù non risponde e scrive per terra.

Che cosa? Per alcuni studiosi, scrive il nome degli accusatori, per altri fa segni e scarabocchi sulla polvere: usanza semitica per esprimere rabbia e dolore.

Di Gesù non abbiamo nessuna parola scritta di suo pugno, le uniche sono volate vie, sciolte nel vento, oltre i peccati degli uomini della legge, e ai piedi di una donna in attesa di una vita autentica.

Le sue parole non pesano come pietre, appartengono al vento, perché "lo Spirito è il vento che non lascia dormire la polvere", diceva padre D. M. Turoldo.

"Chi è senza peccato scagli la prima pietra!".

A questo punto il mondo farisaico (il nostro) scopre il suo tallone d’Achille. Tutti lasciano il campo, cominciando dai più anziani, quelli che per mentalità comune si pensa siano saggi, pii e giusti (ma non è sempre così!).

La domanda provocatoria di Gesù ha fatto il vuoto attorno: rimane solo la donna, o, come commenta Sant’Agostino, rimangono in due: "La misera e la misericordia", bellissima anche la frase in latino: "relicti sunt duo: misera et misericordia". Che coppia! Gesù e un’adultera perdonata.

"Neanch’io ti condanno: va’ e non peccare più!".

La traduzione è un imperativo ("non peccare più"), ma la lingua ebraica formulava l’imperativo con il futuro: "D’ora in poi non peccherai più", cioè il perdono, l’amore sono la grande terapia contro il peccato, contro le crisi sempre incombenti.

Noi non sappiamo il futuro preciso di questa donna: avrà ricuperato il suo matrimonio, avrà scoperto un nuovo mitico amore, avrà tradito di nuovo?.

Una cosa è certa: con Gesù è la fine della contrapposizione netta tra buoni e cattivi, è la fine "delle evidenze morali e dei concetti chiari e ferrei", è la fine dei pregiudizi, a causa dei quali noi sappiamo sempre cosa fare, però nella vita degli altri.

Una cosa è certa: c’è bisogno di una Chiesa profetica e coraggiosa: molto, molto severa verso la pedofilia ma anche capace di un rapporto più sereno con la sessualità, e aperta alla possibilità di far coesistere al suo interno presbiteri sposati e presbiteri celibi, in un clima di libertà e di grande serenità.

Una cosa è certa: l’amore e la misericordia di Dio non subiranno alcuna crisi, né ora né nel futuro, come diceva un vecchio teologo: "Non puoi cadere tanto in basso, da non trovare Cristo, ancora più in basso di te, per proteggere la tua caduta".

Luciano Scaccaglia, teologo e parroco.

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