Home Rubriche Luciano Scaccaglia NON ESITE PIU’ UN POPOLO “ELETTO”.

NON ESITE PIU’ UN POPOLO “ELETTO”.

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Genesi 12, 1-4a;
Salmo 32;
2Timoteo 1, 8b-10;
Matteo 17, 1-9.

Davanti a noi Gesù di Nazareth, trasfigurato, liberato, anche se per poco tempo dai limiti propri di ogni creatura. Davanti a noi, milioni di sfigurati dal dolore, dalla non speranza, dal non futuro; molti di essi sono vicini a noi, a Parma, dormono sotto le stelle (nei giardini pubblici e in Pilotta), convivono con noi, ma noi non li vediamo o facciamo finta di non vederli.

I poveri ci danno fastidio, ci irritano; vogliamo leggi più severe, noi, proprio noi, che li abbiamo impoveriti con le colonie. Diciamo che così è la vita, questa vergognosa parata di privilegiati e di ‘esuberi’, di vittime e di carnefici. Chi accetta questo pensiero dichiarato ‘unico’, passa per saggio e uomo moderno. Dio però non è ‘moderno’ e non si è mai rassegnato a questo dilagare del male (cioè della morte e della sofferenza) nella vita delle sue creature.

Vuole una storia diversa, alternativa, rappresentata dall’esperienza di Abramo, padre dei credenti, degli Ebrei, dei Cristiani, dei Musulmani, di tutti. Questa paternità universale di Abramo blocca una lettura nazionalista dell’episodio della prima lettura: non esiste più un popolo ‘eletto’, ma tutti i popoli sono ‘eletti’ cioè amati da Dio. Abramo rappresenta tutti coloro che vogliono dare una mano a Dio, perché la sua salvezza arrivi a tutti. Ce lo ricorda il filosofo e mistico ebreo Martin Buber: "Dio vuole entrare nel mondo che è suo, ma vuole farlo attraverso l’uomo; ecco il mistero della nostra esistenza, l’opportunità sovrumana del genere umano".

Ogni uomo può diventare portatore di vita e di bellezza, può essere paradiso per i fratelli, "benedizione", non più "inferno". Ma questo è possibile se ubbidiamo al comando secco e perentorio di Dio ad Abramo: "Vàttene dalla tua terra...". Per noi: vàttene dalle tue sicurezze, dalle tue ‘verità’ umane e religiose disumane, dai tuoi privilegi; entra nella cordata e fa’ la tua parte. Quando condivideremo le nostre case sempre più inospitali e le nostre chiese che non profumano più di profezia, per gustare come Abramo l’avventura della fede e della condivisione?

Davanti a noi sta anche l’evento della Trasfigurazione.

– Per alcuni studiosi della Bibbia non siamo in presenza di una cronaca, ma di una costruzione teologica, cioè una pagina con cui l’evangelista vuole trasmetterci un messaggio. Il brano è collocato nel vangelo quando ormai per Gesù, viste le sue scelte e il suo insegnamento, le cose si mettono male. Matteo si domanda come Gesù abbia fatto a restare fedele a Dio: che cosa lo ha sorretto fino alla morte? Presentandolo in dialogo con Mosè ed Elia, Matteo ci dice che Gesù è stato guidato dalla stessa fede in Dio che animò la vita di Mosè e di Elia. E’ Dio che ha reso "il suo volto risplendente come il sole e le sue vesti bianche come la luce" (v. 2). Stupenda immagine per esprimere un messaggio evidente nella vita di Gesù: Dio rende il Nazareno come un riflesso della Sua luce, del Suo amore. In questo mite profeta i discepoli hanno visto, anche dopo la sconfitta della croce, il vero testimone di Dio.

-Per altri esperti della Bibbia invece, la Trasfigurazione avvenne, si realizzò, ma dopo la Pasqua. Si tratterebbe quindi di una manifestazione pasquale di Cristo Risorto per incoraggiare discepole e discepoli demotivati e spenti. Al di là di questi problemi interpretativi, c’è una certezza di fede: lo Sfigurato dal dolore innocente e dai nostri peccati ora è il Trasfigurato, il Risorto, per sempre vincitore della morte, pegno e garanzia di resurrezione per tutti, per ogni credente, per il cosmo.

Se Gesù di Nazareth è così, allora c’è ancora posto per la speranza, per la lotta, per la democrazia, per un’equa distribuzione delle risorse e per una solidarietà globalizzata.

Se Gesù è il Trasfigurato, allora c’è posto e speranza per una Chiesa altra, diversa, che non spegne il grande Concilio Vaticano II, che non organizza partiti confessionali, ma rispetta in ogni campo il primato della coscienza.

E’ necessario che amiamo a tal punto la nostra Chiesa da sognare l’avvicinarsi del giorno in cui essa, dopo secoli di scandaloso matrimonio, trovi il coraggio di avviare le pratiche di divorzio dal Palazzo dei ‘signori’, dall’abbraccio dei potenti, dal denaro degli sfruttatori, dal redditizio mercato nel Tempio e del Tempio. Per questi motivi preghiamo:

"Noi sappiamo che la cosa più difficile
è lasciarci prendere da Te, credere,
lasciarci amare, Signore,
esser disposti e disponibili,
e poi salire insieme l’alta montagna:
salire, allargare lo sguardo sul mondo,
immergerci nella luce
fino a grondare tutti di luce:
Signore, anche per noi risplenda
il monte della luce, pur nelle notti più nere
che dobbiamo attraversare".

Luciano Scaccaglia,
parroco e teologo.