Home Rubriche Luciano Scaccaglia Vivere da persone libere è essere tentati

Vivere da persone libere è essere tentati

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Deuteronomio 26, 4-10;
Salmo 90;
Romani 10, 8-13;
Luca 4, 1-12.

Vivere da persone libere è essere  tentati, è dover scegliere; infatti la "tentazione" è la stessa esistenza umana, sempre al bivio tra egoismo e amore, tra trasparenza e disonestà, tra potere e servizio.

Molti in Italia hanno optato per una vita disonesta, per la corruzione come stile di vita, per guadagni facili e non puliti, per appalti truccati; qualcuno, in alto, li chiama "birbantelli", appena un gradino sopra  "biricchini"! Noi li chiamiamo delinquenti, protagonisti del malaffare.

A loro, a tutti, anche a noi, serve il dono della Quaresima, non ristretta solo a un digiuno fisico, o televisivo, pur sempre utile.

Accogliamo con impazienza questa Quaresima che oggi, nelle Letture, ci presenta tre professioni di fede.

La prima è un frammento dell’antico Credo di Israele, formato da tre articoli di fede: la vocazione dei patriarchi, detti "Aramei erranti", cioè nomadi senza diritti, né protezione, come i nomadi di tutti i tempi e di adesso, e come tanti immigrati. Molti non li vogliono, ma Dio è con loro e ascolta la loro voce. Segue il dono della Terra promessa, e di un paese libero, ove "scorre latte e miele", cioè il massimo della fertilità.

Nella seconda lettura, c’è l’altra professione di fede, espressa anche per noi dall’Apostolo Paolo: è un conciso, ma completo Credo cristiano ed è il più antico. Si snoda attorno a due formule parallele:

-Gesù è il Signore, il Kyrios, parola greca usata dopo la Pasqua per indicare Cristo Risorto.

-La seconda formula è anche più esplicita: "Dio lo ha risuscitato dai morti": è il kérigma, l’annuncio gioioso della Pasqua, cui ci prepara la Quaresima.

La terza professione emerge dal contesto delle tentazioni di Gesù, scandite da frasi prese dal Primo Testamento. E’ a Gerusalemme, per Luca centro del mondo, che Gesù professa la sua fede e dichiara il suo "sì" d’amore verso Dio e di solidarietà verso di noi.

Gesù fu veramente tentato; non si tratta di un espediente letterario, redazionale di Luca e degli altri evangelisti per dirci che Gesù, il Forte, ha vinto il diavolo, cifra e simbolo del male e del peccato. Non siamo abituati a pensare a un Gesù che procede tra  tenebre, incertezze, crisi, difficoltà, scoramenti, in una ricerca lenta e faticosa della volontà di Dio. Nel lungo silenzio di Nazareth, poi alla scuola del Battista, in ascolto dei segni di Dio dentro gli avvenimenti e certamente nella preghiera, Gesù si sarà posto mille volte l’interrogativo: "Che cosa vuole il Padre da me? Cammino davvero secondo la sua volontà?".

Possiamo certo indagare a fondo in questa direzione, ma il linguaggio biblico ci mette in evidenza che si tratta  di una vera opera di seduzione, che giungeva  come pressione a Gesù da più parti.  Insomma, Gesù in tutta la sua vita si è costantemente trovato di fronte a reali alternative, ad un aut aut tra le esigenze di Dio, e i progetti umani, egoistici, rappresentati dal diavolo tentatore.

Tutte le tentazioni umane hanno insidiato Gesù, anche se Luca le riconduce a tre.

La prima tentazione riguarda i beni essenziali che sono due: il pane della solidarietà per chi ha fame ed è attraversato da necessità materiali, e il pane della Parola di Dio per tutti.

"Dacci sempre di questo pane" diranno i discepoli nel vangelo di Giovanni, e Gesù risponde a loro e a noi: "Io sono il pane della vita" (Gv 6, 34).

La seconda tentazione interpella noi, così ammagliati dal potere, che quasi ci curviamo davanti agli idoli di oggi: il mercato, assolutamente intoccabile e fuori del quale non c’è salvezza, e la globalizzazione, talmente ineluttabile che non lottiamo neppure contro i suoi effetti negativi: la concentrazione nelle mani di pochi, persone e nazioni, dei profitti e del benessere propiziati dalle nuove tecnologie; e la distribuzione, sempre più globale, della disoccupazione, dei danni all’ambiente, della fame e della disperazione.

Questi i nuovi idoli, le nuove idolatrie. Ma Gesù ci ricorda: "Solo al Signore Dio tuo ti prostrerai, lui solo adorerai".

L’ultima e suprema tentazione per Luca è quella di voler mettere Dio al nostro servizio, al servizio della nostra ideologia, della nostra religione, della nostra Chiesa, della nostra mentalità, a volte perfino di delitti.

Dalle crociate all’Inquisizione, a "Dio è con noi" dei nazisti, noi cristiani (e non solo noi purtroppo) abbiamo commesso stragi, persecuzioni, emarginazioni.

Spesso, e questo capita anche oggi, si usa la Parola di Dio o il nome di Dio per gli affari più ambigui, per gli intrighi di palazzo,  e per le guerre di religione. Ricordiamo il comandamento di Dio : " Non nominare il nome di Dio invano".

Come aiuto per entrare in una giusta Quaresima di pentimento e di impegno, attingiamo alla sapienza dell’Occidente e dell’Oriente:

"Se tu ricordi il tuo peccato, Dio lo scorda;

se lo accusi, Dio ti scusa;

se lo scopri, Dio lo ricopre" (S. Antonio di Padova).

"Chi prega ha in mano il timone del mondo" (S. Giovanni Crisostomo).

Don Luciano Scaccaglia,
teologo e parroco

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