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Ausilia Riggi: ‘Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta’

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XXIL T.O. anno C 

Il VANGELO  – lectio brevis  Lc 15, 1-1

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: Costui accoglie i peccatori e mangia con loro.

Ed egli disse loro questa parabola: Chi di voi, se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va in cerca di quella perduta, finché non la trova? Quando l’ha trovata, pieno di gioia se la carica sulle spalle, va a casa, chiama gli amici e i vicini e dice loro: ‘Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora, quella che si era perduta’. Io vi dico: così vi sarà gioia nel cielo per un solo peccatore che si converte, più che per novantanove giusti i quali non hanno bisogno di conversione. Oppure, quale donna, se ha dieci monete e ne perde una, non accende la lampada e spazza la casa e cerca accuratamente finché non la trova? E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, e dice: ‘Rallegratevi con me, perché ho trovato la moneta che avevo perduto’. Così, io vi dico, vi è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte.

 

BREVE PREMESSA PERSONALE

= Siccome per la quasi totalità dei fedeli (i praticanti) è sufficiente andare a Messa la domenica ed ascoltare una buona predica, sento il dovere di dire in maniera non equivoca che l’ascolto della Parola di Dio richiede l’impegno concreto ad andare oltre, sia la pratica festiva con l’ascolto di una ‘bella’ predica sul vangelo, sia la lettura di un commento del interpretato senza l’analisi approfondita del significato delle parole. Altrimenti si ascolta e si legge soltanto un fervorino, cioè un discorso  diretto ad eccitare sentimenti di devozione e di zelo, a muovere gli affetti del cuore più che l’intelletto.

La PAROLA di DIO richiede una fede matura e robusta.

– Il mio commento vuole essere tutt’altro che un fervorino di cui nemmeno sarei capace.

Io cerco di far capire cosa è nascosto entro le parole umane. Ma ciò richiede una interpretazione di esse (le parole). Ho intitolato CONVERSAZIONI il blog dove conservo i miei commenti perché vorrei avere una comunicazione con i lettori, non per ricevere consensi, ma per ottenere suggerimenti e suggestioni in modo da rendere più chiaro ed approfondito quanto dico dietro la presa in esame del lavoro fatto dagli esegeti da cui estraggo una sintesi

= In questa domenica prendo in esame la lectio brevis (lettura breve invece della lunga che parla anche del padre che va in cerca del figlio perduto) in modo da centrare l’argomento sull’essenziale. E, per centrare l’argomento del brano, cedo la parola a Giovanni Berti perché io non potrei dire di meglio:

In questi racconti parabolici i personaggi descritti sono dei veri perdenti.

Un pastore perde una pecora, una donna perde una moneta.

Ho pensato quanto l’esperienza del perdere sia profondamente umana e tocchi prima o poi tutti in un modo o l’altro. Possiamo perdere un oggetto a cui teniamo, possiamo perdere dei beni necessari, possiamo perdere anche la salute, il posto di lavoro, una relazione importante. Arriviamo spesso anche a perdere la fiducia in noi stessi e alla fine anche la fede in Dio. Ci sono perdite piccole e perdite grandi, perdite sopportabili e altre che ci segnano profondamente e ci sembrano insuperabili.

Ma se ci penso bene, l’esperienza di ritrovare qualcosa che si era perduto è una delle più forti e belle della vita. Non vorremmo mai perdere qualcosa o qualcuno, ma nel momento in cui lo ritroviamo la vita si illumina e diventa più bella.

E’ proprio questo ciò che racconta il brano del Vangelo, che inizia con la descrizione di quello che Gesù faceva abitualmente e che dava sempre più fastidio ai suoi nemici, cioè l’incontro con coloro che erano perduti e considerati perduti davanti a Dio. Gesù va dai lontani e dagli allontanati, dai peccatori che nella mentalità dell’epoca erano considerati persi davanti a Dio. Gesù li va a cercare, sta con loro, li circonda con quel calore umano e divino che vuole comunicare loro che sono stati cercati e ritrovati da Dio stesso che li aveva persi. Tutto questo i farisei e gli scribi che si considerano fedelissimi di Dio, non lo capiscono. Non possono capire perché vedono i pubblicani e peccatori come un qualcosa che non appartiene a loro e alla loro comunità, quindi non sono una cosa perduta da andare a cercare.

Per Gesù invece è proprio l’opposto: lui vede negli uomini peccatori, nei poveri, nei piccoli, nei malati, qualcosa di suo che vuole ritrovare e di cui gioire nel profondo per l’esperienza del ritrovamento.

 

COME LEGGERE LA BIBBIA

Si è prodotta un’evoluzione positiva negli studi sulla Bibbia. È aumentato l’interesse per essa. Tutti quelli che hanno acquisito una seria formazione in questo campo ritengono ormai impossibile il ritorno a uno stadio di interpretazione pre-critica, che considerano, non senza ragione, nettamente insufficiente. Perciò è prevalso il metodo storico-critico, ritenuto indispensabile per lo studio scientifico del significato dei testi antichi. Infatti la Sacra Scrittura, in quanto Parola di Dio in linguaggio umano, è stata composta da autori umani in tutte le sue parti e in tutte le sue fonti.   

Ma quale valore accordare a tale metodo, in particolare allo stadio attuale della sua evoluzione? Orientato, ai suoi inizi, nel senso della critica delle fonti e della storia delle religioni, il metodo ha avuto il risultato di aprire un nuovo accesso alla Bibbia, mostrando che questa è una collezione di scritti i quali, il più delle volte, soprattutto per l’Antico Testamento, non sono creazione di un unico autore, ma hanno avuto un lunga preistoria, inestricabilmente legata alla storia di Israele e alla storia della Chiesa primitiva.

Ma nessun metodo scientifico per lo studio della Bibbia è in grado di far emergere tutta la ricchezza dei testi biblici. Senza prescindere dalla necessità di un metodo di lettura che superi l’aspetto letterale dell’interpretazione dei testi, quel che conta è l’aspetto mistico, cioè la disposizione all’ascolto interiore,che è al di là dello studio esegetico, perché permeato di preghiera.

Un esempio storico di questo atteggiamento interiore di preghiera unito alla pratica di vita ce lo offre il beghinaggio, fenomeno tipicamente femminile, risalente al XIII secolo,.

Chi erano le beghine?

Erano donne che volevano vivere il Cristianesimo in una forma vocazionale non riconducibile a quelle canoniche della vita sponsale o del monacato. Si erano impuntate nel trovare la loro adeguata collocazione all’interno della Chiesa, praticando liberamente la castità e la povertà senza, tuttavia, farne voto esplicito. Conducevano un’esistenza fatta di preghiera e lavoro, ascesi e carità.

Il termine beghine è parecchio screditato: oggi è sinonimo di persona intransigente e bacchettona che ben poco ha a che fare con la vivacità delle beghine dell’epoca. Esse, invece, erano una sorta di moderne suore laiche, sovente giovani e ribelli, che ritenevano importante al di sopra di tutto l’imitazione di Cristo; e in Cristo si immedesimavano mediante la rinuncia ai beni terreni e la verginità, rifiutando di prendere alcun voto per privilegiare la riproduzione costante di un atto di libertà. A loro avviso, era ben più edificante uno sforzo interiore del genere, che l’obbligo di chi prendeva i voti in maniera definitiva.

Il termine be­ghina oggi ha as­sunto un significato dispregiativo, in quanto indica genericamente una donna eccessivamente devota. Eppure la decisione di que­ste ragazze di non maritarsi e di seguire quel particolare stile di vita suscitò all’inizio un entu­siasmo contagioso. Il movimento ebbe la sua massima fioritura nel XIII secolo e nei primi anni del XIV, soprattutto nelle regioni del nord Europa.

Ritengo importante la loro connotazione di mistiche laiche.

Da ribelli manifestarono la rottura dei canoni della chiesa ufficiale. Del resto erano figlie di un tempo, quello della cultura ‘cortese’, che aveva esaltato la donna riportandola in una posizione di maggiore parità nei confronti dell’uomo.

Voglio accennare al libro ‘pericoloso’ di Margherita Porete (Francia, 1300): Lo specchio delle anime semplici. L’autrice è consapevole del pericolo che le sue parole siano fraintese, e perciò non si stanca di avvertire i suoi uditori a che si sforzino di capire, di intendere con nobiltà d’intelletto le sue parole, altrimenti troveranno la morte dove lei trova la vita.

= Siamo andati, io e mio marito, a Bruges a vedere quel che resta oggi del beghinaggio, che ci interessava per l’aspetto più significativo del loro modo di essere evangelizzatrici, senza tonaca e senza voti. Ma noi abbiamo visto donne normali, meravigliose nei loro costumi.

Mi è piaciuto il loro modo di intendere l’evangelizzazione. E mi piacerebbe che il fenomeno riguardasse anche i maschi… La settorialità è ormai da superare.

Un episodio forse vi darà l’idea delle beghine di oggi.

Volendo consumare i nostri panini sulla sponda di un laghetto, ne fummo letteralmente impediti dall’assalto delle oche. Ci vennero incontro alcune beghine che riuscirono a cacciarle via. Bell’esempio di solidarietà umana che non guasta nelle evangelizzatrici beghine odierne!

 

TORNIAMO ALLA PERICOPE DI OGGI

Abbiamo visto che il disappunto di perdere qualcosa o qualche persona può procurare la gioia più grande del perdere: il trovare.

E se ci impegnassimo a trasformare tutto ciò che rimpiangiamo di non-avere in speranza di trovare? Personalmente mi dichiaro una sconfitta perché spesso eludo le mie sfide. Ma io ci proverò ancora. In fondo si tratta di dar senso alla nostra vita.

Vi invitto a provarci anche voi.

La Toscanini