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Monastero di Bose, commento al Vangelo di domenica 14 Aprile: Vivere la resurrezione

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Cena a Emmaus, olio su tela (139×195 cm) di Caravaggio, databile al 1601-1602 e conservato nella National Gallery di Londra
Cena a Emmaus, olio su tela (139×195 cm) di Caravaggio, databile al 1601-1602 e conservato nella National Gallery di Londra

14 aprile 2024

III domenica di Pasqua
Luca 24,35-48
di Sabino Chialà

35I discepoli tornati da Emmaus narravano ciò che era accaduto lungo la via e come avevano riconosciuto Gesù nello spezzare il pane.

36Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». 37Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. 38Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? 39Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». 40Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. 41Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». 42Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; 43egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
44Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». 45Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture  46e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, 47e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48Di questo voi siete testimoni.


In questa terza domenica di Pasqua la liturgia ci propone il racconto di un’altra manifestazione del Risorto e dunque di una nuova espressione del travaglio che la comunità disorientata dalla morte del Maestro aveva dovuto fronteggiare per rimettersi in cammino.

Nel capitolo ventiquattresimo di Luca, che raccoglie le manifestazioni del Risorto, vi è un crescendo che ora giunge al suo apice. I primi episodi, quello delle donne al sepolcro (vv. 1-11) e poi quello di Pietro che si reca anche lui alla tomba (v. 12), narrano la constatazione dell’assenza del corpo del Maestro: le donne “non trovarono il corpo” (v. 3) e Pietro vide “soltanto i teli” (v. 12). Quindi, nella vicenda occorsa ai due discepoli sulla via di Emmaus (vv. 13-34), all’assenza si era sostituita una presenza: il Risorto che si manifesta e si fa riconoscere da alcuni segni, in particolare il pane spezzato (v. 31).

Ora, nel nostro brano, il cerchio si allarga e il Risorto non appare più a due discepoli in fuga da Gerusalemme, ma alla comunità intera, radunata nella città santa. C’è un crescendo di luce in questo procedimento narrativo. Eppure la fatica non scompare, e l’elemento della paura accompagna l’intera narrazione anche di questo momento apicale.

Ed è lì, in quella fatica, che il Risorto si fa presente; scende, per riprendere una delle più antiche immagini della resurrezione, come proseguendo la sua discesa agli inferi. Il Risorto ora entra nello spazio angusto di quella comunità che pure era stata raggiunta della testimonianza delle donne (v. 9) e dei due discepoli di Emmaus (v. 35).

Come nel vangelo di domenica scorsa, Gesù entra in scena collocandosi in mezzo a loro, nel luogo che appartiene al Signore: “Gesù in persona stette in mezzo a loro” (v. 36). In mezzo, vale a dire dove può essere visto da tutti, perché tutti possano fissare su di lui il proprio sguardo. La rinascita comincia di qui: lasciare che il Signore stia al centro e guardare a lui.

Da quella posizione Gesù pronuncia la sua prima parola, che è comunicazione di pace: “Pace a voi” (v. 36). Avrebbe potuto dire altro: spiegare, accusare, chiedere conto del loro comportamento. Nulla di tutto questo: Gesù è lì come chi ha da prendersi cura della sua comunità, come ha sempre fatto; è lì per trasmettere la pace messianica, che è segno di integrità.

La reazione dei discepoli è rappresentata come una duplice, istintiva, sottrazione o almeno distanza. Prima tramite il timore: “Sconvolti e pieni di paura” (v. 37), poi tramite la gioia: “Per la gioia non credevano ancora” (v. 41). Reazioni antitetiche, con le quali Luca cerca di descrivere la fatica dei discepoli a sostenere quella presenza. Ma il Risorto dimora nei loro sentimenti contrastati e prosegue nella sua opera di affrancamento e di apertura.

Innanzitutto invita i discepoli a guardare e a toccare le sue mani e i suoi piedi (v. 39). Sono le parti del suo corpo che portano impressi i segni della passione. Segni identificativi perché sono le tracce della sua storia, ma anche segni della sua fedeltà alla loro vicenda comunitaria. Una fedeltà pagata fino in fondo. Con quell’invito, Gesù non intende suscitare sentimenti di gratitudine nei suoi confronti o di colpevolizzazione. Ma ricordare il valore di quella vicenda vissuta insieme. Come a dire: questi sono i segni della nostra comunione, di quanto abbiamo vissuto; di ciò in cui ho creduto, anche per voi.

Questa è la prima via per la quale Gesù tenta di far risorgere i discepoli, di trarli fuori da quegli inferi: rimandarli al loro vissuto, che non è stato sempre edificante, tutt’altro, ma che pure è stato evento di grazia.

Quindi chiede da mangiare. Un primo significato di tale richiesta è quello di affermare la sua corporeità e dunque rassicurare che quanto vedono non è uno “spirito”, come Luca ripete per due volte (vv. 37 e 39). Ma possiamo anche leggervi il rimando a un altro tratto di quella “vita insieme” dei discepoli con Gesù, quando avevano mangiato e gioito insieme a lui.

Per liberarli dalla paura e sostenerli sulla via della fede, il Risorto, dunque, prima rimanda i suoi alla passione, con il suo aspetto di sofferenza; quindi rievoca i pasti, con il loro aspetto di gioia. Significativamente alcuni codici e traduzioni antiche, tra cui la Siriaca e la Vulgata, aggiungono al pesce arrostito anche un “favo di miele”, che rimanda alla gioia messianica e alla festa: “Gli offrirono una porzione di pesce arrostito e un favo di miele” (v. 42).

Infine li rimanda alla sua predicazione: “Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi” e, nella predicazione, alle Scritture: “Tutte le cose scritte su di me nella legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi” (v. 44). Come aveva già fatto con i discepoli sulla via di Emmaus (v. 26), interpreta le Scritture, svelando in esse la “necessità” di quella passione, morte e resurrezione. Abbiamo qui la terza ricorrenza nel capitolo ventiquattresimo di quel “bisognava” (vv. 7, 26 e 44), che solleva ancora oggi per noi varie domande: Perché bisognava? E perché in quel modo?

Proprio ora, con una chiarezza illuminata dalla Pasqua, il Risorto coglie e rivela la necessità della sua missione, che è necessità di fedeltà al Padre, a se stesso e ai suoi. In questo lo hanno guidato le Scritture, cui ora ricorre per spiegare ai discepoli quanto era accaduto. A quali precisi passi biblici non è detto. Ve ne sono, certo, in cui è possibile scorgere una prefigurazione della vicenda pasquale e cui la tradizione successiva si è riferita. Ma voglio immaginare che in quella rilettura delle Scritture ebraiche evocate nella loro tripartizione – Legge, Profeti e Scritti – Gesù abbia illustrato ai discepoli quel mistero della fedeltà di Dio all’umanità, che si dispiega nell’intera storia della salvezza, segno di un infinito amore divino, che non arretra neppure dinanzi alla morte. Le Scritture sono state per Gesù l’alveo in cui ha deposto e da cui ha nuovamente ricevuto la sua vita. Non vi ha trovato una semplice predizione, ma una fonte di senso.

Ecco le vie per le quali il Messia Risorto ha visitato gli inferi di quella comunità impaurita e con quali azioni li ha condotti in un cammino di resurrezione. Ha riguadagnato il suo posto in mezzo a loro, offrendo la pace. Li ha invitati a guardare alla loro vicenda vissuta insieme, nei segni della passione e della gioia. Li ha rimandati alla sua predicazione e alle Scritture, cioè alla storia di una fedeltà divina che non viene meno.

Quindi Gesù aggiunge, concludendo: “Di questo voi siete testimoni (mártyres)” (v. 48). Non “annunciatori”, ma “testimoni”. Il Risorto manda i suoi a vivere e ad essere, prima che a predicare e annunciare. Ricorda così che la resurrezione più che raccontarla, la si vive. E la si vive facendo esperienza di perdono e di conversione: “Nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme” (v. 47). Alla comunità rinchiusa nella paura, il Risorto chiede di cambiare sguardo e di rimettersi in cammino, nella certezza che il Signore dimora in mezzo ai suoi, continuando a offrire loro la pace messianica