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Monastero di Bose, il Vangelo di oggi 2 febbraio:Un incontro sulla soglia

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«Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
«Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore» – e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.

2 febbraio 2024
Lc 2,22-38 (Lezionario di Bose)

In quel tempo 22quando furono compiuti i giorni della loro purificazione rituale, secondo la legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per presentarlo al Signore – 23come è scritto nella legge del Signore:Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore – 24e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o due giovani colombi, come prescrive la legge del Signore.
25Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e pio, che aspettava la consolazione d’Israele, e lo Spirito Santo era su di lui. 26Lo Spirito Santo gli aveva preannunciato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Cristo del Signore. 27Mosso dallo Spirito, si recò al tempio e, mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per fare ciò che la Legge prescriveva a suo riguardo, 28anch’egli lo accolse tra le braccia e benedisse Dio, dicendo:

29«Ora puoi lasciare, o Signore, che il tuo servo

vada in pace, secondo la tua parola,
30perché i miei occhi hanno visto la tua salvezza,
31preparata da te davanti a tutti i popoli:
32luce per rivelarti alle genti
e gloria del tuo popolo, Israele».

33Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. 34Simeone li benedisse e a Maria, sua madre, disse: «Ecco, egli è qui per la caduta e la risurrezione di molti in Israele e come segno di contraddizione 35– e anche a te una spada trafiggerà l’anima -, affinché siano svelati i pensieri di molti cuori».

36C’era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuele, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto con il marito sette anni dopo il suo matrimonio, 37era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. 38Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.

Oggi celebriamo la festa della Presentazione di Gesù al Tempio. È una festa antica, già attestata nel IV secolo; ci parla, attraverso le parole del Vangelo di oggi, di una coppia che portando il proprio figlio primogenito al Tempio secondo le prescrizioni della Legge (cf. Es 13,2; Lv 12,6) riconosce che quel bambino appartiene innanzitutto al Signore. Ma ci parla anche e soprattutto dicosa il Signore fa di quel bambino: non lo trattiene per sé, ma lo dona. Lo dona come Salvezza, come Luce (vv. 30-32) e anche come “segno di contraddizione” (v. 34).

C’è un uomo, Simeone, ad attenderlo sulla soglia, per poterlo accogliere tra le proprie braccia. Un uomo plasmato dallo Spirito santo, in ascolto del suo soffio (vv. 25-26), capace per questo di riconoscere in un semplice bambino come tanti altri la presenza salvifica di Dio. Un uomo che prende in grembo il piccolo Gesù, ma non per trattenerlo a sé, bensì per mostrarlo a tutti, per farne dono a tutti, perché tutti possano vedere rischiarate le proprie tenebre da quella Luce, tutti possano riconoscersi amati da Dio in quella Salvezza.

È anche l’incontro tra un bambino e due vecchi, tra la vita che nasce e la vita che si sta spegnendo. Incontro che trasforma la speranza in certezza: “Ora puoi lasciare andare il tuo servo” (v. 29). Puoi lasciarlo andare perché, sembra dire Simeone, ora che ho visto cos’è e come si manifesta la tua Salvezza, la morte non può far più paura (v. 26); puoi lasciarlo andare perché ora so che la vita vince sulla morte, che la vita è l’orizzonte, non la morte, anche se la morte va attraversata. È il mistero dell’amore.

Ma è anche il mistero del dolore, che si manifesta ogni volta che l’amore viene contraddetto: Simeone, tenendo tra le braccia il dono di Dio parla anche di “segno di contraddizione”: Gesù è segno di contraddizione, cioè segno che noi contraddiciamo ogni volta che con le nostre scelte rifiutiamo di vivere l’amore, ma è anche segno che contraddice tali nostre scelte, che opera in modo da vanificarle, per permetterci di risorgere come creature nuove. 

Infine un ammonimento nelle parole di Simeone, per Maria, e attraverso lei per chiunque voglia restare sensibile alla vita: “Anche a te una spada trafiggerà l’anima” (v. 35). Chi vuol fare esperienza dell’amore sappia che non sarà esentato dall’esperienza del dolore. 

Non si tratta di riesumare antiche visioni doloristiche della vita che sarebbero fuori luogo e certamente poco evangeliche. Si tratta piuttosto di guardare con lucidità alla vita: scegliere di amare è scegliere di rendersi vulnerabili, fragili, feribili. Occorre tenerlo presente, fin dall’inizio del cammino. Credo che per stare sotto la croce di Gesù senza disperare, senza bestemmiare Dio, senza scagliarsi contro i carnefici, sua madre abbia avuto bisogno di meditare per lunghi anni le parole di Simeone. E ci insegna che il dolore non è la contraddizione dell’amore, ma è l’esperienza che si fa quando l’amore è contraddetto. Il dolore non nega l’amore, ma è l’amore negato a generare dolore.

Il Signore ci conceda di accogliere tra le nostre braccia, con gioia e fiducia, la sua Salvezza che oggi ci visita.

sorella AnnaChiara