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Monastero di Bose, il Vangelo del giorno 18 maggio:Parole belle, dolci, essenziali

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18 maggio 2024
Dal Vangelo secondo Giovanni – Gv 17,1-11a (Lezionario di Bose)

In quel tempo Gesù, alzati gli occhi al cielo, disse: «11Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, custodiscili nel tuo nome, quello che mi hai dato, perché siano una sola cosa, come noi.
12Quand’ero con loro, io li custodivo nel tuo nome, quello che mi hai dato, e li ho conservati, e nessuno di loro è andato perduto, tranne il figlio della perdizione, perché si compisse la Scrittura. 13Ma ora io vengo a te e dico questo mentre sono nel mondo, perché abbiano in se stessi la pienezza della mia gioia. 14Io ho dato loro la tua parola e il mondo li ha odiati, perché essi non sono del mondo, come io non sono del mondo.
15Non prego che tu li tolga dal mondo, ma che tu li custodisca dal Maligno. 16Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. 17Consacrali nella verità. La tua parola è verità. 18Come tu hai mandato me nel mondo, anche io ho mandato loro nel mondo; 19per loro io consacro me stesso, perché siano anch’essi consacrati nella verità. 20Non prego solo per questi, ma anche per quelli che crederanno in me mediante la loro parola: 21perché tutti siano una sola cosa; come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch’essi in noi, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.
22E la gloria che tu hai dato a me, io l’ho data a loro, perché siano una sola cosa come noi siamo una sola cosa. 23Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell’unità e il mondo conosca che tu mi hai mandato e che li hai amati come hai amato me.
24Padre, voglio che quelli che mi hai dato siano anch’essi con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che tu mi hai dato; poiché mi hai amato prima della creazione del mondo.
25Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto, e questi hanno conosciuto che tu mi hai mandato. 26E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l’amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro»
.


Da Gesù impariamo l’arte della preghiera. La preghiera è un atto vitale ed è un mestiere che non può mai lasciarci tranquilli. Non è un dovere da assolvere, che si può rinchiudere tra le navate e il presbiterio di una chiesa o nel segreto della propria stanza, in tempi più o meno programmati. Non basta. È l’inquietudine delle inquietudini, è ricerca affannosa, è navigazione in alto mare, è traccia di cammino nella bufera delle nostre vicende umanissime. 

Un detto dei padri del deserto riporta le parole di abba Agatone: “Penso che non vi sia fatica così grande come pregare Dio. Ogni volta infatti che l’uomo vuole pregare, i nemici cercano di impedirglielo, perché sanno che nulla può far loro ostacolo se non il fatto di pregare Dio. Qualsiasi opera l’uomo intraprenda, se persevera in essa, trova riposo, ma per la preghiera bisogna lottare fino all’ultimo respiro!”. La preghiera è dunque lotta, fatica, e noi spesso ci scoraggiamo e disertiamo, alziamo bandiera bianca. È un meccanismo che conosciamo bene.

Ma Gesù viene in nostro soccorso: “Non sappiamo infatti come pregare in modo conveniente, ma lo Spirito stesso intercede con gemiti inesprimibili” (Rm 8,26). I discepoli consapevoli della loro impotenza e debolezza chiedono a Gesù: “Insegnaci a pregare” (Lc 11,1) e Gesù suggerisce loro l’alfabeto del cuore con la preghiera delle preghiere, il Padre nostro (cf. Mt 6,9-13: Lc 11,2-4). 

Qui, nel nostro brano giovanneo, Gesù è in preghiera. Anzi, Gesù diventa preghiera rivolta al Padre. In pochi versetti la parola “Padre” ricorre quattro volte. Scrive Dietrich Bonhoeffer in Sequela, commentando il discorso della montagna di Gesù: “La preghiera corretta non è un’opera, un esercizio, un comportamento devoto, ma è la richiesta del bambino al cuore del padre. Perciò la preghiera non è mai plateale, né al cospetto di Dio, né al cospetto nostro o di altri. Se Dio non sapesse ciò che mi occorre, dovrei riflettere sul come dirlo a Dio, su ciò che dovrei dire, sull’opportunità di dirlo. Mentre la fede, in base alla quale prego, esclude ogni riflessione e ogni platealità”.

Siamo dunque di fronte a un paradosso: la preghiera è sì lotta e fatica, ma non è opera nostra. Non è frutto del mio lavoro, non è un arrovellamento cerebrale. La preghiera è un dono, è il soffio di Dio in noi, il suo sguardo d’amore su di me, su di noi. E non ha a che fare con qualcosa di plateale. La preghiera è affidamento di un figlio al Padre. 

Gesù fa questo. E prega per i suoi amici. Sulla sua bocca ci sono parole che dovrebbero scolpire ogni nostra preghiera: “Padre santo, custodiscili perché siano una cosa sola, abbiano la gioia, quella piena, conoscano la verità e il mio amore, e l’amore sia il motore delle loro vite”. Parole belle, dolci, essenziali. La preghiera di Gesù è pacata, gentile, non pomposa. È la preghiera di intercessione per eccellenza che desidera e invoca il bene dell’altro. 

L’io che si apre a Dio è definitivamente decentrato nella preghiera. Colui che agisce allora è il Padre che ci ha amati per primo e che, riversando nell’accoglienza della nostra preghiera il suo amore, lo effonde nel mondo attraverso di noi costituiti amanti suoi. La preghiera è apertura alla comunione con Dio, all’unità tra noi, all’agape.

fratel Giandomenico