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Monastero di Bose, Vangelo del giorno 11 Maggio: Rimanete!

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11 maggio 2024

Dal Vangelo secondo Giovanni – Gv 15,1-11 (Lezionario di Bose)

In quel tempo Gesù disse: 1 «Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. 2Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. 3Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. 4Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. 5Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. 6Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 7Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. 8In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli. 9Come il Padre ha amato me, anche io ho amato voi. Rimanete nel mio amore. 10Se osserverete i miei comandamenti, rimarrete nel mio amore, come io ho osservato i comandamenti del Padre mio e rimango nel suo amore. 11Vi ho detto queste cose perché la mia gioia sia in voi e la vostra gioia sia piena.


Dopo aver detto ai discepoli, nei versetti precedenti al brano di oggi, che sta per tornare al Padre, Gesù si paragona ad una vite. “Io sono la vite”, afferma al v. 1 che apre il brano. Un’immagine molto bella che merita un approfondimento. Innanzitutto Gesù si paragona ad un essere vivente che cresce, che non rimane statico, non è un oggetto inanimato, ma si estende nel tempo e nello spazio. 

Nello stesso versetto Gesù afferma che il Padre è l’agricoltore. Nei versetti finali del cap. 14, parlando ai suoi discepoli, Gesù ha sottolineato il rapporto con il Padre dal quale sta per tornare. Il Padre è colui che ha un rapporto di cura con la vite, è colui che è chiamato a fare in modo che cresca ordinata e che porti frutto a suo tempo.

Nel v. 2 Gesù esplicita poi quale è l’azione del Padre: lavorare sui tralci. Il testo ci dice che ci sono tralci che portano frutto e tralci che non ne portano. L’azione del Padre è quella di potare i tralci fruttuosi e di tagliare quelli sterili

Tagliare non è potare. Per potare bisogna effettuare un taglio sulla pianta, ma un taglio sapiente che sa quale è il posto giusto dove tagliare e quale angolatura utilizzare, questo perché la potatura ha una finalità precisa: moltiplicare il frutto, far sì che il tralcio diventi ancora più fruttifero.

In questi giorni nel frutteto stiamo diradando gli alberi di pesche. L’operazione è molto simile a quella che Gesù ha visto fare nella vigna e che riprende come immagine per i suoi discepoli. Gli alberi di pesche in questo periodo sono pieni di piccoli frutti. I rami sono pieni di piccole pesche verdi. Cosa fare? Il diradamento prevede che per ogni ramo restino due o tre pesche, quelle già un po’ più grandi e un po’ più colorite, mentre le altre devono essere tolte. Possibilmente bisogna fare in modo che le pesche che restano sul ramo siano ben distanziate. Ma perché non lasciarle tutte visto che la pianta le ha fatte spuntare? 

Lasciarle tutte vuol dire per il contadino rinunciare al raccolto poiché la pianta non riuscirà a nutrire tutti i frutti che resteranno piccoli. Essendo anche tanto vicini dovranno farsi spazio per crescere e molto probabilmente questa vicinanza troppo stretta favorirà la diffusione di malattie e parassiti.

Cosa ha a che fare tutto questo con noi? L’immagine di Gesù-vigna nei versetti successivi viene sviluppata e al v. 5 Gesù dice chiaramente ai suoi discepoli, e quindi anche a noi che siamo i tralci: questo vuol dire che noi siamo innestati in Cristo, siamo la stessa pianta, viviamo nella stessa vita, in noi fluisce la stessa linfa. A noi tralci è dato il compito di portare frutto, cioè di continuare la vita di Gesù nella storia, nella nostra storia.

Così come per il diradamento siamo chiamati a discernere ciò che nella nostra vita dà frutto e ciò che invece rende sterile la nostra vita spirituale. Siamo chiamati a tagliare ciò che nel nostro discernimento è secco e a potare ciò che sta dando frutto affinché ne dia ancora di più.

Il criterio per questo discernimento ce lo fornisce Gesù stesso al v. 3: “Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato”. È la parola, la sua parola, che ci fornisce il criterio per guardarci con gli occhi del Signore che si prende cura di noi come con la sua vite. La traduzione utilizza il termine “puri” poiché il termine katharos indica proprio la separazione; in una delle sue possibili traduzioni è l’atto di purificare attraverso il fuoco, cioè l’azione che serve a separare i metalli preziosi da quelli che lo sono meno.

Nel brano ricorre attraverso l’uso di diverse sfumature del termine, per almeno 10 volte, la parola rimanereGesù invita noi suoi discepoli a rimanere in noi stessi e a rimanere uniti agli altri nella comunità. Lui sta per tornare al Padre, ma vuole che noi restiamo uniti che non ci disgreghiamo. Menō (rimanere) viene dalla radice indoeuropea men- che significa pensare, nell’idea di restare in sé stessi, dedicare del tempo ad ascoltarsi. 

Rimanere è una scelta che va ripetuta ogni volta: scelta di restare in sé stessi per discernere, scelta di restare assieme agli altri per comprendersi meglio alla luce della Parola.

fratel Elia