Home Religioni e Spiritualità Monastero di Bose Monastero di Bose, Vangelo del giorno 6 giugno: Un servizio che nasce...

Monastero di Bose, Vangelo del giorno 6 giugno: Un servizio che nasce dall’amore

20
0
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola
Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: Vieni subito e mettiti a tavola

6 giugno 2024

Lc 17,7-10 (Lezionario di Bose)

 In quel tempo Gesù diceva:” 7Chi di voi, se ha un servo ad arare o a pascolare il gregge, gli dirà, quando rientra dal campo: «Vieni subito e mettiti a tavola»? 8Non gli dirà piuttosto: «Prepara da mangiare, stringiti le vesti ai fianchi e servimi, finché avrò mangiato e bevuto, e dopo mangerai e berrai tu»? 9Avrà forse gratitudine verso quel servo, perché ha eseguito gli ordini ricevuti? 10Così anche voi, quando avrete fatto tutto quello che vi è stato ordinato, dite: «Siamo servi inutili. Abbiamo fatto quanto dovevamo fare»».


Dopo la lettura di questo testo, probabilmente, si affaccia alla nostra mente una domanda: ma il padrone veramente rappresenta il Dio dei vangeli? 

Allora dobbiamo rifarci ad una lettura più globale del testo evangelico leggendo, ad esempio: “Beati quei servi che il padrone al suo ritorno troverà svegli perché passerà a servirli” (Lc 12,35-40). Oppure: “Chi è il più grande colui che sta a tavola o colui che serve? Eppure io sto in mezzo a voi come colui che serve” (Lc 22,24-30). 

Intuiamo subito che il Padrone non corrisponde all’immagine di Dio che Gesù vuole farci conoscere. Bisogna allora spostare il nostro sguardo fermandoci sul servo. In fondo Gesù ci dice che il servo non deve aspettarsi gratitudine ma deve agire con generosità

Nella Chiesa non ci sono padroni ma solo servi e non si possono avanzare pretese con Dio perché nella relazione con lui non c’è la logica del dovuto, non c’è la logica commerciale, non siamo servi retribuiti in base al servizio che svolgiamo. 

È in questa luce che i discepoli devono dire: “siamo servi inutili”. Il termine “inutile” non significa che il Signore non gradisce il nostro servizio o che esso non abbia alcun valore ma il significato si riferisce all’eventuale ricompensa da ricevere. Si potrebbe tradurre: “siamo servi senza utile”, o “che non cercano un guadagno”, ossia che non pretendono una ricompensa. I cristiani svolgono il loro servizio in modo del tutto gratuito, senza aspettarsi nulla e senza ricercare un interesse personale. 

Ognuno di noi, che si trova a servizio del Signore, ognuno al proprio posto nella Chiesa, deve sempre chiedersi: perché lo faccio? Per chi lo faccio? Un amore è veramente tale soltanto se è gratuito. Modello di questo amore è Gesù il quale non è venuto per farsi servire ma per servire, ed è per questo che i cristiani sono chiamati a fare ciò spinti solo dall’amore: l’apostolato è per sua natura gratuito. 

 L’esempio opposto dell’essere senza utile penso lo si possa vedere nel figlio maggiore della parabola del figliol prodigo il quale dice al Padre: “Ho sempre lavorato per te e non mi hai mai dato un capretto” (Lc 15,29). E il Padre risponde: “Ma figlio ciò che è mio è tuo” (Lc 15,31). Come a dire che chi compie un servizio pensando ad un contraccambio è tutto concentrato sulla risposta che attende dall’altro e non si accorge del dono che ha già tra le mani e che è chiamato a condividere per moltiplicare la vita (fraterna) là dove si trova.

Pensiamo a quanta amarezza può provare questo povero figlio imprigionato dalla sua stessa pretesa. Per questo la Parola di Dio “salva”: se accolta veramente, se l’ascolto non si riduce ad un sentire passeggero, se si permette ad essa di scendere nel profondo, fino al midollo (cf. Eb 4,12-16) allora la Parola converte la nostra vita, produce cambiamento, apre spazi di libertà, di pace, di fraternità.

Dio non è qualcuno a cui possiamo presentare il conto per le prestazioni che abbiamo eseguito. Il nostro rapporto con Dio non può essere di tipo contrattuale, perché Dio non è mai obbligato nei nostri confronti. Di questo era convinto San Paolo che nella 2Tm 1,9 dice che “Dio ci ha salvati non in base alle nostre opere ma secondo il suo proposito e la sua grazia”. Dio è intervenuto in nostro favore non perché ci dovesse qualcosa ma per pura gratuità, per una sua benevolente iniziativa. Dio non ci deve nulla, ma nella persona di suo figlio Gesù non ci tratta più da servi ma da amici e addirittura si fa nostro servitore.

Qui si può risolvere un conflitto che può sembrare esserci nella Scrittura. San Paolo più volte dice che noi siamo salvati non dalle opere ma dalla fede in Dio e della sua grazia. San Giacomo nella sua lettera, invece, dice che la fede senza le opere è morta. Siamo in un apparente contrasto. Chi ha ragione? Tutti e due. Paolo non intende dire che le opere non sono importanti. Vuol dire piuttosto che le stesse opere buone che noi facciamo sono tali perché nascono dall’amore di Dio, dalla sua grazia. Esse saranno una risposta all’esperienza del suo amore. In questa luce, il servizio diventa libertà e quindi una necessità. Non c’è spazio per condotte superbe e orgogliose, per trattare gli altri dall’alto in basso. Ma il prossimo diventa il soggetto della nostra attenzione. 

fratel Paolo