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Omelia di Padre Ermes Ronchi: È il Battista che sussurra al mio cuore che Dio viene

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Domenica II di Avvento
– Ermes Ronchi – 10 dicembre 23

È il Battista che sussurra al mio cuore che Dio viene

Due profeti, due voci narranti un Dio camminatore dei secoli, viaggiatore dell’anima, orma sulla sabbia, piede che si ferma alla tua porta (cf. Ap 3,20), fremito nel grembo di Maria ( Lc

1,41), passione nella voce di Giovanni, miele nella voce di Isaia: «viene il tuo Dio». Due testimoni, che usano lo stesso verbo, al presente, semplice, diretto, sicuro: “viene”. Non probabilmente, non simbolicamente, non apparentemente, ma “veramente” Dio viene. Non parlano di un domani: “ecco, sta per venire, verrà tra poco”, e ci sarebbe bastato. Ma giorno per giorno, instancabilmente, continuamente Dio viene. L’Infinito prende corpo perché la nostra vita prenda corpo.

Come seme che diventa albero, come la linea mattinale della luce, che sembra minoritaria ma è vincente, piccola breccia che ingoia la notte. Anche se non lo vedi, anche se non ti accorgi, Dio viene, e ogni strada del mondo è Galilea. È bello immaginare il creato come un reticolo, un calpestio di orme di Dio.

Come Isaia, vero profeta è uno che apre strade anche nel deserto, che traccia speranza anche là dove sembrava impossibile.

Due voci gridano le stesse parole, nell’arsura del medesimo deserto di Giuda. La voce gioiosa di Isaia: «Ecco, il tuo Dio viene!», e la voce drammatica di quel Giovanni delle acque e del sole rovente, che ripete: «Ecco, viene uno più forte di me, ci immergerà nel turbine santo di Dio!» (Mc 1,7).

Isaia, voce del cuore: Viene il Signore con potenza. Ma subito specifica che è la potenza della tenerezza :”tiene sul petto i piccoli agnelli e conduce pian piano le pecore madri”. Tenerezza di Dio, potenza possibile ad ogni uomo.

Come Isaia, vero profeta è uno che apre strade anche nel deserto, che traccia speranza anche là dove sembrava impossibile, che non si lascia omologare dal pensiero dominante.

I profeti sono creatori di strade libere, dei dirottatori. Ascoltarli è diventare come loro, costantemente in attesa, sempre insoddisfatti, cuore attratto dal richiamo di cose lontane.

I due profeti, a distanza di secoli, usano lo stesso verbo, in un eterno presente: «Dio viene». Semplice, diretto, sicuro: viene. Giorno per giorno, continuamente, adesso. Anche se non lo vedi, anche se non ti accorgi di lui, eccolo in cammino su ogni strada. Il mondo è pieno di tracce di Dio.

Viene colui che è più forte. Gesù è forte perché è l’unico che parla al cuore, l’unico che si rivolge al centro dell’umano (parlate al cuore di Gerusalemme, ditele che è finita la notte, Isaia 40, 1-2). Tra tutte le altre voci solo la sua risuona in mezzo all’anima, perché ciò che conta, ciò che è vero nel cuore, fa saltare tutto un mondo di scuse e di pretesti, di conformismi e di apparenze. Il Regno di Dio, infatti, non è stato sopraffatto dai regni dell’economia, del mercato, del denaro; e il mondo è più vicino a Dio oggi di ieri. Lo attestano la crescita della consapevolezza e della libertà, il fiorire del femminile, il rispetto di genere, la cura per i disabili e per l’ambiente.

La prima parola della prima riga di Marco: “Inizio del vangelo di Gesù”. Si può allora iniziare di nuovo, anche là dove la vita si era arresa. Ma da dove ripartire? Da qui, perché solo partendo da una buona notizia si può ricominciare a vivere, a progettare, a stringere legami, e mai partendo da amarezze, da sbagli, dal male che assedia. E per quanto di doloroso è accaduto, buona notizia diventa il perdono, che lava gli angoli più oscuri del cuore e feconda germogli di pace.

C’è chi vede i cieli riflessi in una goccia di rugiada, Giovanni vede il cammino di Dio nella polvere della strada. E ci aiuta, ci scuote, ci apre gli occhi, insinua in noi il sospetto che qualcosa di speciale sta accadendo, qualcosa di vitale che rischiamo di perdere, di non vedere: Dio che si fa vicino, che è qui, dentro le cose di ogni giorno, alla porta della tua dimora, ad ogni risveglio.
Stella alla latitudine di casa tua, su cui inciampare.

Fonte Link: avvenire.it