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Riflessione del Vangelo di Don Umberto Cocconi: Il “nostro” Dio è allo stesso tempo anche il Dio degli altri

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Don Umberto Cocconi

Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose (Vangelo secondo Marco).
I discepoli si riuniscono attorno a Gesù e gli raccontano dei loro incontri, ciò che hanno ricevuto e ciò che hanno dato. Sono narrazioni piene di vita, di gioia, di come hanno potuto vedere l’amore di Dio che si diffondeva, creando fraternità. Anch’io vorrei raccontarvi dei miei incontri, di come Dio, in un modo incredibile, sia presente nella vita di chi dice di non credere. Dio negli atei si nasconde a loro stessi e anche al mondo e poi alla fine dei secoli smetterà di giocare amabilmente a nascondino e costoro potranno così scoprire con stupore che Lui è stato ed è sempre presente sia in loro che nelle loro vite.
C’è una frase bellissima di Simon Weil: «uno dei piaceri più deliziosi dell’amore umano, è servire l’essere amato senza che egli lo sappia, nell’amore di Dio è possibile solo mediante l’ateismo». L’incontro con l’altro ti fa scoprire che Dio è sempre più grande e nessuno può avere il monopolio su di Lui. Il “nostro” Dio è allo stesso tempo anche il Dio degli altri, anche di coloro che non lo cercano o non lo conoscono.
Ho scoperto che il “nostro Dio” è un Dio-pellegrino, il Dio dell’eterno esodo, poiché conduce fuori da tutte le case e da tutte le patrie in cui vorremmo stabilirci per sempre, fortificandole o, meglio ancora, rinchiudendo anche Lui dentro i confini delle nostre idee, nozioni, tradizioni e confessioni religiose. Scopro che posso incontrare l’altro se sono a “piedi scalzi”. Muoversi coraggiosamente verso gli altri, entrare nella “tredicesima stanza”, quella dei cuori degli uomini e delle culture, penetrare tra le nubi del mistero di Dio fa tutto parte di un unico cammino che si può praticare soltanto a “piedi nudi”.
Molti cercatori di Dio dei nostri tempi non si sentono tanto lontani da Dio o da Cristo, si sentono lontani dalla Chiesa e in generale dalla religione organizzata. L’allora professor Ratzinger più volte nei suoi scritti cercò di convincere i dubbiosi e i critici che chi si professa seguace di Cristo dovrebbe essere allo stesso tempo pronto a «caricarsi di tutti i disagi della sua famiglia».
Lontani da una comunità reale (la Chiesa) siamo esposti al pericolo di vivere senza confrontarci, di fare della religione l’oggetto di fantasie personali. «La fede, separata dalla vita di una comunità concreta e storica comunità religiosa, può facilmente scivolare nel regno delle fantasie individuali e delle proiezioni dei propri desideri» (Tomas Halik). Le Chiese sono luoghi di compromesso, sono sporche e peccatrici, ma sono vere. Bisogna imparare a creare uno spazio per tutti i cercatori del Totalmente Altro, anche per quelli che non saranno mai dei parrocchiani standard, o almeno a rispettare lo spazio che si creano da soli. Non mi spaventano i buchi nel tetto di una Chiesa colpita da varie tempeste. Ricordo bene che proprio attraverso quelle voragini ho potuto scorgere per la prima volta il volto di Dio. Mi è capitato di pensare che oggi forse, per seguire pienamente l’esempio di Gesù, serve un interesse prioritario per coloro che si trovano ai margini della comunità di fede. Per coloro che si trattengono nell’anticamera della Chiesa. Un interesse per le persone che si trovano “nella zona grigia” tra la certezza religiosa e l’ateismo, per coloro che dubitano e cercano. Bisogna conservare lo spirito e non unirsi alla schiera dei sazi, dei sicuri di tutto e di sé stessi, soddisfatti e rinchiusi nel proprio io. Essere vicini a coloro che cercano deve insegnare a noi l’apertura, non siamo solo chiamati ad istruire ed educare, ma anche a imparare moltissimo da loro. «Si potrebbe per un momento andare a vedere come appare Dio dal punto di vista di chi cerca, di chi dubita e si interroga, non sarebbe un’esperienza religiosa nuova, eccitante, necessaria e utile?» (Tomas Halik).

La Toscanini