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Riflessione sul Vangelo di Don Umberto Cocconi: Il bel pastore espone la vita per le pecore

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Gesù il bel pastore

Don Umberto Cocconi

Disse Gesù: «Io sono il bel pastore. Il bel pastore espone la vita per le pecore. Il mercenario invece, che non è pastore e al quale le pecore non appartengono, vede venire il lupo, abbandona le pecore e fugge e il lupo le rapisce e le disperde; egli è un mercenario e non gli importa delle pecore. 
Io sono il bel pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e dispone la vita per le pecore. E ho altre pecore che non sono di quest’ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore. Per questo il Padre mi ama: perché io depongo la mia vita, per poi riprenderla di nuovo. Nessuno me la toglie, ma la offro da me stesso, poiché ho il potere di offrirla e il potere di riprenderla di nuovo. Questo comando ho ricevuto dal Padre mio» ((Vangelo di Giovanni).

Facciamo bene attenzione, qui Gesù non dice: “io sono il buon pastore” o “io sono il giusto pastore”, ma bensì: “Io sono il bel pastore”. Abbiamo pertanto bisogno di recuperare la definizione di bellezza: Platone la definisce come “manifestazione del vero”. Il bel pastore rischia la vita per le pecore, il mercenario invece quando vede arrivare il lupo, scappa. Dio è Dio in quanto non salva se stesso ma si dona per salvare gli altri: è questo che fa di Dio il bello in assoluto. La vita o la deponi o non è vita. Chi non dà la vita, non vive. Una vita trattenuta è una vita morta, persa… più la trattieni più la perdi. Da sempre viviamo con questo inganno di fondo: pensiamo che trattenendo la vita la si amplifichi, quando invece è solo donandola, esponendola, deponendola che la si vive nella sua pienezza. Si vive solo in due modi: o facendo della vita un dono (che è far della vita una vita risorta) o facendone solo una delirante risposta al susseguirsi degli eventi. Gesù dice che nessuno può togliergli la vita, eppure lo hanno inchiodato sulla croce. Paradossalmente, proprio togliendo la vita al Signore Gesù hanno permesso il suo donarsi a tutti. Quelli che hanno messo a morte Gesù – i peccatori – hanno ricevuto loro stessi la vita. L’Amore dona la vera vita propria a chi la sopprime! Solo chi ama fa della propria vita un dono. 

Oggi, per affrontare la grave sfida della crisi educativa occorrono “nuovi bei pastori”, figure di formatori animati da uno slancio e da un coraggio educativo nuovo. Ma di quali educatori si tratta in concreto? L’educatore, di cui parliamo, è colui che nell’ubriacatura del supertecnologico e nella distanza del troppo relativo è chiamato a custodire e a far diventare grandi. I giovani hanno bisogno innanzitutto di educatori testimoni di un’umanità matura e bella, nonché testimoni di una fede vissuta fino in fondo. «L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri o se ascolta i maestri lo fa perché sono dei testimoni» (Paolo VI). Abbiamo bisogno di educatori inquieti, capaci di guardare sempre oltre, verso quelle periferie abitate anche dai giovani, da quei giovani scartati dal mondo. Un educatore – come il bel pastore della parabola – non aspetta che i giovani vadano da lui, ma lui stesso va a cercarli senza stancarsi e senza arrendersi. Non accetta la comoda regola del “si è fatto sempre così”, continuamente cerca vie, modi e linguaggi sempre nuovi e sempre più efficaci per comunicare ai giovani la gioia e la bellezza del Vangelo. I giovani hanno bisogno di educatori che irradino speranza e gioia. Il pastore-educatore sa che ogni giovane, anche quello profondamente ferito dal peccato e da una vita disordinata, porta in sé il germe del bene autentico, dal quale si può sempre ricominciare. 
Chiara Scardicchio – docente universitaria – prende in prestito le parole di Totò ed afferma che educare è «amare a prescindere». Partendo da qui possiamo essere in grado di educare alla vita e divenire persone credibili. Al tempo stesso un vero educatore sa esigere, ha il coraggio di proporre grandi traguardi ai giovani che accompagna. I giovani amano essere sfidati e non vogliono affatto che si dica loro sempre “sì”. 
«L’educatore è colui che, nelle sue relazioni, insegna cos’è la vita, segnato dalla dimensione del limite e dell’attesa, senza la quale non v’è luogo per la speranza. Insegnate che la vita è qualcosa di straordinario, perché è ammantata di mistero» (Vittorino Andreoli). 
Rifacendoci all’esperienza scout possiamo affermare che educare i giovani significa “allenarli ad amare il sentiero”, perché il travaglio del cammino e la gioia della meta sono sempre mischiati. Papa Francesco ne ha parlato chiaramente durante la GMG di Rio de Janeiro affermando che il Signore Gesù chiama a scelte definitive, ha un progetto su ciascuno, e scoprirlo rispondendo alla propria vocazione, è camminare verso la realizzazione felice di se stessi. Nella cultura del provvisorio, del relativo, molti predicano che l’importante è godere il momento, che non vale la pena impegnarsi per tutta la vita, di fare scelte definitive, “per sempre”, poiché non si conosce cosa riserva il domani. 
«Io, invece, vi chiedo di essere rivoluzionari, vi chiedo di andare contro corrente; sì, in questo vi chiedo di ribellarvi a questa cultura del provvisorio, che, in fondo crede che voi non siate in grado di assumervi responsabilità, crede che voi non siate capaci di amare veramente. Io ho fiducia in voi giovani e prego per voi. Abbiate il coraggio di andare contro corrente. Non abbiate paura di quello che Dio vi chiede! Vale la pena di dire sì a Dio».