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Riflessioni sul Vangelo di Don Umberto Cocconi

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Gesù mentre mangiavano, prese il pane e recitò la benedizione, lo spezzò e lo diede loro, dicendo: «Prendete, questo è il mio corpo». Poi prese un calice e rese grazie, lo diede loro e ne bevvero tutti. E disse loro: «Questo è il mio sangue dell’alleanza, che è versato per molti. In verità io vi dico che non berrò mai più del frutto della vite fino al giorno in cui lo berrò nuovo, nel regno di Dio» (Vangelo secondo Marco).
Celebrare l’eucarestia significa inserirsi in una dinamica relazionale in cui ci sono mani che donano e mani che accolgono. Le mani di Gesù non donano solo cose, ma sono l’espressione di una vita condivisa e quindi donata. Viste nell’atto di accogliere le nostre sono mani possono diventare, a loro volta, mani che donano. Se Gesù dovesse fare il suo profilo social la sua immagine di copertina sarebbe quella di due mani che spezzano il pane e lo donano. Nell’ultima cena Gesù compie questi gesti: prende il pane, su di esso recita la benedizione, lo spezza e lo dona agli apostoli dicendo: “prendete questo è il mio corpo”.
Cosa vuol dire l’espressione “questo è il mio corpo?”. Gesù in qualche modo vuole dire ai suoi amici che lui si dona a loro, che pone la sua vita nelle loro mani. Gesù, per nostro amore, non si appartiene. Il suo corpo è il nostro. La stessa dinamica è presente nel donarsi degli sposi. Essi donano il loro corpo all’amato/a e celebrano ciò che Paolo afferma: “offrite i vostri corpi come sacrificio vivente, è questo il vero culto gradito a Dio”. Ma oggi il discorso post-moderno sull’amore appare come la fine di una fiaba, di una bella storia che non può più continuare, di un sogno che ha aiutato a vivere ma di cui ora dobbiamo fare a meno. La cultura contemporanea è essenzialmente narcisistica ed egocentrica e contraddice fin nella sua essenza ogni slancio d’amore, ogni rapporto di donazione in cui si sia disposti a dare senza riserve. C’è un’ipoteca che grava su ogni apertura all’altro e che rischia di compromettere costantemente l’amore fin dal suo nascere. Il filosofo Merleau-Ponty ci dice che il corpo, in realtà, contiene questa apertura al mondo, che la persona è un “essere per”. L’essere umano per trovare sé stesso deve uscire da sé, ed anche per incontrare l’altro, deve in qualche modo diventare altro da sé. L’incontro implica una relazione dinamica e creativa, esso pone i termini dell’ “io” e del “tu” in un movimento che crea il “noi”, una realtà che prima non esisteva. Nasce così una realtà che non sarà mai isolata ed egoistica, ma avrà un interesse comune: appunto il noi.
Il corpo è rivelazione di noi stessi, basti pensare al suono della nostra voce, alla gestualità delle nostre mani, all’espressione del viso, al cenno degli occhi, tutto tende a diventare l’espressione veritiera del mistero interiore della persona che, in ultima analisi, è il noi trinitario che si esplicita nel nostro “noi” sulla terra. Il corpo è il luogo della relazione e della comunione con l’altro, è il vertice di questa comunione visibile che avviene tramite il dono di sé, che coincide col dono del proprio corpo. L’uomo e la donna sono chiamati ad esistere non solo uno accanto all’altro ma anche uno per l’altro e per tutta la comunità. La persona che imprigiona il dono, imprigiona sé stesso. Giovanni Paolo II afferma che gli sposi sono chiamati a diventare “profeti del linguaggio del corpo”, e sta qui l’eminente missione apostolica della testimonianza degli sposi: essere corpi offerti, donati tutti i giorni. La sessualità è “vocazione all’amore”: è l’intimità in cui entrambi i corpi s’incontrano. Il piacere sessuale è apertura a questo incontro: «C’è una dimensione etica del piacere che non è solo consumazione dell’altro, ma apertura che diventa conoscenza e riconoscenza, accoglienza e dono, valorizzazione e apprezzamento» (Giampaolo Dianin). Cosa vuol dire comunicare a questo corpo? Se non essere felici!