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CARTOLINE DALLA FRANCIA

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Marsiglia la bella

C’è una piazza a Marsiglia
tra il Vecchio Porto e la Mairie
al cui centro è schierato un esercito di vasi di bronzo
più alti di me e di te.

Ne emergono forti e nodosi
alberi di ulivo.

L’idea geniale è stata comporre così
l’immagine dell’unione perfetta
tra la verde mediterranea bellezza
e una irriducibile voglia di
durata ed eternità.

Tra i vasi di ulivo gigante
si scorge giù in basso l’azzurro del Porto
con le sue schiere di barche e velieri.

Ecco  svelato il segreto:
questa  città è raccolta e rigenerata
intorno alla sua liquida piazza centrale
che è il mare.

Tra i vasi giganti giocano tre bionde bambine
una più grande, due piccoline.
Giocano un, deux, trois,  soleil!Riempiono così, gocce di miele ambrate,
il tramonto di grida e risate.

In altra parte della piazza
ragazzi magrebini volteggiano eleganti e  imperiosi
come gabbiani dal testosterone esplosivo.

All’ingresso del braccio di mare
che si fa Porto e Piazza centrale
maestoso si erge il Forte.
Nato come drago per dissuadere pirati e nemici
oggi ospita nelle sue pance
cui si accede da lunghe e ripide scale
i migliori presepi d’Europa.

I vasi di  bronzo e ulivo;
l’azzurro pulsante di una piazza che è il mare;
le bambine al miele e i saettanti gabbiani magrebini;
il Forte che una volta sputava fuoco
e oggi risuona di zampogne e cori bambini:
questa è  Marsiglia la bella!

Nizza la brutta
 

Dall’anonima stazione ferroviaria
si discende in linea retta
alla tanto decantata Promenade.

Il cielo è livido, il mare è piatto:
sul suo ciglio si trascina infinita
una teoria di esangui domenicali
larve podiste.

Si ha così modo di constatare
quanto sia brutta la faccia dell’umanità
quando  crede basti scappare da se stessa
per raggiungere i campi elisi dell’eternità.

Ci si rifugia allora in un bar
per sorbire un italianissimo caffè.

E si patiscono le ciance petulanti
di riccastri  orrendi
che fingendo di ascoltarsi
elencano come un ipnotico mantra
le proprie ricchezze e i fastosi beni,
le odiose tasse e gli omerici acciacchi,
vomitando fiele per Prodi l’usurpatore
e inneggiando a Berlusconi,
benemerito benefattore.

Risalendo trafelati la strada
per riguadagnare in fretta la stazione,
viene irresistibile la tentazione
di allungare un calcio salutare
a qualcuno dei troppi e leccati barboncini
in circolazione.

Città che induce a rivalutare
l’odio di classe, a riconsiderare le ragioni
delle antiche jacqueries e ribellioni,
ecco Nizza la brutta,
che reclama pensieri assassini. 
 

Montpellier è un ragazzo
 

Montpellier è un ragazzo dai fitti riccetti neri,
la pelle luminosa come cuoio dorato,
il profilo nobile e altero di un etiope angelicato. 

Cammina concentrato e pensoso
lungo il corso principale
ascoltando dagli auricolari musica.  

Calza bianche scarpe da ginnastica
su cui sembra scivolare leggero
come pattinatore sul ghiaccio di una volta celeste. 

Nulla lo disturba o distrae,
nulla può sviare il suo lento e solenne andare. 

Intorno a lui,  l’urbano  brusio cinetico di un alveare.

Il ragazzo ne è  ontologicamente estraneo ma,
allo tempo stesso, fluidamente incardinato.

E’la sua rarefatta concentrazione sospesa a conferire senso 
all’altrimenti  dissennato tremolio sussultorio
che lo contiene. Ne è lui perno e baricentro,
lui a rendere umanamente intellegibile, moralmente accettabile, 
l’esistenza indaffarata del mondo.  

Entrato  all’improvviso in scena da un lato,
il ragazzo scompare presto dall’altro,
sola immagine perfettamente a fuoco
dentro un instabile mosaico liquido.

Ho immaginato che un dio in forma d’aquila
l’avesse rapito e portato sull’Olimpo.
Poi mi sono ricordato che a rapire i ragazzi oggi
non è Giove, né  la destinazione l’Olimpo:
ma la musica rap, le canne e l’Ipod.

La città è un ragazzo intravisto per qualche secondo:
perentorio e definitivo come un quadro di Chagall.

Gian Carlo Marchesini