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Dialogo immaginario

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Immaginando un padre ed un figlio, in conversazione.

p- Figliolo, io dissi loro “Non devi farti immagine scolpita, nessuna forma simile ad alcuna cosa che è nei cieli di sopra, o che è sulla terra di sotto o che è nelle acque sotto la terra. Non devi inchinarti davanti a loro…” ma loro non osservano i miei comandi. Mi pareva di essere stato chiaro, nessuna immagine scolpita, cioè tridimensionale, che raffiguri esseri viventi del cielo, del mare e della terra, quindi nemmeno le figure di uomini, e nemmeno di uomini crocefissi.

f- Sì vabbè, Pà, non te la prendere, perdona loro, perché non sanno quello che fanno.

p- Ma io non li capisco: quando eri giù te ne hanno fatte di tutti i colori, ti hanno appeso al palo, e adesso usano la tua stessa immagine, appesa, per ricordarsi di te? Non potevano ricordarti in un altro contesto?

f- Lasciali fare, loro dicono che quell’immagine rammenta il mio sacrificio, e più in generale il sacrificio per il prossimo.

p- E se lo ricordano?

f- Non molto.

p- Allora perché appendono la tua immagine?

f- Per loro essa è divenuta il simbolo di un gruppo, che da molto tempo si ispira a me ed a quello che ho detto quando ero giù, un gruppo numeroso.

p- Bene, così essi si rispettano e si amano a vicenda, se questa tua immagine serve a ciò, a me va molto bene.

f- Non esattamente: per alcuni è effettivamente così, ma la maggior parte di loro vede nell’immagine un segno di tradizione, di cultura, di territorio, di identità nazionale, di “valori universali” e svariati altri attributi, e non escluderei l’ipotesi che lo facciano per loro convenienza.

p- Meno bene, ma ancora non ho capito dov’è il problema.

f- Ci sono persone, che non fanno parte di quel gruppo numeroso, le quali non si riconoscono nella mia immagine, e nemmeno in alcuni dei significati ad essa attribuiti.

p- OK, liberi di scegliere, e allora?

f- Ecco, questi ultimi non sono molto liberi di scegliere, poiché quelli del gruppo numeroso impongono loro la mia immagine.

p- Impongono loro? In che modo?

f- Sostengono che la mia immagine sia tradizione, cultura, territorio, identità nazionale ed un insieme di valori che gli altri devono accettare, e con l’assenso di Cesare la impongono per norma.

p- Ma è una prepotenza!

f- Un pochino.

p- Ma i primi, non erano forse quelli che vedevano nella tua immagine il segno di amore e rispetto?
f- Certo.

p- E non capiscono che così facendo mancano di rispetto al loro prossimo?

f- Beh, forse lo sanno.

p- E non capiscono che così facendo mancano di rispetto anche a te?

f- Mah, forse non tutti lo sanno.

p- E non ti dispiace?

f- Sì.

p- Anch’io ne sono dispiaciuto. Figliolo, io dissi loro: “Non pronunciare invano il nome mio, perché io non ritengo innocente chi pronuncia il mio nome invano. Non lascerò impunito chi pronuncia il mio nome invano”. Ti consiglio di fare altrettanto.

f- Sì, Pà, non hai tutti i torti, ed infatti anch’io dissi loro: “Non chiunque mi dice ‘Signore, Signore’ entrerà nel regno, ma colui che fa la volontà di mio padre. Molti mi diranno ‘non abbiamo noi profetato il tuo nome?’. Io però dichiarerò loro ‘Non vi ho mai conosciuti, allontanatevi da me, operatori di iniquità’”.

p- Hai detto bene, operatori di iniquità: mediante la tua immagine dicono di portare la tua parola, ma la tua parola è amore, e proprio per mezzo della tua immagine loro contraddicono la tua parola. Essi si fanno beffa di te? Distorcono i tuoi insegnamenti?

f- Non so. Comunque li avevo avvisati: “Guardatevi dai falsi profeti, che vengono a voi in veste di pecore, ma dentro sono lupi rapaci. Dai loro frutti, dunque, li potrete riconoscere”. Sai Pà, se devo dirtela tutta preferisco quelli che non si riconoscono nella mia immagine, ma almeno sono equi, piuttosto di quelli che dicono di difendere la mia immagine, ed invece operano in modo iniquo.

 

Silvano Madasi