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LA PIANTINA

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Sono in pericolo, da anni invece della cerca della luce,
clorofilla e verdi sali vedo una pianticella da  c u r a r e
il cui veleno proviene dal suo centro, dalla terra
un buco invalicabile e profondo – che
non dà spazio ad altro.Lo stesso buco alimenta
come acqua un pozzo – e spinge
 
radici povere che reggono la pianta,
io mi chino e ne bevo, la curo genufletto e
inculco suoi rituali – soli che si addicono alla pianta.
Essa prende me, lei non va via. Un male oscuro che
ghermisce inesplicabile ed io chinata, guardo e amo,
le dico: con oggi prenderemo un’altra medicina.

Lei è sepolta, ma con me alla luce rivivrà sicura!
E lei beve, beve non è stanca mai.
 

Mi riaddormento a sera con minor fiducia.
Che sia lei o io, la più ammalata non mi curo:
so che il mio posto è di guardiana del malato e lei
l’ho già incontrata (e scruto) quante foglie fiori
o foglie saprebbe germogliare. Ignara,
ignoro non vi sia più vita e mi procura un crampo
stanco e duro, dolore al polso e poi, silenzio ma
le voci che invento, le canzoni o i bassi
assicurano parole e un bel giardino.
 

La pianta guarda sogna, a volte sembra assorta:
finestre che riflettono un suo cielo senza stelle mani
la carezzano vorrebbero donarle un nome un volto, e
voce – amica. (Ma la pianta avvizzisce e piano si
protende verso il basso, il fusto grigio e secco
come un vento che non ha respiro).A volte
migra, noi riposiamo là vicino
a lei che più non vedo. Il cielo annotta
tuona ma non può far nulla,
solo mani amorevoli le mie
intendono prestarle volto – e suoni
si azzittiscono, il mio viso già assopito
s o g n a di accendere una per una 
la fiammacon cui bruciate dita riscaldano –
ed illuminano. 

                                        
La pianta tace sopra tutto il suo segreto
che è l’assenza di centro e sterno
vuoto al mondo da mostrare. Divide e intrica
con la sua secchezza il cielo ma
scruta dentro l’anima, vorace. E tace.
 
Tace di suoi algoritmi e voci che nel fondo
pre natali alla vita al tempo, al vivere
del mondo avevano attizzato fuochi lì
nel cuore, e morso l’aria
      giacimenti interi e intanto voci –
anche di bambini – che dall’erba
suggeriscono preghiere,
e le dicono lascia, lascia tuo padre-
madre, e tuo fratello in terra
di sepoltura antica, tu foriera
di indiane corse di colori nuovi che
dal cielo fumano –
 
il suo Sole.
 

E’ là nel corso amico della storia
che vorrei tornare,
precipitare in corsa prender quota – camminare.
 C’è un paese amico che mi segue e chiama,
mi protegge ha nome: amicizia affetto
figlia e poi, animali.
 
La piantina che sente si stupisce
di queste orecchie gravide del mondo,
non capisce. Coglie che
qualcuno è in movimento già nei piedi –
prato di un cammino. Lo trattiene,
non vorrebbe tutto quel chiasso
 – e il fiato non udire; preferisce
tenere a sé le mani strette nelle
sue più forti di
             quel mistico morire. 
 

  Intanto mille insetti avanti gli occhi
le offuscano la vista la tormentano
le dicono in segreto, Corri non correre, 
                                 non scappare.
Oppure, puoi restare.
La vita del guardiano è come questa di
un santo un angelo che guida
le sorti e annuncia al mondo, ai suoi bambini.
   E tu, la guida! il suo Virgilio – noi l’inferno
giusto del vivere, resta – rimani
nella già sera ad aspettare che
non più vita ghermisca noi, né tu
cadendo addormentata più
dolore alcuno senta. 
 
Potendo, urla piangi non
in tuo aiuto tornerò a sentirti dunque
arresta i pensieri, preghiere rumorose
al cielo arrovesciate – le mani aperte
che gridano, venite!
Venite a prenderci su un fosso
dove solo un bene
che fa vivere felici riesca a quietare
addormentarci – nel nome della figlia.
Non puoi fuggire più lontano tu, ché
un figlio veglia su di te e promulga
un canto. Che, morte dopo morte,
                                  ricrea catene
fino al nulla dell’essere mai nati
e nel pensiero va lontano.
 
                Intanto cresce l’erba piano
intorno a noi che più non vediamo
margherite e ranuncoli che restano
intrecciati, destini omofoni al morire
dove nel  v u o t o  nuovi legami
si   t r a s m u t a n o
in viticci stecchi – e allentano, non legano
 
     più bene quel   s e n t i r e.

Maria Pia Quintavalla