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Ricordo di un ragazzo estivo

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Gian Carlo Marchesini

Il lungo e flessuoso collo sottile,
la calda elegante nuca,
la cupola del culo gentile;
in fondo al ventre il nido piumato ben guarnito,
ai piedi le ciabatte da spiaggia infradito;
le cosce e i polpacci, le mani e gli avambracci,
i neri e folti capelli setosi e i piedi alati;
il naso sfidante e la chiostra abbagliante dei denti,
l’aria impunita dei corsari e dei briganti;
le dita a disegnare nell’aria arabeschi,
 le orecchie e la raffinatezza dei lobi fiabeschi;
le morbide labbra e la saettante lingua,
i fiati trafelati e gli sputi ardenti,
le frementi narici e gli scatti sulla bici;
le interrogative sopracciglia arcuate,
gli sguardi sornioni e  languidi,
 le lunghe ciglia seducenti;
 i singhiozzi, gli spasmi e le trattenute grida
mentre di nascosto nel capanno, con fervoroso affanno,
partorisce  come  munifico re Mida
i suoi quotidiani bollenti spruzzi;
le parolacce  a raffica e i poderosi rutti,
lo zampillo scrosciante del piscio,
il sangue che corre nelle vene
con l’urgenza del colpo che batte sull’uscio;
l’odore pungente dell’ incavo d’ascella,
le lacrime per le amorose pene,
l’irrompere della  risata squillante e bella;
la voce acuta e chiara, e poi spezzata e scura,
il suo essere insieme maschio e femmina, fratello e sorella;
l’ansiosa rincorsa alla vita,
il suo porsi come sfidante provocazione ardita:
tutto  questo e altro ancora
gli conferiscono l’aura magica di una grazia vitale e pura.
Ed è quello che ho cercato di dire qui e ora.

La Toscanini