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SULLA NATURA DEI SIMBOLI

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a.  Gli itinerari della rappresentazione interna  della realtà esterna

Paillard distingue due sorgenti  — scrive L.  Lurcat[1]esterne nella postura del corpo e dei suoi segmenti: le forze di gravità ed i segnali significativi provenienti dal mondo esterno. Nel primo caso, si tratta di una posizione antigravitazionale che orienta il corpo in rapporto alla direzione della forza di gravità e permette l’atteggiamento eretto, caratteristica fondamentale di tutte le specie per le quali la posizione della testa nello spazio sembra avere un ruolo essenziale.

Nel secondo caso, si tratta di un atteggiamento direzionale assicurato dal gioco coordinato di tre operazioni di modificazione dell’atteggiamento fondamentale: l’alzare e l’abbassare la testa sul piano sagittale, spostamento laterale destra-sinistra sul piano orizzontale, e rotazione nei due sensi intorno all’asse del corpo[2].

(. . . . )Nello spazio circostante, Leroi-Gourhan[3] fa una distinzione tra spazio itinerante e spazio raggiante o radiale. La percezione del mondo circostante si realizza per due strade, l’una dinamica che consiste nel percorrere lo spazio prendendone coscienza, l’altra statica, che permette, immobile, di ricostruire intorno a sé dei circoli successivi che continuano fino ai limiti dell’ignoto. Una delle strade dà l’immagine del mondo su un itinerario, l’altra integra l’immagine delle due superfici opposte, quella del cielo e quella della terra che si congiungono all’orizzonte.

Queste due modalità di approccio esistono congiuntamente o separatamente in tutti gli animali, il modo itinerante negli animali terrestri, ed il modo raggiante negli uccelli. Il primo è legato alle percezioni muscolari ed olfattive dominanti, il secondo interessa principalmente le specie dotate di vista sviluppata. Nell’uomo i due modi sono essenzialmente legati alla vista e coesistono;hanno dato luogo a una duplice rappresentazione del mondo con modalità simultanee.

(. . . . . )La motricità implica, per soddisfare il mantenimento alimentare, la polarizzazione anteriore degli organi di relazione che assicurano l’orientamento, l’identificazione spaziale, la coordinazione degli organi di prensione e di preparazione alimentare. Si crea così, dice Leroi-Gourhan, con la polarizzazione dei differenti organi, un campo anteriore nel quale si svolgono le operazioni complesse della vita degli animali con simmetria bilaterale[4]. Questo campo anteriore evolve, viene diviso in due territori complementari, l’uno delimitato dall’azione degli organi facciali, l’altro dall’estremità delle membra anteriori. Il campo anteriore comporta dunque un polo facciale e un polo manuale che agiscono in stretta relazione nelle operazioni tecniche più complesse[5].

Tanto la percezione umana del mondo,  quanto la sua rappresentazione interna della realtà esterna,  si realizzano per due strade, l’una estroversa  (mitologicamente associata alla fase lunare crescente e all’alba, all’est ), centrifuga, che predilige il canale percettivo del conscio  (il simbolo del Sole che risiede a destra è l’altro occhio, quello che vede quando gli occhi sono chiusi, il Cristo cosmico della tradizione giudaico-cristiana,  che siede alla destra del Padre ), proiettata sugli oggetti esterni, che consiste nel percorrere lo spazio circostante prendendone coscienza –differenziandolo e nominandolo[6]–, predilige il movimento, l’attività, il pensiero speculativo e formale, il sentimento. L’altra introversa (mitologicamente associata alla fase lunare calante e al tramonto, all’ovest ), centripeta, che predilige il canale percettivo dell’inconscio,  ( il simbolo della Luna che risiede a sinistra è l’altro orecchio, quello che ode quando tutti i canali percettivi vengono trascesi, lo Spirito Santo della tradizione giudaico-cristiana,  che sta alla sinistra del Padre ),  proiettata sull’ombra degli oggetti interni, che consiste nel ri-costruire dentro di se dei circoli concentrici che continuano fino ai limiti dell’ignoto[7], predilige il silenzio e l’immobilità, il pensiero sensibile, intuitivo e simbolico[8]. Una delle due strade raccoglie l’immagine del mondo su un itinerario di incontri-scontri, l’altra integra l’immagine delle due superfici opposte, quella del Cielo e quella della Terra, che si congiungono all’orizzonte.

b.  Dal conteggio al calcolo

L’anno indù (360 giorni) si compone di 6 stagioni (Ritu) ciascuna di due mesi (Masas). Un mese (di 30 giorni) rappresenta un ciclo   della Luna, composto di due fasi, una progressiva e l’altra regressiva, ognuna di 15 gg.  (Pakshya)[9].  In origine, prima della coagulazione dell’Oceano — l’Uovo Cosmico,  capace di assicurare la continuazione del ciclo ininterrotto delle morti e delle rinascite –, le due facce-fasi  ( tesi e antitesi ) della Luna formavano un solo Essere, tagliato poi in due da Mohini (Visnù).

La statua bifronte del dio Giano — riferisce Plinio il Vecchio (24-79 d. C. ) nella Storia naturale (XVI, trad.  Nisard, pag. 434) –, recava sulle dita il numero dei giorni dell’anno: perché? Era forse il dio Giano, dio dell’anno e delle quattro stagioni nonché del tempo ( il tempo reattivo o tempo esogeno ) e dell’età ( il tempo-durata,  o tempo endogeno, il chronon dei genetisti[10]), avvezzo al gioco della morra? Era forse un assiduo calcolatore ancora ignaro dell’uso del pallottoliere?

La parola calcolo proviene dal termine latino calculus, cioé sassolino. Calcolare,  equivale ad un processo di trasformazione delle proprietà di separazione in proprietà di riunione e viceversa;ma significa anche ricombinare e trascendere i confini dei. . . . sassolini, vale a dire ricombinare e trascendere i confini del nostro potere di separazione diretta –contare– delle quantità concrete. 

L’avarizia mi ha insegnato a contare e a mettere le dita al servizio della mia passione, dice Seneca (ca.  4 a. C. – 65 d. C. ) in una delle sue epistole (LXXXVII). Contare significa esercitare il potere di separazione diretta delle quantità concrete ed equivale, anche, a cor-rompere[11]

L’essere umano! Con la sua posizione antigravitazionale,  che ne orienta il corpo in rapporto alla direzione della forza di gravità e permette l’atteggiamento eretto, evoca l’immagine di un segmento di retta proteso tra la Terra e il Cielo, dal piano terreno al piano celeste, dal basso verso l’alto. L’alzare e l’abbassare la testa sul piano sagittale, lo spostamento laterale destra-sinistra sul piano orizzontale, la rotazione nei due sensi intorno all’asse del corpo,  sono le tre operazioni elementari di modificazione dell’atteggiamento fondamentale, quello antigravitario, che gli consentono di relazionarsi adattivamente con i segnali provenienti dall’ambiente. La relazione segue due strade, una ricava l’immagine del mondo in un processo di conteggio e di calcolo,   creando manufatti dall’oggetto grezzo; l’altra integra l’immagine dei due poli verticali contrapposti, quello sottostante e quello soprastante, nell’incalcolabile e irraggiungibile orizzonte del simbolo. Da pochi,  elementari moduli di base ( a rigore potremmo definire la mente come una possibilità della materia, o, viceversa,  la materia come una possibilità della mente[12] ),  ecco allora lo gnomone,  a scandire il ritmo della finitezza universale, ed ecco il menhir — la pietra[13] — a celebrare il ritmo della misteriosa infinitezza cosmica: dove va a finire l’ombra dello gnomone che si proietta al suolo, quando il sole si trova allo Zenit. . . . o al Nadir? Cos’è più reale: lo gnomone o la sua ombra?

La polarizzazione degli organi di senso — mente inclusa –,  crea un campo psico-relazionale anteriore che,  evolvendo,  viene suddiviso in due territori distinti ma complementari (come la faccia bifronte del dio Giano e le due facce-fasi della Luna indù), l’uno delimitato dall’azione degli organi facciali ( gli occhi per la vista,   l’oro-faringe per l’alimentazione e l’oro-laringe per l’emissione circostanziata di suoni ), l’altro dall’estremità delle membra anteriori — mani e dita[14] –,  per la coordinazione oculo-manuale ma, anche, per celebrare l’ombra della misteriosa e incalcolabile infinitezza cosmica: l’Uno ha prodotto il due, il Due ha prodotto il tre, ilTre ha prodotto il Quattro.  Cinque sono le dita di una mano, e nell’atto di congiungere la mano sinistra alla mano destra Tutto è compiuto: il Nord, il Sud, l’Ovest, e l’Est sono un tutt’uno nell’assenza d’ombra dello Zenit (tesi) e del Nadir (antitesi).

c.  La storia dall’uno al quattro

Prima della missione colonizzatrice dell’uomo civilizzato,  i popoli tribali dell’Africa, dell’Oceania e delle Americhe afferravano chiaramente,   ed esprimevano con precisione nel loro linguaggio articolato,   solo i numeri uno, due, tre e quattro[15], gli altri restando nozioni globali,  indicanti essenzialmente la pluralità materiale. Certi popoli tribali dell’Oceania declinavano e coniugavano al singolare, al duale, al triale, al quadriale e, in ultimo, al plurale. I membri della tribù australiana aranda usavano solo due nomi di numero: ninta per l’unità e tara per il paio; tre e quattro erano detti rispettivamente: tara mi ninta (due-e-uno) e tara ma tara (due-e-due).  Oltre tara ma tara essi impiegavano una parola che significa molti. Gli indigeni delle isole Murray, nello stretto di Torres — tra Nuova Guinea e penisola australiana di Capo York — usavano la parola netat per uno, neis per due, neis-netat per tre (due-e-uno) e neis-neis per quattro (due-e-due).  Oltre, essi impiegavano un termine che significava moltitudine. Altri popoli tribali occidentali dello stretto di Torres usavano i termini urapun per uno, okosa per due, okosa-urapun per tre e okosa-okosa per quattro, poi usavano il termine ras cioé una folla. Del pari facevano i botocudas del Brasile, gli indiani della Terra del Fuoco, gli abiponi che abitavano il Chaco del Paraguay, i boscimani e i pigmei d’Africa.

Presso i romani,  solo i primi quattro nomi di numeri sono declinabili, mentre a partire dal cinque non hanno né declinazione né genere. Così solo i primi quattro mesi dell’anno romano hanno nomi veri e propri: Martius, Aprilis ecc. ; a partire dal quinto, Quintilis, sono solo numeri d’ordine fino all’ultimo mese dell’anno arcaico: December. Si è notato ancora che i prenomi che i romani davano ai figli,  erano appellativi generici fino al quarto figlio incluso; dal quinto si limitavano a chiamarli Quintus, Sextus, . . . . Octavius, . . . Decimus, mentre Quartus, per esempio, non esiste.

Fatto ben noto agli storici e agli etnologi, la storia delle numerazioni scritte conferma un dato importante: uomini distanti nel tempo e nello spazio — egizi, antichi elamiti,  cretesi,  hittiti, aztechi dell’America centrale precolombiana,  sumeri,  romani,  etruschi,  greci, i popoli antichi dell’Arabia meridionale e del continente asiatico, quelli del continente australe e dell’Africa centro-meridionale, insomma i diecimila esseri umani che abitavano questo pianeta molto prima dell’avvento della nostra Era cristiana —,  percorsero,  senza avere avuto necessariamente contatti, né diretti né indiretti, strade psico-relazionali e adattive simili,  se non proprio identiche.

Perché ciò possa accadere, noi sosteniamo esservi una stretta connessione prescrittiva tra, da una parte, la posizione antigravitaria fondamentale,  con i suoi tre gradi di libertà  (due più uno) , da cui derivano le innumerevoli possibilità relazionali umane, e, dall’altra parte, la presenza di un contenuto o materiale psichico inconscio comune, grezzo, operante, non condizionato o condizionato solo in misura subliminale da fattori di luogo, di tempo, di causa e di effetto[16].  Un bacino psico-energetico ancestrale, filogenetico, che rimane indifferenziatamente simile a sé stesso in tutti gli esseri umani, che prescrive i pochi elementari moduli di base sui quali si innesca il nostro comportamento adattivo e sovra-adattivo.

Il contingente, l’accidentale, il variabile e il condizionato appartengono all’ambito delle molteplici modalità della percezione del mondo, contemplano l’esercizio di una operazione di calcolo e l’ambito entro il quale tale operazione ha luogo: la rappresentazione interna della realtà esterna. Al contrario, le linee prescrittive fondamentali di questo bacino psico-energetico ancestrale restano sempre sostanzialmente identiche a se stesse, incalcolabili e immutabili, al di là del bene e del male, insignificanti e totopotenti.

Le componenti strutturali primigenie della psiche — scrive C. G. Jung[17]hanno la stessa sorprendente uniformità di quelle del corpo visibile. Gli archetipi sono in certo qual modo organi della psiche pre-razionale. Sono strutture basilari caratteristiche eternamente ereditate, prive dapprima di contenuto specifico, che si manifesta solamente nella vita individuale, dove l’esperienza personale è rintracciabile proprio in queste forme. (. . . . ) Perciò ho chiamato gli archetipi anche dominanti dell’inconscio. Ho chiamato inconscio collettivo lo stato della psiche inconscia che consiste in queste forme dinamiche universalmente diffuse.

Per il fatto di operare come propulsore prescrittivo della rappresentazione interna della realtà esterna,  senza ricorrere all’uso dei mezzi speciali ed esteriori propri del calcolo e della progettazione, di tale bacino psico-energetico diciamo che trascende la forma del conoscere,  assegnando alla radice della conoscenza un carattere essenziale ed universale: tutto ciò che è suscettibile di essere conosciuto al di là di tesi e antitesi,  può esserlo stato e continuerà ad esserlo in egual modo da uomini diversi in tutte le epoche[18].

La conoscenza formale e speculativa,  si confronta con la sua radice e qui, nell’esercizio della facoltà di eccedere le linee di demarcazione tracciate dai significati e dai sentimenti     — la facoltà acustico-musicale[19] , sedimenta il simbolo.

d.  Dall’Uno al Due passando per il Tre: le dinamiche del Quattro

 

In origine, prima della coagulazione dell’Oceano, le due facce-fasi della Luna formavano un solo Essere, tagliato poi in due,  cioè contato.  Ovvero: Uno ha prodotto due, Due ha prodotto tre, Tre ha prodotto i diecimila esseri[20].

Uno è la Realtà indifferenziata, la Relazione originaria indivisa, il Non-nato, ciò che viene impropriamente tradotto come Non-Essere.

Due è il Principio della Polarità, la Tensione tra gli opposti,  tra Tesi e Antitesi[21].

Tre è il Principio del Moto,  il Flusso orientato — polarizzato — della Tensione tra gli Opposti.

I diecimila esseri, la moltitudine dei molti,  è Tutto ciò che è stato, che è e che sarà nato, differenziato in unità concrete, ricongiunto all’Uno nel Quattro,  nel Quadrante che ripristina — e secondo la tradizione giudaico-cristiana redime[22] — l’Ordine tra il Nato e il Non-nato, tra lo Specchio dei mutamenti e lo Specchio incontaminato dai mutamenti, senza-macchia.

Dall’unione del Principio della Polarità con il Principio del Moto scaturisce l’Essere, la Sostanza della realtà differenziata;cosicché è detto: Il  cielo e la terra e i diecimila esseri sono generati dall’Essere; l’Essere è generato dal Non-Essere[23].

Malgrado questo: Vacuità (Tao) [24].

L’Uno il Due il Tre e i diecimila esseri  — la moltitudine dei molti in rapporto a ciò che è Uno nell’essenza (la Via taoista) e Trino nell’esistenza (la Virtù)[25] — sono, parafrasando Jung, interpretazioni dei contenuti della psiche pre-razionale. Orbite descrittive proprie dello spazio delle fasi del territorio psico-energetico umano, filogeneticamente prescritte.  Creano veri e propri vortici, che si organizzano in simboli mitologici, in sé privi di contenuto univoco  — insignificanti –,  ma capaci di prescrivere l’orizzonte del campo psico-relazionale anteriore e qui, nel vortice sognante di pochi elementi psicosimbolici primigeni, sedimentano dei numeri-mistici e dei numeri-idea.

Il Tutto differenziato, allora,  è inviluppato nella misteriosa intersezione del Nato con il Non-nato, dell’Essere con il Non-Essere, nell’infinita intersezione di due segmenti di retta orientati, polarizzati: una croce[26] di coordinate psico-simboliche che avvolgendosi su se stessa in guisa di spirale descrive l’eterno vortice dei mutamenti, il ciclo cosmico di morti e rinascite. L’una e l’altra stanno ad indicare gli orientamenti[27] di una relazione gerarchica, di una polarizzazione implicata nella relazione tra il Nato e il Non-nato, nella cui intersezione risiede l’origine del Tutto differenziato, esplicato. Intersezione che divide la rappresentazione cosmica — simbolico-mitologica — della Realtà fenomenica — metaforica –,  in Quattro settori: una coppia di antinomie di ordine spaziale — sopra-sotto, davanti-dietro, dentro-fuori –, e una coppia di antinomie di ordine temporale — prima-dopo, statico-dinamico, mutevole-immutevole –, dalla cui combinazione scaturiscono tutte le rappresentazioni interne della realtà esterna consentite dalla investigazione e dalla conoscenza formale, finita.

Uno ha prodotto due, Due ha prodotto tre, Tre ha prodotto Quattro: così è il Cristo cosmico della tradizione cristiana.

Cristo sulla Croce rappresenta il segreto fattore che ri-unisce l’uomo finito all’Uomo infinito, la Terra al Cielo.  Lui, la pietra filosofale degli alchimisti.

Raggiunto e compiuto il Quattro la numerazione mistico-simbolica s’arresta: il Quattro segue al Tre (Uno-e-Due) per contare la distinzione tra l’Uno manifesto, Nato, e l’Uno immanifesto, Non-nato.

L’Uno-non-nato ha prodotto il Due come conseguenza del Tre, dalla cui unione scaturisce l’Uno-nato, cioé il Quattro, ovverosia: Uno-e-Tre produce Quattro attraverso il Due, dove la e — particella di congiunzione — lega Tesi-e-Antitesi  nell’eccedenza di senso di un vincolo vuoto, misterioso.

Con il Quattro, o moltitudine dei molti nell’Uno, la numerazione psico-simbolica s’arresta, basta, non c’è altra lecita operazione di calcolato conteggio necessaria alla realizzazione di una compiuta rappresentazione interna della realtà esterna: in accordo con il principio del massimo risultato con il minimo sforzo,  il sistema psico-energetico umano ricava dalla funzione catalizzatrice del simbolo vivo,  un guadagno energetico complessivo impareggiabile e insostituibile.

e.  Morte e rinascita nella Croce

In un segmento di retta inciso su,  o ricavato da,  un oggetto concreto — legno,    pietra, osso, carta, terra, gesto, pensiero. . . schermo –,    che  assumendo  su di sè il   segno[28]          di un legame[29]  indelebile e supremo con la Realtà, lo affermi, Homo sapiens investe la propria volontà di potenza e lo nomina, chiamandolo il Grande Ente Primordiale, il Fallo-Totem cosmico, il Dio (uno-e-trino: Padre-Figlio-Spirito Santo) Creatore del Cielo e della Terra, Ishwara (uno-e-trino: Brahma-Vishnu-Shiva), l’Elemento maschile, lo Scettro che,  ripiegato su se stesso (la croce ansata)[30] in guisa di spirale-circolare (la sommità del bastone papale),  Tutto avvolge e contiene. Il Grande Utero,  la Madre cosmica, l’Elemento femminile, la Vuota-Oscurità che in sé custodisce e preserva i germi della luminescenza (la cronologia, o era della luce[31] , vale a dire l’età,  di cui è custode il dio Giano e, forse, anche la radiazione luminosa inviluppata nel corpo nero della fisica di inizio secolo), della segreta conoscenza, unica e universale.

Un segmento di retta, un dito orientato tra la Terra e il Cielo che,  ripiegandosi su se stesso,  si dispone a Cerchio: le due facce-fasi della Luna ri-unite nella intersezione di due segmenti di retta (l’asse orizzontale e l’asse sagittale dell’atteggiamento direzionale umano),  la quadratura del cerchio (combinazione dinamica del movimento di flesso-estensione con quello latero-laterale,  intorno all’asse longitudinale, da cui scaturisce l’avvolgimento e lo svolgimento del movimento rotazionale), la Croce.  Ovvero: le due Maria del Nuovo Testamento[32], l’una immacolata, senza macchia, non-nata, predestinata per l’Immacolata Concezione, Maria la Madre di Gesù, il lato vuoto-e-oscuro della Luna; l’altra segnata, vale a dire in-segnata dalla Parola di Dio, dal Logos Redentore, ri-nata nel sacrificio iniziatico battesimale, Maria Maddalena, il lato illuminato della Luna.  Loro,  la Madre e al tempo stesso il Seme dell’Auto-Concepimento,  che accoglie in sé la Morte e la Resurrezione del Figlio. Lei, Madre dell’Abisso, del Burrone del Mondo, del Quattro, Lei: Uno nell’essenza, la Via, cioé Dio [33], che regolandosi sulla Virtù, il Trino nella sostanza, Padre-Figlio-Spirito Santo, dona il suo Frutto al Mondo sino al giorno della Sua Resurrezione. In Lei e da Lei il Quattro ri-sorge al Cielo, al Non-nato[34].

f.  Il Ventre cosmico e il ventre umano

Come nei calcoli le dita di quelli che contano possono valere diecimila o l’unità — scrive Plutarco[35]così i favoriti del re possono essere tutto o quasi niente.

È forse il Cristo storico un seminatore di zizzania che s’intende solo di divisioni da uno a cinque quando dice[36] (Luca:12, 49):

Io sono venuto a portare fuoco sulla terra, e come sono contento che già sia acceso. Ho da ricevere un battesimo, e come non vedo l’ora che si compia. Credete che io sia venuto a portare pace sulla terra? No, no, vi dico; divisione, invece. Infatti d’ora innanzi cinque in una sola famiglia saranno divisi: tre contro due e due contro tre saranno divisi, il padre contro il figlio e il figlio contro il padre, la madre contro la figlia e la figlia contro la madre, la suocera contro la propria nuora e la nuora contro la suocera.

Infatti, non c’è peggior sordo di chi non vuole ascoltare, ammonisce Cristo.

Quando la rappresentazione interna della realtà esterna,  si affranca dall’umanità che eccede se stessa nel ventre cosmico del simbolo, l’inconscio, ciò che subentra all’orizzonte è l’umanità rastrellata dal concretismo del ventre umano — troppo umano — del significato e del sentimento, l’apparato digerente del conscio: ognuno diventa quello che pensa e, troppo spesso, quello che mangia.

Conciliare il ventre del simbolo  con il ventre del significato e del sentimento,  subordinando questo a quello in un processo esperienziale che ecceda la trasformazione delle proprietà di separazione in proprietà di riunione e  affermi la centralità del primo nella relazione con la vita,  e quella del secondo nella relazione con la sussistenza, costa fatica e sacrificio, anzi, può comportare un vero e proprio dramma — iniziatico — di morte e rinascita. Fu proprio questo il dramma che l’uomo chiamato Gesù di Nazareth,  volle vivere perché fosse lasciato in eredità a quella parte di umanità che solo un sacrificio esemplare, il martirio sulla croce di un uomo miracoloso compiuto nel nome di un Dio illimitatamente misericordioso, poteva  risvegliare dall’ottundimento e dalla superstizione del cinque. Là, nel varco aperto attraverso il costato dalla lancia di un centurione romano, si riaccende la speranza di intravvedere l’orizzonte dell’umanità, il suo ventre cosmico, lo specchio senza macchia, la grotta dalla quale il Cristo cosmico — la Croce, il Quattro, la Dea Madre —  ri-sorge al Cielo, al Non-nato. Lui: un Re dei re che l’Uno nell’essenza e Trino nella sostanza sospende tra la Terra e il Cielo.

Attenendosi al Non-nato, di costoro si dice che agiscano come la prua di uno scafo che solca la superficie increspata dell’acqua lasciando l’Oceano inalterato dietro di sé: wu-wei,  la pratica della non-azione, la Via dell’azione in cui tutto è compiuto,  senza essere contato.

Lucide acque profonde

luna d’autunno
Sul lago del Sud si colgono bianche ninfee
I fiori a festuca flessibili
pare che vogliano dirci qualcosa
Ahimé che li uccide la nostra barchetta oscillante.

Li Po (701-762 d. C. )[37]

Contare significa esercitare il potere di separazione diretta delle quantità concrete ed equivale, anche, a cor-rompere

[1] Il bambino e lo spazio, La Nuova Italia Editrice, 1980, pagg.  23-24-25.

[2] Cfr. , Mircea Eliade, Storia delle credenze e delle idee religiose, op.  cit. , pag.  13: Basti ricordare che la posizione verticale segna già il superamento della condizione dei primati. Si può rimanere in piedi, eretti, solo in stato di veglia. Grazie alla posizione verticale lo spazio è organizzato in una struttura inaccessibile ai pre-ominidi: in quattro direzioni orizzontali progettate a partire da un asse centrale alto-basso. In altre parole, lo spazio può essereorganizzato intorno al corpo umano come se si estendesse davanti, dietro, a destra, a sinistra, in alto e in basso, rispetto a tale corpo. A partire da questa esperienza originaria — sentirsi gettati in mezzo ad un’estensione apparentemente illimitata, sconosciuta, minacciosa — si elaborano i vari mezzi di orientatio; infatti non si può vivere a lungo nella vertigine provocata dal dis-orientamento.  Questa esperienza dello spazio orientato intorno a un centro spiega l’importanza delle divisioni e delle partizioni esemplari di territori, agglomerati e abitazioni, e il loro simbolismo cosmologico. (L’esperienza dello spazio orientato è ancora familiare all’uomo delle società moderne, sebbene egli non sia più cosciente del valore esistenziale di essa. )

[3] I gesti e la parola: la memoria e i ritmi, Ed.  Einaudi, 1977.

[4] Cfr. : CaoticaMente, Claudio Messori, Federico Ceratti Editore, 1996, Capp.  7 e 8.

[5] Le evidenziazioni all’interno del testo sono del redattore.

[6] Di qui il ruolo centrale, spesso esclusivo, della vocalizzazione e degli organi fonatori nelle comunità umane rette dalla funzione del reale.

[7] Cfr. : Marius Schneider, Gli animali simbolici, Rusconi Ed. , 1986, pag. 326. 

[8] Sulla dicotomia estroversione-introversione vedi: C.  G.  Jiung, Lo sviluppo dei tipi nel processo analitico, in La psicologia dell’inconscio, Newton Ed. , 1989, pag.  86 e segg. ; C.  G.  Jung, , Tipi psicologici, Newton Ed. , 1993; M.  Schneider, op.  cit. , pagg.  196-197-198 (il simbolo della spirale).

[9] Cfr. : M.  Schneider, op.  cit. , pagg.  225-226-227.

[10] Cfr. : Gedda-Brenci, Cronogenetica. L’eredità del tempo biologico, EST Mondadori, 1980.

[11] Dal latino rationem putare, stabilire un rapporto, con-rompere. In termini di ‘numerazione’ propriamente detta, contare gli oggetti di un insieme significa assegnare a ciascuno dei suoi costituenti un ‘segno-metafora’ – verbale, gestuale, grafico ecc.  – corrispondente a un numero posto nella serie naturale degli interi, cominciando dall’unità e procedendo nell’ordine fini a compimento degli elementi di questo insieme che assume così, arbitrariamente, i caratteri di una sequenza. ‘Contare’ equivale allora ad introdurre un ordine di separazione sequenziale in un insieme altrimenti indiviso (non c’è ambito della nostra scienza che non applichi questo metodo operativo nella risoluzione del suo materiale di indagine e che non vi si attenga nella attribuzione di significato alla realtà, si pensi, ad esempio, alle sequenze degli avvenimenti filogenetici cui fa riferimento il darwinismo, o alle sequenze geniche cui fa riferimento la moderna microbiologia), mentre calcolare equivale a sottoporre a ricombinazione una sequenza.

[12] Cfr.  con il concetto junghiano di unus mundus.

[13] Cfr. : Gli animali simbolici, op. cit.

[14] Cfr: M.  Schneider, Gli animali simbolici, op.  cit. , pagg.  344-345-346-347.

[15] Cfr. : Georges Ifrah, Storia universale dei numeri, Mondadori Editore, 1983.

[16] Cfr.  Con il concetto junghiano di inconscio collettivo.

[17] In: La saggezza orientale, Bollati Boringhieri Ed. , 1992, pagg.  22-23.

[18] Cfr. , C. G.  Jung, La psicologia dell’inconscio, op.  Cit. , pagg.  83-84: . . . . i contenuti dell’inconscio assoluto [il materiale psichico indifferenziato presente in ogni singolo individuo, indipendentemente da esso, N. d. r. ] non sono solo residui di funzioni arcaiche specificamente umane, bensì anche residui di funzioni degli antenati animaleschi dell’uomo, la cui durata è stata infinitamente maggiore dell’epoca relativamente breve che riguarda l’esistenza specificamente umana. Questi residui, se attivi, sono quanto mai adatti non solo a bloccare il progresso dell’evoluzione, ma a portare ad una regressione, finchè non è consumata la quantità di energia che l’inconscio assoluto ha attivato. L’energia può però essere riutilizzata poichè, attraverso un confronto consapevole con l’inconscio assoluto, diventa disponibile. Le religioni hanno creato in modo concreto questo ciclo energetico attraverso il culto degli dèi (i dominanti dell’inconscio assoluto).

[19] Cfr.  con  la junghiana funzione trascendente

[20] Tao te ching, traduzione di J. J. L.  Duyvendak, Ed.  Adelphi, 1981, cap.  XLII.

[21] Cfr. , Mircea Eliade, op.  cit. , nota a pag.  185: La bisessualità divina è una delle molteplici formule della totalità/unità espressa con l’unione di coppie di opposti: femminile-maschile, visibile-invisibile, Cielo-Terra, luce-tenebre, ma anche bontà-cattiveria, creazione-distruzione, ecc. La meditazione su queste coppie di opposti,  ha condotto in diverse religioni a conclusioni ardite a proposito tanto della condizione paradossale della divinità,  che della rivalutazione della condizione umana.

[22] Il messia, cioè il Quattro, ha una missione ben precisa da compiere: redimere l’umanità inconscia che ha aperto gli occhi della coscienza, dalla tentazione-volontà (di potenza) di voler assomigliare in tutto e per tutto alla Coscienza di Dio, in modo da ripristinare l’Ordine, profanato con il peccato originale,  tra il Nato e il Non-nato, cioè tra l’Incoscienza dell’Uomo e la Coscienza di Dio. Infatti, Jahvè diede all’uomo questo comandamento: Tu puoi mangiare di ogni albero del giardino. Ma dell’Albero della Conoscenza del bene e del male non ne mangerai, perchè il giorno in cui ne mangiassi, di certo moriresti (Antico Testamento, 2:16-17). Tuttavia il serpente riuscì a tentare Eva: No, voi non morrete. –disse–. Anzi, Dio sa che il giorno in cui ne mangerete, vi si apriranno gli occhi e sarete come Dio: conoscitori del bene e del male (A. T. , 3:4-5). Mangiando dall’Albero della Conoscenza, Adamo divenne onniscente, cioè simile agli dèì. Se avesse mangiato anche dall’Albero della Vita, sarebbe divenuto anche immortale, cioè uguale a Dio. Il testo è chiaro e categorico: Poi il Signore Iddio disse:"Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi nella conoscenza del bene e del male. Ora dunque, che egli non stenda la mano e non colga anche dell’Albero della Vita e ne mangi e viva in eterno" (A. T. , 3:22). E Dio scacciò la coppia primigenia dal Giardino dell’Eden (con il suo fiume che si divideva in quattro rami e portava la vita a quattro regioni della terra) e la condannò a lavorare per vivere.

[23] Tao te ching, op.  cit. , cap.  XL.

[24] Cfr. , Meister Eckhart, Sermoni tedeschi, Ed.  Adelphi, 1997, pagg.  204-205: Dio è un nulla, e Dio è un qualcosa. Cosa è qualcosa, è anche niente.  (. . . . ) Se tu vedi qualcosa, o qualcosa cade nel tuo sapere, questo non è Dio, proprio per questo, egli non è questo nè quello. Chi dice che Dio è qui o là, a quello non dovete credere. La luce che è Dio, splende nella tenebra (Gv 1, 5).  Dio è una vera luce: chi deve vederlo, deve essere cieco, e deve tenere Dio fuori da ogni qualcosa.  Un maestro dice: chi parla di Dio con qualsiasi comparazione, parla impropriamente di Lui.  Ma chi parla di Dio tramite il nulla, parla propriamente di Lui.  Se l’anima giunge nell’Unità, e là perviene ad un puro annientamento di se stessa, là essa trova Dio come in un nulla. Parve ad un uomo, come in un sogno  – ma era un sogno ad occhi aperti -,  di diventare gravido del nulla come la donna lo è di un bambino, ed in questo nulla fu generato Dio; era il frutto del nulla. Dio fu generato nel nulla. 

[25] Tao te ching: Il Libro della Via e della Virtù.

[26] Sul significato mitologico della croce vedi anche: Marie-Louise Von Franz, L’ombra e il male nella fiaba, Bollati Boringhieri, 1995, pag.  39 e segg.

[27] Cfr. : M.  Schneider, Gli animali simbolici, op.  cit. , pag.  326.

[28] Sul significato simbolico di segno/segnare/in-segnare vedi: Giovanni Schembari, Scienza orientale e tradizione occidentale, Fratelli Melita Editori, 1988, pag.  186 e segg.

[29] Ibid. , pagg.  31-32-33, 182.

[30] Cfr. : C. G.  Jiung, La libido, simboli e trasformazioni, op.  cit. , pagg.  242-243.  

[31] Ibid. , pag.  224 e segg.

[32] Cfr. : il motivo delle due madri, in C. G.  Jung, La libido, simboli e trasformazioni, op.  cit. , pagg.  285-286.

[33] Dio si forma e si dissolve,  dice Meister Eckhart (in: ‘Sermoni tedeschi’, op.  cit. , pag.  79), ovvero: Dio è il principio energetico primordiale, psico-fisico, il Principio di Potenza.

[34] Secondo i canti della Vergine conservati nella letteratura etiopica, Cristo è nato dalla Voce del Padre come le api nascono dalla voce della regina (notazione tratta da M.  Schneider, Gli animali simbolici, op.  cit. , pag.  230).

[35] Plutarco, Vite degli uomini illustri (citazione tratta da Storia universale dei numeri, op.  cit. , pag.  90).

[36] I Vangeli, Orsa Maggiore Editrice, 1993.

[37] Li Po, poeta e scrittore cinese della Dinastia dei T’ang (618-905 d. C. ), visse in un periodo di guerre fratricide che costarono la vita a circa trenta milioni di persone. La poesia riportata è intitolata Canto del lago ,  tratta da: Liriche cinesi, a cura di Giorgia Valensin, Einaudi Editore, 1974.