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Sogni

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Gian Carlo Marchesini

Questa notte ho sognato che la gente del mio piccolo paese di origine veniva in gran parte sterminata dall’attacco improvviso di un nemico soverchiante e spietato. I morti, donne, uomini, vecchi e bambini, si contavano a centinaia. Io e altri con me sopravvissuti ci eravamo assunti il tristissimo compito di ricomporre i corpi degli uccisi, ripulirli dalle lordure e dal sangue, sistemarli all’interno di un grande magazzino su giacigli improvvisati. C’era sangue a fiumi dappertutto, teste spaccate, gole e membra squarciate. Tra noi, chi avrebbe voluto evitare ai sopravvissuti uno spettacolo tanto orrendo, chi invece si era imposto con il ragionamento che la mancata visione dei propri cari defunti sarebbe stata vissuta da amici e famigliari come trauma inconsolabile definitivo. 

Questa notte, nel sogno di una intensità e di un verismo choccanti, complici e coadiuvanti anche la visione di Un valzer per Bashir, ho in qualche modo conosciuto gli orrori di Gaza e di Sabra e Chatila. Erano i miei parenti, i miei compaesani ad essere massacrati. Io e pochi altri amici sopravvissuti eravamo sconvolti  come chi sperimenta la fine violenta  della propria rassicurante realtà.

Più tardi, la stessa notte, a parziale risarcimento del primo, sono stato visitato da un secondo sogno. Eravamo io e un ragazzo tra quelli che, a quell’età, ho avuto come amico del cuore. E quel ragazzo, stanotte nel sogno, era proprio lui,  intenso e preciso come se quarant’anni non fossero per nulla trascorsi, e nonostante che da allora noi non ci  siamo più rivisti.  Nel sogno ci appartavamo in grande spontaneità e naturalezza prima tra le frasche di un boschetto, poi  nelle acque di un corso d’acqua al suo interno. E lì, liberi dell’ingombro di panni e di estranei, abbiamo nuotato e ci siamo abbandonati a tutte le feste, le intimità affettuose e le piacevoli carezze che costituiscono l’essenza e la cornucopia del legame che unisce due quindicenni. Infine scoprivamo nascosta sotto un cespuglio una nidiata di deliziosi micetti, con i quali giocavamo tra mille smorfie, scherzi e ruzzoloni.      

Quando bastano i sogni di una notte, che nel giro di qualche ora possono variare dall’orrore per lo sterminio di massa della propria gente alla complicità di un’amicizia immersa nelle acque sorgive e nell’ombra profumata dei boschi, a testimoniare di come noi umani siamo fatti, gli estremi e gli opposti, le vette e gli abissi che spericolatamente ospitiamo;  di come, malgrado i molti anni trascorsi, teniamo dentro conservato e vivo tutto; di come noi partecipiamo in qualche modo sostanziale a qualsiasi cosa nel mondo succeda; di come suoni inaccettabile il pensiero che questo articolarsi prodigiosamente complesso, tenacemente resistente e fittamente intrecciato possa un giorno evaporare e definitivamente scomparire.