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Superare Leopardi?

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blanc de ta nuque
la poesia italiana contemporanea

(golfedombre.blogspot.com) Ricevo con grande piacere una lettera di Paolo Donini, che riprende quanto discusso l’altro giorno a Milano, durante la presentazione di Senza riparo. Un momento forte del confronto, sostenuto anche da Francesco Marotta, è stato intorno alla necessità o meno di ripensare Leopardi e sul senso di quel ripensamento, che io propongo nel saggio. Per rendere ragione della mia posizione, posto la lettera di Paolo, sintetizzandone soltanto l’introduzione. Successivamente pubblico la mia risposta, sperando che ciò dimostri che le nostre due idee sono molto simili.

Dopo aver ricordato che nei musei di molte città europee si usa esporre opere contemporanee vicino a quelle già canonizzate – "la Donna velata di Antonio Corradini aveva luogo accanto al vasto abbozzo compiuto di un Medardo Rosso", a Palazzo Fortuny, a Venezia; oppure alla mostra "Il bello e le bestie, al Mart di Rovereto, dove si incontravano frame da Cremaster di Matthew Barney accanto a statue greche dell’ermafrodito"; (se posso, aggiungo un esempio io: ricordo quest’estate a Londra, il confronto, per me vinto dal pittore inglese, tra due tele di Rothko e una di William Turner) – Paolo Donini scrive:
"Questo per dire, caro Stefano, che quando ho letto e poi sentito la preoccupazione rispetto all’emancipazione della poesia italiana contemporanea da "Leopardi", assunto a paradigma di un trascorso letterario alto e ingombrante, ovvero immagino della nostra memoria letteraria, mi sono chiesto di nuovo cosa sia la contemporaneità, in arte, in letteratura.
Siamo sicuri che "Leopardi", per dire il nostro retaggio poetico, non sia "contemporaneo" e semmai "fuori moda" come o certo più di tante voci "attuali" e semplicemente "in voga"? La differenza tra contemporaneità e attualità esiste.
Contemporaneo è ciò che dialoga in modo vivo e unificante con le esigenze vive e frantumate degli esseri oggi in vita; attuale è ciò che è posto in atto e sorretto, In ultima istanza, dai poteri del momento, ovvero dai soggetti perlopiù economici che hanno in quel preciso momento la forza necessaria per agire e imporsi. Ebbene la poesia ha che fare con la contemporaneità delle istanze umane e, quando è tale, difficilmente è complice dell’attualità dei poteri.
L’attualità attuale dei poteri festeggia e impone il superamento del passato in tutte le sue forme. Anche la forma fisica del "passato", l’invecchiamento, di esseri e di oggetti, è depennata, culturalmente e iconograficamente – esiste solo in sé – così come la morte, di cui non si deve parlare se non per informare di fatti truculenti. In ambito produttivo, la sapienza artigianale è stata distrutta rendendo impossibile l’apprendistato dei giovani e ogni fare antico è perso. La peculiarità dei cibi e dei prodotti alimentari è assediata dalla standardizzazione globale e quello che mangiamo sembra non avere storia – ce l’ha ma non è tematizzata, e forse è meglio.
Modelli abitativi, sapienze, tradizioni, radici, tutto deve essere dimenticato, digitalizzato. Non si accettano oggetti, concreti o ideali, che contengano echi dal tempo, tutto deve essere liscio, perfetto, azzerato, istantaneo, fulmineo.
Poniamo che anche la poesia si dedichi a questa sorta di punto zero da cui partire senza padri e senza ombre alle spalle. Alzarsi e aprire bocca senza nulla alle spalle non è forse una mitologia? Dato che qualcosa alle spalle c’è, e controlla, il problema non è forse liberarsi dai padri ma fare attenzione a quale padre si sceglie, o meglio: a quale padre ci ha scelto. O quale fratello.
Quel punto zero non coincide con la rottura che appartiene al nuovo bensì con l’adesione al diktat del momento che recita: nasci adesso (qua c’è il tuo telefonino, lo pagherai a rate, e questa è la tua quota di debito pubblico), alzati e cammina, o meglio alzati, impara a vendere qualcosa e col ricavato, compra più che puoi.
Diktat che tradotto in letteratura recita: siediti e scrivi velocemente qualcosa che si capisca, che sia immediatamente commestibile, senza strani sapori e senza grassi.
La rivoluzione del nuovo non si compie sempre nello stesso modo. Bisogna fare attenzione oggi ad essere moderni perché questo non significa ciò che significava ad esempio per Rimbaud. La rottura ha senso innovativo quando c’è qualcosa di opprimente da rompere. E oggi di opprimente ben più del passato c’è la pantomina di una cultura che finge di essere appena nata, azzera le ascendenze millenarie e si nutre di primizie tecnologiche complesse e banali, di alfabeti trogloditici perché funzionali e inespressivi, con esiti violenti e una finalità sola: la sopraffazione.
Non sono certo che in una società che ha dichiarato e vinto la guerra contro il linguaggio, dove la gran parte dei giovani non studierà più storia, letteratura, filosofia, arte ma si preparerà fin da subito a competenze tecniche, bastandole un vocabolario di 400 lemmi di cui un quarto di neologismi anglofoni; dove la parola scritta è stata mutilata dalla semplificazione e dall’errore, l’oralità è colonizzata dalla favella menzognera e aggressiva di quella che continuiamo a chiamare chissà perché "politica", essendo pubblica spartizione di bottini; dove la memoria è stata bandita dalle menti e con essa la lucidità del presente, dove la logica delle asserzioni è soppiantata dal colpo a effetto delle aggressioni, non sono certo che il problema della poesia italiana oggi sia liberarsi da Leopardi. Non sento questo fardello.
Forse oggi è più determinante rompere il diktat dell’attualità, vagliare attentamente coso a siano oggi il futuro e il cambiamento e se non siano ipotizzabili in una direzione differente dall’oblio e dal tecnologico, riprendersi i legami con il tempo dell’arte, ricucire una contemporaneità che ha sempre prodotto scarti nell’attuale aprendo gli unici varchi liberi. Annodando le regioni lontane, accostando le vicinanze incongrue. Prendendosi il buono là dove è e dove è stato per farne di nuovo la ragione e il canto.
Forse occorre accettare onestamente che la poesia è margine e in un certo senso, è insuccesso. Non importa se è inascoltata o ininfluente, essendo ascolto in sé e infinibile influsso, essendo destino. E non importa quindi aggiornarla quanto fondarla nell’organismo di un proprio poema.
Forse in questa epoca dell’innovazione, l’innovazione non può essere altro che inattualità.
Gli azzeramenti culturali praticati sulla lingua e sulla cultura europee sulla scorta del preponderanza anglosassone e della trasformazione tecnologica del mondo come recettore del mercato, sono stati conclusi con successo in nome delle magnifiche sorti e progressive intitolate a un genere di uomini e donne moderni, felici, famosi, immemori, ricchi, atletici, vuoti e sorridenti che appartengono al nuovo immaginario fornito di ogni supporto tecnologico sempre più articolato e raffinato per rimirarsi così come si aspetta di vedersi. E dotato di una lingua glabra e incolore, ridotta e generalizzata o al più aggressiva e urlata entro le maglie allucinate della sconnessione logica, dell’idiozia mediatica. Una generazione si profila all’orizzonte, di "logo privi", come scrive Magrelli. Uomini e donne così non accettano e non riconoscono echi dal passato, necessitano di oggetti culturali ogni volta nuovi di pacca, lisci e insapori, ipo-calorici, seriali, confezionati, igienizzati. Meglio se inclini al narcisismo e alla mitologia del corpo. Né è vero che il potere è disattento e la società si disinteressa della poesia, semmai la guarda in tralice.
Non a caso la poesia femminile è oggi una piccola oasi di marginalità attenuata, gode di una lieve considerazione nell’indifferenza generale, se ne parla: forse perché incline al corpo e determinata per (troppo) ovvie ragioni a distinguersi dal passato, agevolata in questo dai molti che non sembrano concordi sull’irrilevanza del sesso – e di tutto – sull’essenza del genio.
Ciò che interessa non è il sapere del corpo o il femminile in quanto intrinseco alla poesia scritta da donne: il corpo per chi voglia essere intellettualmente onesto è inenarrabile, le sue sillabe sono ansimi, febbri, rossori, flatulenze e il suo puro mostrarsi è sconvolgente, è il dolore. E il femminile? Ciò che interessa è che la poesia non sfugga al diktat materialistico della dimensione fisica, dell’edonismo e della categorizzazione sessuale come griglia conoscitiva assoluta, allo slogan dell’atletica come sostituto dell’etica e in ultima istanza dell’azione in luogo del pensiero, all’esigenza che il potere ha di dividere per imperare. Le donne, che oggi scendono spesso in campo come le più formidabili e ignare ancelle esecutrici del potere, gli hanno dunque regalato non la poesia femminile – dagli esiti notevolissimi – ma il mito settario-sessuale che l’ammanta, la specifica sensibilità a demarcazione sessuale. E assurgono agli attuali allori, per quanto striminziti, non in quanto poeti (o poete) ma ancora in quanto "donne", "femmine", un po’ come Leopardi assurto agli allori disidratati nelle antologie scolastiche non in quanto poeta ma in quanto "gobbo". Nulla si dice ancora qui di cosa è un poeta. Nulla si dice della sua inamissibilità e del suo esilio dal mondo delle categorie.
Un poeta che ha vissuto in un piccolo borgo di bifolchi, in una penisola traboccante di bifolchi, al margine della società letteraria del tempo – conforme e insipida come ogni "società letteraria" questa, zeppi di bifolchi il borgo e la penisola esattamente come oggi i nostri borghi e la nostra penisola – elaborando una filosofia e una poesia di straordinaria lucidità e bellezza lirica, mi appare oggi un perfetto contemporaneo. Non mi opprime il suo canto.
Un artista tempo fa mi ha detto l’arte è come il maiale, non si butta via niente.
Forse intendeva che l’arte passa sempre nello stesso punto ma a tagli di latitudine diversa, si dilata nel suo ceppo come gli anelli temporali dell’albero, si ruba le sillabe e gli accenti, si copia e si trasforma, si scambia di tutto, si specchia e si tradisce, fila la stessa trappola alla luce sui rettilinei trascorrenti della sua ragna iridata.
Così Dmitrij Aleksandrovič Prigov, poeta e artista tra i maggiori del ‘900, nato a Mosca nel 1940, morto nel 2007, vissuto nell’Urss di Stalin poi nella nascita progressiva della nuova Russia, buttato dal KGB in una clinica psichiatrica ancora nel 1987 per aver toccato qualche pubblico nervo scoperto, ci è assolutamente contemporaneo quando scrive che l’arte dovrebbe essere soprattutto tesa a creare "una massa critica capace di opporsi alla titanica potenza di ciò che è in voga".
 Un caro saluto

Paolo

Superare Leopardi?

Riprendendo un pensiero di Tiziano Salari espresso ne Il grido del Vetraio (‹‹Non si tratta più di trovare l’espressione giusta per il grido del vetraio, ma di far risuonare (sentire) nelle parole il disincanto del mondo? O forse questo è il passato (l’incubo) da cui ci dobbiamo risvegliare?››), mi chiedevo: "Che cosa significa, tuttavia, risvegliarsi dal ‹‹disincanto del mondo›› (e dall’idea che il dolore sia la condizione sine qua non per accedere allo scrigno sepolto del vero), sganciandosi di conseguenza da una tradizione che ha infettato particolarmente la cultura europea degli ultimi due secoli? Te lo chiedo perché, se è vero che l’angoscia della perdita del centro va superata dal di dentro, assumendola nietzscheanamente fino in fondo, occorre anche – per la cultura italiana – un ripensamento della logica di Leopardi, padre del nichilismo moderno, un rimettersi ad essa che consenta lo scarto di lato, così che il nulla (malgrado l’apertura al consorzio civile della Ginestra) non sia buco nero che assorbe l’avvenire, come nel recanatese, bensì terra fertile, solco sul quale scommettere un destino" (pp.36-37).
Se c’è possibile fraintendimento in queste parole, esso riguarda la natura dello "scarto di lato", che non significa, nelle mie intenzioni, recisione, oblio. Per mettere in opera lo scarto da Leopardi non dobbiamo infatti tagliare i ponti con lui, come vorrebbe un certa idea del postmoderno, bensì, come dico altrove, rimetterci a quella voce come ci si rimette da una malattia, sapendo che la porteremo sempre fra le carni, almeno come esperienza. Il concetto trova ulteriore chiarezza, spero, se mettiamo in gioco due termini tedeschi usati da Heidegger per indicare il "superamento". La modernità pensa di superare qualcosa nel senso di annullarlo nel pensiero presente, abbandonandolo definitivamente in quanto consumato nell’essere diveniente. Heidegger chiama Überwindung tale idea della storia, in cui l’essere diviene secondo ritmi necessari e riconoscibili. Differentemente, il superamento in quanto Verwindung, significa porsi nei confronti del passato con un atteggiamento di approfondimento, di superamento-distorsione, in quanto invio costantemente aperto dal nostro interrogare. Di conseguenza, il mio discorso dice di slegarci dalla facile acquisizione che Leopardi sia, tout court, il poeta del nichilismo compiuto (considerando ciò un mero dato, un solido punto di riferimento), per rimetterci invece a lui in quanto poeta che tiene il nulla nei circoli ermeneutico, etico e linguistico, i quali ce lo consegnano nella integrità impensabile che esso è nelle sua indefinibile presenza. Non dunque fare di Leopardi una pedana su cui piangere la morte di Dio (o scappare da questo assunto imprescindibile, rifondando improbabili bucoliche quotidiane), bensì muovere la terra presente con quest’aria asciutta che egli ci offre e con quella che nel frattempo abbiamo assimilato (in 150 anni di cultura), dando così al tempo denso dell’ora, la mobilità del possibile, rivitalizzandolo anziché ridurlo a mero dato fattuale.
Tale assunto mi sembra davvero vicino a quanto dici nella lettera, caro Paolo, che ne dici?

La Toscanini