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Il NABUCCO AL REGIO DI PARMA

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PARMA – Verdi – Nabucco
interpreti: R. Frontali, S. Escobar, M. Pertusi, A. Pirozzi, A. Malavasi
direttore: Renato Palumbo
regia: Daniele Abbado
teatro: Regio

(classic voice – aprile 2013) Confessiamo di non aver mai ascoltato un Nabucco così vicino alle presumibili intenzioni verdiane, in odore di fragrante focaccia padana e di sana integralità nelle famigerate cabalette.

All’indomani della prima scaligera (marzo 1842) un entusiastico recensore del Nabucco trovò da ridire soltanto sulla “sovrabbondanza qualche volta dell’istromentazione che copriva talora le voci”, e 171 anni dopo siamo da capo, con fazioni del pubblico parmense che – a quanto narra la fama – avrebbero beccato Renato Palumbo per un eccesso di volume negli accompagnamenti. Ma ci facciano un piacere! Alla terza e penultima replica di questo allestimento, una pomeridiana domenicale da tutto esaurito, non si è udita traccia di dissensi; al contrario: applausi a scena aperta dopo quasi ogni numero del primo atto, un bis del “Va’, pensiero” richiesto a furor di popolo, e ovazioni finali per tutti – in primo luogo proprio per il direttore. Palumbo è verdiano di razza: reciso nel gesto, passionale negli stacchi, tanto incline a rapinosi stretti e scaltri rubati sul tempo quanto alieno da bellurie dinamiche che nemmeno gli riuscirebbero con la neonata Filarmonica del Regio.

Con questi bravi giovani che mancano di esperienza, ma non di entusiasmo né di disciplina, ci vuol proprio un direttore così, uno che li costringa a tirar fuori gli attributi. Cosa meglio del primo Verdi per ottenere in fretta lo scopo? Mentre il raffinato coro di casa può anche permettersi un decay di mezzo minuto sull’accordo finale del suddetto “Va’, pensiero”, o persino un franare di staccati per descrivere “di Sionne le torri atterrate”. A parte qualche esagerazione, confessiamo di non aver mai ascoltato un Nabucco così vicino alle presumibili intenzioni verdiane, in odore di fragrante focaccia padana e di sana integralità nelle famigerate cabalette. E lasciamo rosicare i vedovi di Toscanini.

Cast mescolato di specialisti e di emergenti, con un Michele Pertusi che sarà forse troppo baritonale per gli estremi sprofondi di Zaccaria ma sa riempire la scena con energia, carisma e varietà di accenti. Il protagonista Roberto Frontali, partito in quarta, arriva provato al finale dopo esplosioni di hybris delirante; più psicotico che davvero regale, ma in fondo molto umano nella sua debolezza quando esala la preghiera “Dio di Giuda” e raccoglie le ultime forze per fulminare la cabaletta “O prodi miei”. Ci può stare. Sergio Escobar (Ismaele) pone a frutto il bel colore nativo senza le solite sue sbracature, però l’Abigaille di Anna Pirozzi mette tutti in riga con un cantar di forza e di agilità che ne fa la scoperta più interessante delle ultime due stagioni. Restano da rifinire i passaggi di registro e il controllo del fiato, anche a scanso di acciacchi vocali precoci. Abbastanza bene tutti gli altri, specie l’aggraziata Anna Malavasi come Fenena e il solido Sacerdote di Belo (Gabriele Sagona).

Della regia di Daniele Abbado si è già scritto molto in occasione di precedenti apparizioni. Resta il fascino di megaliti forse fin troppo roteanti a formare templi, regge e muri del pianto, resta purtroppo anche l’aporia di un coro di Ebrei ashkenaziti in tallit e kippah che inopinatamente prende ad inneggiare al dio Belo, leggi Baal. Semmai fossero apostati da Jehovah, perché non cambiarli d’abito? E se invece qui cantano da Assiri, come da libretto, perché camuffarli da Giudei?

CARLO VITALI