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Nell’era della crisi e dei tagli, che fanno i Teatri?

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Enrico Votio del Refettiero

Giuseppina Manin sul CORRIERE affronta finalmente, dopo tanti rumores, il grande tema: quello dei tagli della finanziaria al famoso (e famigerato) FUS – il Fondo Unico per lo Spettacolo – ovvero il grande portafoglio che alimenta il mondo dello Spettacolo. Istituito con la legge 30 aprile 1985, n. 163 "Nuova disciplina degli interventi dello Stato a favore dello spettacolo", per la prima e unica volta nella sua storia la Repubblica Italiana si impegnava a "disciplinare" tutti i settori dello Spettacolo, con il duplice scopo di riordinare gli interventi finanziari a favore dell’intero settore e conferire disciplina unitaria a tali interventi. La legge assegnava ben il 42% agli enti lirici (oggi Fondazioni Lirico Sinfoniche) : il taglio oggi confermato del 20%, che riduce da 580 a 380 i milioni di Euro a disposizione, rischia di ripercuotersi quindi in maniera devastante sui bilanci dei teatri.

Le cancellazioni si susseguono (Genova, Bologna e Venezia le hanno già annunciate, gli altri si apprestano a farlo) ma la reazione è, come al solito in Italia, scomposta : e per prima cosa "salta" il tavolo comune delle Fondazioni Lirico-Sinfoniche ovver l’ANFOLS…Si dimette il Presidente, Walter Vergnano e tutti contro tutti, "à la guerre comme à la guerre" si azzuffano per raccogliere le briciole che cadono, sempre più sparute, dal tavolo del Ministro Tremont.

Ma che fanno all’estero, dove la crisi morde anche più dolorosamente? E soprattutto negli USA dove l’intervento pubblico nella cultura è assente e dove il sostentamento della stessa è tutto nelle mani dei privati? La risposta ci viene da una bella intervista di Peter Gelb, General Manager del MET, rilasciata al New York Times, che delinea la sua ricetta per la crisi : 10% di taglio alle paghe di tutto il personale (che ne dice Maestro Meli, in fondo si potrebbe vivere anche con 27,000 Euro al mese invece di 30, giusto?) ancora prima della naturale richiesta alle star di diminuire i propri compensi, cancellazioni delle riprese più costose (in primis Benvenuto Cellini di Berlioz, Lady Macbeth di Shostakovich e Die Frau ohne Schatten di Strauss) e riproposta di produzioni più popolari, tutto questo annullando il previsto aumento dell’8% del prezzo dei biglietti, per non scoraggiare il pubblico dal portafoglio assai provato dalla crisi. D’altra parte lo scenario finanziario descritto è desolante : il Fondo di sostentamento del MET è sceso da 300 a 100 milioni di Dollari, mentre le donazioni per la stagione 2008/09 sono diminuite di ben 10 milioni. I sindacati collaborano al piano. Dice Gelb "Abbiamo chiesto ai sindacati di lavorare insieme con noi per affrontare questa sfida. Penso che tutti insieme siamo convinti che il MET sia un’istituzione". Sono parole che incoraggiano, in un Paese che solo qualche giorno fa ha saputo voltare pagina davvero, affidandosi a volti nuovi (da noi si volta pagina ma i volti sono sempre quelli…) dimostrando ancora una volta una vitalità che stupisce ed affascina.

Intanto nel mondo della cultura USA – che ha fatto di internet il proprio strumento – circola una petizione per il Presidente President Barack Obama, che dopo le congratulazioni di rito chiede di sostenere la richiesta di Quincy Jones di istituire per la prima volta la figura del "Secretary of Arts", una sorta di Ministro della Cultura. La petizione ha raccolto in pochi giorni la cifra record di oltre 185,000 firme, una somma che pare destinata a salire grazie alla persistenza degli organizzatori e ad una promozione capillare. Da buon esempio di democrazia, è subito sorta una contro-petizione, che avversa questa proposta: ma che di firme ne ha raccolte ad oggi solo 3. Chissà che anche in questo gli USA non possano proporre al mondo una figura alternativa…

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