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PERCHE’ PIACENZA FUORI DAL FESTIVAL VERDI?

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Fabio Torrembini

(libertà) Sabato 17 u.s., unico piacentino, ho assistito al Teatro Regio di Parma alla presentazione stampa del "Festival Verdi 2010". Il sindaco della città ducale e il sovrintendente del Regio hanno illustrato le linee guida della rassegna ottobrina: due opere a Parma (Trovatore e Vespri Siciliani) ed una a Busseto (Attila), più una nutrita serie di eventi collaterali in città e provincia (Fidenza, Fontevivo, Fontanellato, Torrechiara). Mi sono chiesto: perché Piacenza no? Nemmeno il  ricordo dell’antico ducato aiuta? L’anno scorso (2009) durante il Festival Verdi di Parma, a Piacenza fu rappresentato il Trovatore con l’Orchestra Toscanini (23-25-27 ottobre) e un concerto sinfonico diretto da Carlos Izcaray con la Filarmonica Toscanini (4 ottobre). Cosa impedì allora di inserire queste due produzioni nel calendario Verdiano, magari a costo zero ?  La cosa certa è che il Cigno di Busseto davvero ben poco ha avuto a che fare con Parma, ma ha sempre guardato a Milano, passando per Sant’Agata.  Non fosse che per questa ragione è davvero impressionante, e vergognosa, la perdurante assenza di Piacenza dal Festival. 

Non è questione di stupidi campanilismi, ma che c’entrano Fidenza, Torrechiara, Fontevivo o Fontanellato con Verdi?? Non è nemmeno il caso di scomodare gli ormai numerosi e serissimi studi sulla piacentinità del compositore (nel tratto, nella cultura, nel carattere, nelle predilezioni, nei simboli, nella ritualità, nelle scelte di vita…). Ma, che diamine, possibile che Sant’Agata, Villanova, Cortemaggiore, Fiorenzuola, Piacenza (dove il genio di Roncole fu eletto in consiglio provinciale) non siano considerate terre verdiane? Qui Peppino nacque, tornò e da qui non volle più muoversi, essendo il suo respiro un tutt’uno con l’aria carica e violenta di questa pianura, con il duro lavoro nei campi che personalmente seguiva, con il sole e l’arsura soffocante delle estati padane. Vogliamo perseverare nella "leggenda provinciale" che "Verdi, come lo si fa a Parma, non lo si fa da nessuna parte"? Così la pensano i cugini, ma, nel caso di specie, davvero si fatica ad intravvedere la cifra caratterizzante di produzioni che hanno spesso ben poco da dire se messe a confronto con normali allestimenti dei più importanti enti lirici italiani.

Ho trovato di interesse l’articolo di Luigi Boschi sul suo blog (luigiboschi.it): "Festival Verdi 20010: dov’è il filo rosso che conduce all’opera? ", che ho pure commentato. Una critica che condivido in cui si evidenziano "luci, ombre, perplessità e proposte".

Nel prossimo Festival Verdi 2010 -viene rilevato- non esiste infatti alcun tipo di sperimentazione per ciò che riguarda le moderne tecniche cinematografiche applicate all’opera (visual scenografia), non esiste un rapporto organico con l’Università, non c’è studio, ricerca a fronte di un’enorme quantità di materiale musicale sconosciuto presente nelle nostre biblioteche che potrebbe essere editato (si veda il lavoro di Philip Gossett al ROF ad esempio); manca, ancora, un accurato lavoro sulle voci verdiane – dovrebbe durare tutto l’anno in collaborazione con le istituzioni musicali locali – che sappia valorizzare e lanciare nuovi talenti in una produzione a loro appositamente dedicata; manca perfino un’orchestra intelligibile nel suono e nello stile; non esiste coinvolgimento dei teatri di prosa, dei musei come di altre forme culturali e creative, né si ravvisa un disegno e strategia efficaci per ciò che riguarda la promozione internazionale della rassegna.

Siamo di fronte insomma ad un’appendice di una piccola e normale stagione teatrale. Tant’è. Ma, si sa, Parma è una "città faziosa" e i parmigiani "un popolo travagliato, facile ad accalorarsi e pieno di una sinistra inclinazione musicale!" (Bruno Barilli, Il Paese del Melodramma). Confesso che nella mia più che venticinquennale esperienza professionale da modesto contrabbassista, la più parte trascorsa al Regio di Parma con l’orchestra Toscanini, non ho mai capito quella passione smodata di alcuni per l’opera, quella presunzione fin quasi violenta nel voler dettare le tavole della legge del belcanto; una presunzione, come spesso accade, quasi mai sostenuta da solida e diffusa cultura. A Parma ho assistito a sublimi manifestazioni di analfabetismo musicale – con quelle forzate emissioni tenorili sovente vicine al peto, con allestimenti improbabili e ridicoli, con il buffo per quanto inflessibile vociare del loggione, con concerti sinfonici interrotti dagli applausi nei momenti meno opportuni – tanto da farmi derubricare certo melodramma italiano a puerile espressione di schiocche e decadenti nostalgie tardo romantiche.

Certo, Verdi nelle sue opere, nei temi prescelti per esse non é questo: è la forza icastica della sua parola scenica, è straordinario teatro in musica, è arte capace di geniali deformazioni e sublimi caricature, è ritmo incalzante e veemente, è l’impareggiabile canto di dolorosi e disperati ripiegamenti interiori pur nella sua geniale semplicità.

Da Parma, a fronte di un budget di 6 milioni di euro, era lecito aspettarsi non tanto (o solo) qualcosa più, quanto qualcosa di diverso e soprattutto una doverosa inclusione di Piacenza.
Al di là di un paio di cast di buon nome (ma per questo bastano i soldi e una telefonata…), il resto appare come un abborracciato susseguirsi di eventi senza una logica artistica precisa.

Mi chiedo perché un festival riveduto e corretto non debba coinvolgere a pieno titolo la nostra provincia (so già che qualcuno si è accontentato di qualche briciola per il 2013…); mi chiedo perché fin da ora ogni comune, il comune capoluogo, la Provincia istituzione ed ogni singolo parlamentare piacentino non debbano mobilitarsi con proposte, idee, progetti che a partire dal 2011 facciano di Piacenza una coprotagonista essenziale, insieme a Parma, del Festival del Ducato di Verdi. Per di più a Piacenza esiste una sede dell’orchestra Cherubini. Ho sempre ritenuto questa scelta improvvida. Svenarsi, letteralmente, per assistere a qualche prova e a un mezzo concerto del Maestro Muti è cosa volta a soddisfare più il narcisismo autoreferenziale di qualche assessore che non a rispondere ad un reale bisogno (se c’è) culturale della città. Certo, abbiamo Muti a Piacenza (ogni tanto), ma che cosa può importare a Muti (giustamente e legittimamente) della nostra città? Tuttavia la Cherubini c’è: perché non fare di questa orchestra e del suo prestigioso direttore il centro di gravità artistica di una rassegna musicale rinnovata già dal prossimo anno? Il progetto, se realizzato, conferirebbe una visibilità unica a livello internazionale insieme con la garanzia del livello artistico di prim’ordine. Non dimentichiamo poi, l’ho già scritto in altre sedi, che questo tipo di manifestazioni diventa realmente importante e seguito nel mondo se c’è dietro la mano di qualche grande artista. Non bastano i soldi, la buona volontà, i progetti geniali; Salisburgo è divenuto il festival più rinomato internazionalmente grazie al lavoro di Hugo Von Hofmannsthal e Richard Strauss prima e di Herbert Von Karajan poi.

Al di là delle origini di Verdi, poi, e del ruolo che Piacenza deve avere, sono altresì convinto, con l’ottimo e nostro Paolo Colagrande di ‘Kammerspiel’, che "l’anagrafe di questi personaggi (Verdi, Guareschi, Tognazzi) non conta quasi niente"…" L’uomo è errante, per sua natura, e la storia, la biografia, le cronologie, nella loro strutturale inadeguatezza, non possono inseguire i disegni erratici di questa creatura… L’uomo insomma si colloca meglio dentro la leggenda che dentro la storia….il mito è molto più affidabile di aride risultanze anagrafiche". Per Guareschi infatti il Po, a livello simbolico, nasce a Piacenza e con esso l’Emilia, la pianura, Verdi. "In mancanza di Piacenza verrebbe insomma a negarsi lo stesso fondamento teoretico di una parte non trascurabile del globo terrestre". Divagazioni letterarie a parte, prendiamo comunque atto, con De Andrè, che "dai diamanti non nasce niente, dal letame nascono i fior" (trovo assai verdiano l’approccio…), il che vale a dire: c’è comunque una passione e una storica tradizione, esiste un Festival, ci sono cospicui finanziamenti da parte del ministero e di ARCUS pur a fronte di rassegne problematiche, incoerenti, piene di sprechi. C’è una possibilità di ‘bene’ insomma rispetto alla quale si rileva con tristezza la totale assenza di tutta la classe politica piacentina.

Il bisogno di cultura non è come il bisogno di salame, e la cultura non è un prodotto da distribuire o meno: la società, la città non sono solo un mercato  e, da parte degli amministratori, occorre  aiutare le persone a scoprire nuove esigenze, necessità inedite, altrimenti l’offerta culturale resterà sempre una specie di appendice della tv in quanto evento fine a sé stesso.  Una città, una provincia, una regione hanno respiro internazionale non tanto perché importano o esportano prodotti, ma perché sanno imporre all’attenzione del mondo la propria personalità, il proprio patrimonio, la propria pluralità, i propri talenti. La cultura ci è necessaria non come bene di consumo, ma per capire chi siamo. Questo vale per tutti ! Penso che questa sia la sfida attuale del mondo culturale e istituzionale piacentino, passare dalla Battaglia di Legnano alla battaglia di Sant’Agata, sempre che esista ancora la voglia e il bisogno di costruire qualcosa per il futuro. Questo pensavo in questi giorni, solo e soffocato dalla calura padana, nella mia casa di Castelnuovo Fogliani, a pochi metri da quell’Ongina che lambisce la villa del Maestro. In giorni come questi Verdi, il sommo cantore della solitudine delle passioni, ha forse pensato e scritto l’incipit di Traviata insieme alle pagine più intime e struggenti della sua vita e della nostra memoria. (Piacenza, 25/07/2010)

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