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TEATRO REGIO DI PARMA: INTERVISTA AL MAESTRO SEBASTIANO ROLLI

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Maestro Sebastiano Rolli
Sebastiano Rolli*:
Forse tutti assieme dobbiamo ripensare alla funzione quotidiana del Teatro e dimenticarci dell’evento. Mi auguro che il Regio possa ricominciare ad essere un punto di riferimento; mi auguro che tutto il territorio parmense venga investito e coinvolto da quello che può nascere in futuro dal Regio”.

LB Proviamo a fare un bilancio culturale del settennato Meli?

SR L’aspetto culturale dell’amministrazione Meli rivela la totale mancanza di un progetto che giustifichi l’esistenza del Festival Verdi. Vorrei cominciare dicendo che Verdi e Parma in comune hanno ben poco: i rapporti musicali del Maestro con la nostra città sono quasi inesistenti. Verdi nacque in terra francese nel Dipartimento del Taro; fu registrato coi nomi di Joseph Fortunin Francois; visse la propria vita a Sant’Agata, Genova e Parigi, salvo risiedere nelle città nelle quali doveva rappresentare le proprie creazioni artistiche (e fra queste non figura Parma). Il fatto quindi che un Festival Verdi trovi patria nella nostra città è quantomeno pretestuoso, ma si può accettare, se il suddetto Festival trova modo di distinguersi da altre realtà.

LB Quindi Parma è quasi una mistificazione storica e ora pure musicale?

SR Perché venire  proprio a Parma per sentire Verdi? Ripeterò quanto già detto in altre occasioni: il pubblico si può sentire stimolato a venire a Parma nel momento in cui il festival si metta ad offrire esecuzioni verdiane che prendano le mosse da principi di approccio interpretativo differenti da quelli che sottendono ad altre produzioni nel mondo.

LB Quasi dei “format” e dei cast  gestiti dalle agenzie?

SR Purtroppo è come dice lei. Il lavoro di un responsabile artistico di teatro è anche quello di scovare nuovi talenti, di rischiare di persona, di metterci la faccia giocandosela con nuove voci adatte ai ruoli in cartellone, nuove bacchette, nuovi indirizzi registici. Voglio solo dire che ‘Comprare’ passivamente pacchetti precostituiti significa rinunciare alle proprie responsabilità. Il nostro sovrintendente riesce sempre a trovare qualcosa o qualcuno a cui dare le colpe dei propri insuccessi, sembra non voler assumersi alcuna responsabilità per quanto riguarda il proprio operato.
Ma per tornare al nostro discorso: s
e da noi si eseguisse Verdi secondo criteri filologici, dando spazio alla ricerca in modo che lo spettacolo sia la risultante di un processo di approfondimento serio, ecco che si avrebbero le basi per ritenere il Festival Verdi di Parma un appuntamento importante sul piano culturale. Questo non è stato fatto.

LB Una accusa, pare, che in molti addetti ai lavori rivolgono a Parma e a Meli

SR Credo, purtroppo, che l’attuale gestione del Teatro Regio manchi completamente e drammaticamente delle competenze per impostare un discorso di questo tipo. Le ultime esternazione del sovrintendente, così zeppe di strafalcioni storici e musicologici, ne sono la riprova. Il Teatro ha continuato a proporre un Verdi sulla scia di quella che il sovrintendente chiama a sproposito ‘tradizione’. Tornerò su questo aspetto perché va chiarito.

Il Festival che abbiamo visto in questi anni non è che il prolungamento della stagione lirica; i criteri interpretativi sono i medesimi; non si è svolto alcun lavoro di approfondimento; non ci si è posti con atteggiamento di ricerca nei confronti dell’opera verdiana, ma seguendo la politica del ‘grande evento’. Peccato! Un’occasione mancata per fare del Festival un punto di riferimento nel mondo nell’ambito dell’interpretazione verdiana. Oggi di Parma si ride; la mancanza di sponsor esteri è la prova che nessun investitore internazionale crede sia opportuno mettere soldi in questa fallimentare operazione. Speriamo solo che non sia stato bruciato del tutto il marchio VF.
Si è gettato fumo negli occhi al pubblico spacciando per grande evento ciò che negli anni delle gestioni precedenti, e qui penso a Bioli, Spocci, per non parlare di Peppino Negri, era la norma quotidiana. Si è voluta percorrere una strada di anti-cultura servendosi del nome di Verdi per perpetrare affari personali. Che il teatro sia divenuto business è chiaro a tutti, ma che debba diventare sede di mercanti che considerano l’arte come l’ultimo dei pretesti, questo costringe chi abbia una coscienza a ribellarsi.

LB Qual è l’eredità culturale della gestione Meli?

SR Spero non vi sia eredità; spero ci si dimentichi presto di questa deplorevole lunga parentesi.

LB I cui meriti devono essere ricondotti all’autore: Fedele Confalonieri…

SR Questo è un altro aspetto inquietante del dibattito: il fatto che personalità di significativa influenza politica ed economica possano avere il potere di imporre in ruoli che richiedono una grande preparazione professionale, figure del tutto non idonee, è illogico… si limitassero a suggerire possibilmente talenti! Il Teatro si fa con la serietà, le competenze, il sudore. Se si rivendica una posizione privilegiata, bisogna meritarla grazie al lavoro severo e competente, e non millantando diritti inesistenti.

LB Gli aspetti positivi?

SR E’ ovvio che in un’ottica di questo tipo, gli aspetti positivi siano difficilmente inquadrabili.
Il discorso appena impostato non si vuole riferire alla riuscita più o meno buona di un singolo spettacolo; neppure vuole tirare in ballo la qualità degli artisti coinvolti. Vuole solo mettere in evidenza la mancanza di un’idea portante, di un principio critico dal quale partire. Faccio qualche esempio: ‘Il trovatore’ e ‘I vespri siciliani’ del 2010 non rispondono a nessun criterio da ‘Festival’. Sono stati eseguiti con tutti i tagli di tradizione (anche qualcuno in più), con trasposizioni di tonalità, con cadenze alterate, in traduzione italiana (I vespri), con il taglio dei balletti… Si provi ad andare a rileggere quello che dice Verdi a Vincenzo Luccardi a proposito di quei direttori di teatro e sovrintendenti che si permettono di alterare le partiture con trasposizioni tonali, tagli e quant’altro. I carteggi verdiani sono una fonte inestimabile di notizie, indicazioni, punti di riferimento sia per quanto riguarda la messa in scena  che l’esecuzione musicale.

LB Che immagino il sovrintendente Meli avrà consultato e conoscerà?

SR Avrebbe dovuto farlo! La precisione di dettagli, la dovizia di particolari che il compositore riversa nelle sue lettere è stupefacente. Nulla veniva lasciato al caso da un approccio scrupolosissimo e da una chiarezza di idee e intenzioni impressionante. Nonostante le conoscenze che oggi abbiamo delle dirette volontà artistiche di Verdi, il ‘Falstaff’ di quest’anno è stato eseguito al Teatro Farnese, ossia nello spazio meno idoneo ad un’opera di carattere totalmente cameristico. Sappiamo molto bene ormai come Verdi non volesse rappresentare ‘Falstaff’ nemmeno Alla Scala, e di come avesse paura dei grandi spazi per un’opera siffatta, tutta giocata sul dialogo musicale, sulla sfumatura della parola, sui pesi orchestrali leggerissimi. Il Farnese è quanto di meno adatto per un’operazione simile. In questo come in altri casi, si è voluto seguire la logica del grande evento buttando fumo negli occhi agli spettatori attraverso un’operazione antistorica e anti musicologica. Che senso ha annunciare per quest’anno ‘La battaglia di Legnano’ per poi ripiegare sull’ennesimo ‘Trovatore’ cantato da allievi dei conservatori, se questi non escono da un percorso di preparazione durato almeno un anno e seguito da maestri importanti, con stages e incontri ricorrenti con il direttore d’orchestra? Le opere di Verdi, con buona pace dell’omonimo club, non sono 27. Perché non cominciare a portare il discorso su quei titoli che Verdi ha rivisto talvolta con aggiunte sostanziali? Penso ad ‘Aroldo’, a ‘Jerusalem’, a ‘Gerusalemme’, alle varie versioni di ‘Don Carlo’ e ‘Don Carlos’, ai due ‘Simon Boccanegra’, ai due ‘Macbeth’, alle due ‘Forza del destino’, ai finali differenti del terz’atto di ‘Otello’, a ‘Le trouveur’… Non basta autoeleggersi i migliori del mondo: bisogna dimostrarlo coi fatti.

LB Qual è il ruolo del Regio in città e provincia?

SR Il ruolo del Teatro Regio è da sempre importantissimo. Come tutti i Teatri, è luogo di cultura, di arte, di dibattito, di scambio, di socialità, di civiltà.

LB Non le pare che un po’ tutti i teatri abbiano abdicato a questo ruolo per l’evento e non riescano a recuperare la loro valenza storica?

SR Il teatro è un luogo sociale e culturale che esiste da tremila anni ed è da tremila anni che è in crisi. L’importante è che, sia esso musicale o di prosa, non smetta di essere punto quotidiano di riferimento; non smetta di proporre modelli, provocare scandali e dibattiti attraverso l’uso dei testi classici e contemporanei. Forse tutti assieme dobbiamo ripensare alla funzione quotidiana del Teatro e dimenticarci dell’evento. Mi auguro che il Regio possa ricominciare ad essere un punto di riferimento; mi auguro che tutto il territorio parmense venga investito e coinvolto da quello che può nascere in futuro dal Regio. Il Regio deve essere un laboratorio nel quale si sperimentino soluzioni che possano essere poi adottate in tutt’Italia e portate nel mondo. Il Regio è un teatro di provincia con i mezzi di una città di 170.000 abitanti, di conseguenza deve puntare sulla qualità e non sulla quantità; lavorare sulla sperimentazione, su formule mai adottate, percorrere strade sconosciute pensando che la cultura paga sempre, ma sul lungo periodo. Il Regio può tornare ad essere un punto di riferimento sotto vari aspetti, ma deve avere l’umiltà di spogliarsi di questa aura mistica della quale si è voluto avvolgere e che non gli è stata riconosciuta dall’esterno. Il Regio è una Ferrari che si ostina ad andare in prima. Vuole tornare ad avere un ruolo trainante sul territorio? Cominci con il liberarsi delle persone che lo stanno rovinando attraverso la propria incompetenza e presunzione; si rimetta a fare laboratorio di ricerca e sperimentazione, e si affranchi dalla cortigianeria di tutti quei circoli che cercano soltanto di avere qualche sconto sul biglietto.

LB Milano ora fa scuola… niente cena di gala e biglietti ai politici per la serata di Sant’Ambrogio…

SR Un grande esempio. La nuova amministrazione comunale ha dato un segno di serietà e sobrietà che a Parma è senz’altro mancato. Dovremo imparare da modelli amministrativi simili; dovremo essere in grado di rinunciare a piccoli privilegi per il bene comune. E’ chiaro che non si risolvono i problemi esistenti con piccole rinunce, ma un esempio etico ha un valore grandissimo. In tutti questi anni sarebbe bastato veramente poco per dare un segnale, e non parlo soltanto dei vertici del Teatro Regio. Una parola, una garanzia verso chi è in difficoltà (molti lavoratori del Regio temo che protestino ora che c’è il commissario perché prima non si sentivano tutelati dalle istituzioni), un gesto di rinuncia: tutto questo, anche se non risolve immediatamente un problema contingente, è importantissimo umanamente. Non dobbiamo sottovalutare il valore di un gesto simbolico, spesso ha effetti insospettabili.

LB Come andrebbe ripensato il Festival Verdi?

SR A mio avviso il VF dovrebbe essere un laboratorio, essere una ‘bottega’ teatrale alla quale vengano a formarsi i giovani che costituiranno le nuove generazioni di interpreti. Le opere al VF dovrebbero essere eseguite secondo criteri filologici, ossia: adottando gli strumenti musicali dell’epoca di Verdi, appoggiandosi ai libretti di regia del Maestro e conservati all’Istituto studi verdiani; alzando a livello della platea l’orchestra; adottando il diapason verdiano; lavorando sui fraseggi e le dinamiche originali; lavorando sui pesi sonori e di conseguenza sulla vocalità e l’accento verdiano; lavorando sulla dizione dei cantanti; lavorando sul gesto scenico ottocentesco; lavorando sull’illuminotecnica e sulla scenotecnica; ripristinando le condizioni storiche ed estetiche nelle quali le opere di Verdi vennero create; allacciando rapporti con i teatri di prosa; vedendo l’esecuzione o la lettura dei testi teatrali dai quali le opere in cartellone sono state tratte; creando momenti di scambio fra attori di prosa e cantanti; fra registi e direttori d’orchestra; fra studiosi e filologi che devono essere portati in palcoscenico a discutere con gli interpreti. Vorrei vedere Marcello Conati sul palco del Regio a chiarire certi nodi drammaturgici sia ai registi che ai musicisti! L’orchestra e il coro devono essere coinvolti in questo percorso. Il VF, sfruttando le preziose occasioni fornite dagli eventi collaterali, dovrebbe occuparsi di tutto quel repertorio che ci ha fatto arrivare a Verdi: Pacini, Mercadante, Spontini, Cherubini, Rossini, Donizetti, Bellini… Così il teatro di prosa: Alfieri, Manzoni, Pellico, Giusti… con letture poetiche che riportino alle relazioni esistenti fra la librettistica e la poesia italiana; letture accompagnate da esecuzioni musicali idonee, in modo da far risaltare le analogie e i contrasti.

LB Quel che ora non si fa?

SR Io non vedo fornire uno spazio a tutta quella musica che Verdi ha contribuito a riscoprire e che assume grande rilevanza nelle sue ultime produzioni: e qui parlo di Palestrina, di Marenzio, di Gabrieli, poi (perché no!) dei fiamminghi e ancor prima del canto gregoriano di cui è intriso il suo ‘Te Deum’ (la partitura con la quale volle essere sepolto e che rappresenta la summa del suo linguaggio tutto volto, come disse Massimo Mila, ad una progressiva sintesi e prosciugamento dei mezzi espressivi).

Basterebbe fare una sola produzione per stagione attorno alla quale una squadra di persone lavori tutto un anno in modo capillare su questi aspetti. Questo è un Festival: l’esecuzione di un’opera che ha alle spalle questo patrimonio. Ci vuole pazienza, umiltà, sacrificio, lavoro e poi lavoro. Non si arricchiscono subito le tasche con operazioni di questo tipo, ma si arricchisce qualcosa di più importante: lo spirito, la cultura, l’intelletto.

LB L’unicum…

SR Così si diventa un punto di riferimento nel mondo, soprattutto in un mondo dell’effimero nel quale in realtà le persone sentono sempre più il bisogno di sostanza.

LB Un lavoro sulla tradizione?

SR Le definizioni di tradizione abbondano: Toscanini diceva che non è altro che l’ultima cattiva esecuzione; Celibidache diceva che la tradizione è attaccamento al passato; Mahler dava un’altra definizione ancora… La tradizione è la vita e il pensiero di chi ci ha preceduti. Questa può dare le ali, come diceva Eduardo De Filippo, ma bisogna saperla usare. Bisogna servirsene in modo accorto. Non tutto quello che si è incrostato sulle opere d’arte musicali è buono. Esiste una tradizione che è il frutto del pensiero dei maestri, come diceva anche Toscanini, e vi è una tradizione deteriore legata a mode momentanee. Dobbiamo saper discernere e valorizzare la tradizione che ci consente di approfondire, di meglio capire il significato intimo di un’opera. Un lavoro serio, che voglia cercare di interpretare la tradizione, deve essere oggetto della stagione lirica. Se il Festival si deve distinguere per il suo intento di tornare alle originarie intenzioni del compositore, la stagione lirica potrà benissimo distinguersi per la volontà di presentare il medesimo o altri compositori seguendo la strada della ‘tradizione’. Questa ha un valore quando non diventa la scusa per fare meno fatica. Appoggiarsi alla tradizione è impegno complesso: vi sono convenzioni musicali che risalgono a Verdi stesso e che il compositore riportava sulle parti d’orchestra e non in partitura: in questo caso possiamo cominciare a parlare di ‘prassi esecutiva’, più che di tradizione. Vi sono, altresì, convenzioni legate al successo di un singolo grande interprete che ha, involontariamente, marcato così fortemente della propria personalità un personaggio da rendere difficile oggi l’affrancamento da  quello stereotipo. Penso all’Otello di Del Monaco: un’immedesimazione quasi totale che ha finito per costringere anche interpreti meno dotati di lui sul piano vocale a cercare di ripeterne le caratteristiche. Quindi bisogna stare molto attenti quando si parla di tradizione ad ogni piè sospinto; si corre il rischio di far pensare alla gente che non si saprebbe dire altro, e agli addetti ai lavori, che non si sappia nemmeno bene di quel che si sta parlando.

LB Quale la soluzione per la compresenza delle due orchestre Toscanini e Regio?

SR A questa domanda risponderò brevemente perché non mi sento sufficientemente preparato. Si tratta di un problema politico: mi auguro vivamente che verranno tutelati i posti di lavoro di chiunque, perché le orchestre sono formate da persone e dietro ogni persona vi è una famiglia, delle esigenze, dei problemi, delle necessità ineludibili. Spero che chi ha lavorato onestamente in questi anni venga in qualche modo premiato e favorito nella propria attività.

LB Perché non si è riusciti in tutti questi anni a dar vita a una consulta artistica di Parma? Magari con sede al Regio o alla Casa della Musica?

SR Il problema credo non sia mai stato posto. Non mi risulta che qualcuno abbia mai provato a compiere un’operazione di questo tipo, ma potrei sbagliarmi.

LB Personalmente più volte l’ho suggerita nei miei articoli… anche in occasione dell’incontro voluto da Luca Sommi sugli Stati generali della cultura a Parma

SR Vede che mi sono sbagliato? Credo che sino ad oggi sarebbe stato comunque difficile realizzare un discorso di questo tipo, in quanto ognuno era troppo impegnato a portare avanti la propria attività. Uno degli effetti positivi della crisi è stato forse quello di riportarci di fronte a delle responsabilità sociali. Quello di farci riflettere sulla nostra funzione pubblica e su quanto alla fine sia importante unire le forze per riuscire a realizzare qualcosa che duri veramente nel tempo. Non parlo solo del singolo spettacolo, ma di un esempio morale. Non so bene come spiegarmi… penso ad una presa di posizione pubblica. Una consulta degli artisti non è solo un organismo grazie al quale la vita artistica e culturale di una città possa essere instradata, ma un organismo umano grazie al quale si dimostra che le persone vogliono lavorare assieme, vogliono dare un segnale di collaborazione e aggregazione intellettuale; un luogo nel quale lo scambio e la diversità vengano viste  come una ricchezza e non come una minaccia. In questo senso una consulta oggi può essere preziosa: perché proprio oggi abbiamo paura del confronto, dello scambio, dello scontro, di ciò che può minare le nostre poche sicurezze. Un gruppo di artisti differenti per età, estrazione, disciplina, formazione, può essere un primo passo verso la riaffermazione che l’eterogeneità è sempre e comunque ricchezza, crescita e sviluppo.

LB Le pare che la Casa della Musica sia adeguatamente valorizzata e quale ruolo assolve così com’è?

SR Credo che la Casa della Musica sia uno spazio molto interessante. La mia conoscenza del suo assetto non è molto profonda, a dire il vero. Senz’altro potrebbe essere una sede molto idonea ad ospitare l’Istituto studi verdiani e quella ‘bottega-laboratorio’ teatrale nel quale formare, in collaborazione col VF, le nuove generazioni di interpreti. Alla Casa della Musica, si potrebbe creare uno spazio nel quale giovani cantanti possano seguire corsi di approfondimento con insegnanti fissi che curino l’aspetto vocale a 360°, l’aspetto della dizione (sempre molto trascurato), la lettura della partitura e le sue implicazioni stilistiche,  gli aspetti legati al gesto scenico. Poi una sezione nella quale si veda l’avvicendamento periodico di personalità dello spettacolo, della musicologia, del teatro, della cultura che vengano a tenere singoli stages non per confondere le idee, ma per arricchire con la diversità delle loro proposte i talenti dei giovani. La Casa della Musica potrebbe essere uno spazio veramente idoneo a questo. Le idee a riguardo sono molte e praticabili. Essenziale è la collaborazione fra le competenze esistenti sul territorio.

LB Cosa bisognerebbe importare dall’estero, in base alla sua esperienza?

SR Io ho avuto anche in Italia esperienze molto belle, come con la Fondazione ‘A. Toscanini’. Credo che nel nostro paese vi siano realtà fantastiche con la voglia di dimostrare di che pasta siamo fatti. Bisogna fare in modo che l’entusiasmo non venga mortificato o spento, ma sostenuto dall’amore per l’arte e la cultura. Potrà sembrare un po’ retorico, ma credo che si debba ritornare a parlare di vocazione, di attaccamento all’arte, di rispetto per i capolavori che stiamo servendo umilmente; dobbiamo riportare la nostra professione in una sfera di missione. Proprio così: fino a che continueremo a considerare la musica come un mestiere o un affare per pochi, incontreremo sempre più colleghi disincantati, sfiduciati, svogliati. Dobbiamo renderci conto dell’importanza sociale di questa nostra attività.

LB Per Platone la musica e le matematiche erano tra i saperi fondamentali della conoscenza. La radice di musica è Μοσαle nove sorelle che presiedevano alle arti e alle scienze…

SR Dobbiamo sentirci investiti di un compito alto e  fondamentale e infischiarcene di chi ci vuole far credere che la musica e la cultura non siano importanti in una società che guarda solo al profitto, all’immagine e al riscontro istantaneo. Noi svolgiamo un ruolo fondamentale e senza le orchestre e i cori italiani, la vita del nostro paese sarebbe molto più povera. Potremmo vivere soltanto della valorizzazione dei nostri beni artistici e culturali: il Teatro, la Musica, l’Arte sono il patrimonio e il contributo che abbiamo dato all’umanità nei millenni, non dimentichiamolo mai. Sto cominciando proprio ora ad avere importanti collaborazioni con teatri esteri: nel 2012 e nel 2013 inaugurerò la stagione lirica del Teatro Nazionale di Bratislava. Le cose all’estero sembrano più facili e più lineari, ma è presto per parlare.

LB E il Conservatorio? Sede tra l’altro della sezione musicale della Palatina… Pare vi siano fondi completamente dimenticati. Forse addirittura dimenticata l’esistenza? In molti delle Istituzioni non sanno nemmeno come sia fatta questa Biblioteca… forse ne ignorano l’esistenza.

SR Il Conservatorio è un altro strumento fondamentale per quanto riguarda la vita culturale della città. Non lo frequento da anni, e credo che possa essere veramente indispensabile coinvolgerlo in un ampio disegno di formazione assieme al Teatro Regio, la Casa della Musica, Teatro Due, il Teatro delle Briciole, l’Istituto studi verdiani ecc…

Il Conservatorio deve far parte e, aggiungerei, in posizione privilegiata, di questo ensemble formativo.
Per quanto riguarda i fondi dimenticati ho sentito anch’io della loro esistenza; posso solo augurarmi che si trovino i mezzi per la loro giusta valorizzazione. Sappiamo che per ogni cosa servono soldi; sicuramente la competenza e la buona volontà ci sono, ma quando mancano i mezzi economici tutto si blocca. Anche questo aspetto potrebbe rientrare in un discorso di ricerca e valorizzazione dei veri patrimoni della città.

LB E in città? Ha qualche rilievo da rivolgere alle associazioni musicali?

SR Un rammarico che oggi, mentre siamo alla fine di una parabola ingloriosa la mia coscienza mi impone di esternare.
In questi anni ho assistito al silenzio di tutti i circoli musicali e non solo di Parma. Tutti si lamentavano personalmente dello stato deplorevole in cui era caduto il nostro Teatro, ma pubblicamente hanno continuato a sostenerne la gestione con grandi inviti, grandi celebrazioni, premiazioni e salamelecchi. Questo mi è dispiaciuto e mi ha amareggiato. Mi ha amareggiato vedere la mia città abdicare così disinvoltamente alla propria dignità culturale e intellettuale per un meschino tornaconto. A parte Michele Pertusi nessuno ha avuto il coraggio di dire ciò che privatamente pensava ed esternava in contesti non ‘pericolosi’.

LB A Parma è da sempre in auge salire sul carro dei vincitori

SR La stessa gente fra poco dirà di essere sempre stata contro la gestione Meli. Molti stanno già cambiando bandiera perché si sono resi conto che siamo alla fine. Ma era prima che bisognava prendere una posizione netta e chiara, avendo il coraggio di essere derisi, esclusi, umiliati; di provare l’amarezza di vedere i propri amici – gli amici di una vita!- girarsi dall’altra parte.
Prima bisognava parlare, quando la situazione non stava crollando ma era ancora tronfia dei propri trionfalismi!!! Adesso… troppo facile!!!.

LB Traspare amarezza…

SR Purtroppo quelli che hanno tratto vantaggio dalla indicibile situazione di questi anni, probabilmente continueranno a trarre vantaggio anche nel prossimo periodo perché capaci di un trasformismo che sembra essere diventato sport nazionale a tutti i livelli. Io spero che la loro coscienza rimorda almeno un po’. Spero che si rendano conto di essere tra i maggiori responsabili di questa situazione e che un giorno dovranno rendere conto alla città delle proprie scelte.

Il ruolo storico delle società di dilettanti nella nostra nazione è sempre stato fondamentale: esse, un tempo, costruivano i binari all’interno dei quali i teatri operavano, facevano opinione, decretavano successi e insuccessi. Facevano sentire la propria voce non solo sui singoli spettacoli (nel cui merito non voglio entrare), ma sulla gestione della cosa pubblica! Oggi queste stesse società hanno mancato al proprio ruolo storico. Non sono state all’altezza della situazione, e il motivo non va ricercato soltanto nella poca preparazione culturale (un tempo i dilettanti conoscevano la musica come i professionisti, oggi solo certe realtà di nicchia come pochi cori polifonici possono vantare tale preparazione), ma soprattutto in un atteggiamento vigliacco nei confronti del presunto ‘potere’.
Parlo da cittadino e non da musicista: l’ignoranza non è una colpa, la connivenza sì.

LB Dal motto episcopale del Cardinale Martini

SR “Pro veritate adversa diligere” (per il servizio della verità essere pronti ad amare le avversità). E’ il motto (tratto da Gregorio Magno) di una figura che ha saputo, in un momento di crisi morale, economica e politica, levare la propria voce in modo chiaro, limpido, sereno e trasparente.
Nella nostra città si vive nello smarrimento: la classe dirigente ha fallito, la classe intellettuale è ammutolita; abbiamo bisogno di ricordare (almeno io ne sento il bisogno), che la passività è un atteggiamento troppo comodo, e la troppa comodità fa ammalare. (Parma, 01/11/2011)

Luigi Boschi

*Sebastiano Rolli, direttore d’orchestra e saggista. Si occupa da anni di melodramma italiano e della produzione verdiana in particolare nei suoi aspetti storici e stilistici.

La Toscanini

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