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Tebaldi: la mia Milano perduta

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A Milano ha regalato un pezzo della sua vita. Per una dozzina di stagioni, la soprano Renata Tebaldi è stata la regina incontrastata della Scala, acclamata come una Madonna. Fu lei a inaugurare il Piermarini restaurato dopo la guerra: era il 1946 e sul podio c’ era Arturo Toscanini. Oggi alle 18 il “suo” teatro contraccambia tanto amore, riaprendo eccezionalmente il Ridotto dei Palchi (l’ incontro è ad inviti) per festeggiare l’ ottantesimo compleanno e dedicarle il libro Omaggio a Renata Tebaldi, presenti l’ autore Paolo Isotta e il sovrintendente Carlo Fontana.

Signorina Tebaldi, quando venne per la prima volta a Milano? «Sono nata a Pesaro, ma la mia infanzia l’ ho trascorsa a Langhirano, in provincia di Parma. Un paese di 3 mila anime: stando lì non sarei andata lontano. Dopo il debutto a Rovigo e le prime interpretazioni a Parma, la mia mamma decise: dobbiamo trasferirci in una grande città. Avevo 22 anni. A Milano arrivai nel ‘ 45, appena finita la guerra. Io e la mamma abitavamo in una pensione di via Brogi, vicino a corso Buenos Aires. Non era un granché, la mamma faceva da mangiare, e mi stava sempre vicino. Poi ci trasferimmo all’ Hotel Regina, in via Santa Margherita, a due passi dalla Scala. Ma cominciai a sentire mia la città solo nel ‘ 50, quando acquistammo un appartamento in piazzetta Guastalla». La casa dove abita ancora adesso. «Sì, certo. Anche quando risiedevo abitualmente a New York non ho mai cessato di sentirmi legata a queste mura. Mamma mi diceva sempre: “Appena puoi comprati una casa. La casa non ti tradisce mai”. Negli anni è cambiata. Ho sempre avuto la passione dell’ antico, e ho aggiunto pian piano tanti bei mobili. È piena di ricordi, di foto con le dediche di Toscanini, Mitropoulos, Serafin, Cilea». E poi c’ è un pianoforte a mezza coda al centro della sala. «Lo tengo sempre aperto, così i tasti bianchi di avorio non si ingialliscono, ma non lo suono più da tanto tempo. Smisi quando ancora ero in carriera: mi costringeva a una postura che danneggiava la respirazione e mi metteva in disuso il diaframma». Quale fu il suo primo impatto con la città? «Noi venivamo dalla provincia. Ricordo che la mamma era un po’ spaesata. Ma poi abbiamo cominciato a stare bene. Lei, all’ inizio, non voleva che cantassi. L’ hanno convinta le audizioni, i giudizi di chi se ne intendeva. E così mi ha sempre sostenuto, consigliato, aiutato». Per 33 anni lei ha vissuto di musica e per la musica. Oggi di cosa vive? Che luoghi frequenta? «Vado spesso alla Scala a sentire le prove, soprattutto quando c’ è Muti. È un grande direttore, e trovo molto interessanti le sue parole, le sue indicazioni all’ orchestra e ai cantanti. Non frequento le “prime”: troppo mondane per una come me, che è sempre stata schiva e riservata. Per il resto? Sono religiosa, e la domenica vado alla Chiesa dei Barnabiti. Ma ultimamente faccio fatica: ho male a un ginocchio, sono costretta a usare il bastone. Ogni tanto esco con gli amici: a cena, in qualche ristorante milanese tipico. Ma soprattutto sto bene a casa mia. La città è cambiata: mi disturbano la maleducazione, il rumore, il traffico. Se avessi la bacchetta magica, tornerei indietro di cinquant’ anni». Come si svolge la sua giornata? «Dal ‘ 57 vivo con la Tina, che mi fa da sorella. E ho un barboncino grigio che si chiama New Sole Quarto. Eh sì, li ho chiamati tutti così i miei cani: ne ho avuti quattro, della stessa razza. Ascolto molto le mie incisioni, e piango, piango, mi commuovo. E capisco perché, allora, si commuoveva il pubblico. Avevo qualcosa in più: non solo la voce, ma anche la capacità di far venire la pelle d’ oca». E i suoi contatti con i fan? «Tutto il mondo mi ricorda. Per gli ottant’ anni, che ho compiuto il primo febbraio, mi hanno chiamato da tutte le parti. La Tina ha contato le rose: 700, non sapevamo più dove metterle. Pensi che abbiamo usato persino un portaombrelli come vaso. E poi lettere, tante lettere. Mi scrivono anche i giovani. Dai Fan Club ho ricevuto un mappamondo con tanti puntini, uno per ogni sede: Russia, Canada, Usa, Brasile, India, Cina, Indonesia, Nuova Zelanda, Colombia, Guatemala, Finlandia». La Scala è stata la sua seconda casa. I suoi ricordi più belli? «La prima audizione con Toscanini, in Sala Gialla. All’ uscita, sentii che diceva al sovrintendente Ghiringhelli: “Dobbiamo tenere presente questa ragazza, perché farà molta strada”. Tornai a casa saltellante come un grillo, con la mamma che mi pregava di calmarmi. E poi il ritorno a Milano con la Tosca, nel 1959: dovetti inchinarmi e ringraziare per quaranta minuti».
LA CARRIERA/
VIOLETTA Renata Tebaldi interpretò “Traviata” alla Scala, sotto la direzione di Victor De Sabata. Alla fine della stagione ’50’ 51 lasciò il teatro e diventò la stella del Metropolitan. LE ALTRE OPERE Fu Leonora nella “Forza del destino”, Desdemona in “Otello”, Aida. Si distinse nel repertorio pucciniano. Nel ‘ 46 inaugurò la Scala restaurata con Toscanini. IL RITORNO Nel ‘ 59 cantò “Tosca” con Giuseppe Di Stefano e Gianandrea Gavazzeni sul podio. L’ accoglienza fu strepitosa: 40 minuti di applausi.

PAOLA ZONCA

Fonte LINK: http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2002/02/28/tebaldi-la-mia-milano-perduta.html