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Trieste: Teatro Verdi, debiti per 23 milioni. In arrivo un commissario

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Paola Bolis

Cosolini: «Ne abbiamo parlato con Galan, ma gli atti formali spettano al ministro. La situazione è seria, faremo tutti gli sforzi necessari per avviare il risanamento»

(ilpiccolo.gelocal.it) TRIESTE Consiglio di amministrazione – sovrintendente incluso – azzerato: al suo posto un commissario straordinario che esercita tutti i poteri attribuiti al cda, con il compito di mettere in sicurezza i conti oggi in profondo rosso e di rilanciare, consolidandola, l’attività della Fondazione lirico-sinfonica.

È questo lo scenario verso cui sta andando il Verdi. Uno scenario che potrebbe concretizzarsi già nel giro di una o due settimane, portando così il teatro ad affiancarsi alle altre cinque Fondazioni (su un totale di 14 in Italia) oggetto negli anni di amministrazione straordinaria.

«Di commissariamento si è parlato – si limita a dire Roberto Cosolini – ma l’assunzione di atti formali spetta» a Roma. Il riferimento è al colloquio che il sindaco, che della Fondazione è presidente, ha avuto l’altro ieri con il ministro per i Beni culturali Giancarlo Galan, «che senza retorica ho trovato molto disponibile e attento verso la città. Abbiamo condiviso la preoccupazione e valutato la situazione seria in cui versa il Teatro. Ma considerato che il Verdi è un’istituzione preziosa per Trieste e per la lirica italiana, si è deciso di fare assieme, concordandoli, tutti gli sforzi e le azioni necessarie per avviarne il risanamento. Qualsiasi decisione verrà presa sarà frutto di un accordo tra il ministro e la città». E però, sottolinea Cosolini, «la situazione richiede un cambio di marcia, una svolta e uno sforzo straordinari».

La «situazione» è nota. Ed è tale da portare tecnicamente al commissariamento, che il ministro per legge dispone quando i conti economici di due esercizi consecutivi chiudano con una perdita nel complesso superiore al 30% del patrimonio, ovvero siano previste perdite di analoga gravità. Il bilancio consuntivo 2010 si è chiuso con un passivo di 4 milioni 108mila euro. Un rosso che ha indotto i revisori dei conti a inserire nella relazione inviata a Roma l’invito a valutare l’ipotesi di scioglimento del cda. Il debito patrimoniale del Teatro oggi è di 23 milioni di euro. A ciò va aggiunto che, a fronte di un 2009 che si chiuse con lievissimo attivo, per il 2011 si potrà aspirare al pareggio solo grazie a una quota straordinaria che il ministero dell’Economia dovrà versare quale esito di una pluridecennale battaglia legale con la Fondazione. In mancanza di questa voce, anche l’anno in corso segnerebbe un rosso di circa 3 milioni.

A luglio e agosto il teatro ha affrontato un problema di liquidità – stipendi a rischio – risolto con un intervento del sindaco nei confronti delle banche che infine hanno mantenuto le linee di credito.

Di qui lo scenario del commissariamento. Che in via teorica, per legge, potrebbe anche preludere allo scioglimento della Fondazione: ma «qualunque soluzione – precisa subito Cosolini dopo l’incontro con Galan – sarà finalizzata alla messa in sicurezza e al rilancio del Teatro».

Il commissariamento, si diceva, prevede l’azzeramento del cda – composto dal sovrintendente Antonio Calenda, da Cosolini presidente e da altri sei amministratori – e l’arrivo di uno o più commissari la cui durata in carica è fissata in sei mesi rinnovabili. Se quella che serve è una «svolta», come la definisce Cosolini, il commissario dovrebbe affrontare un’analisi approfondita dei costi del Teatro, potrebbe proporre piani di riorganizzazione del lavoro interno e rimodulare l’intera struttura. Da Roma potrebbero arrivare risorse ad hoc. Il sindaco intanto avrebbe già dato a Galan la disponibilità a trasferire alla Fondazione la proprietà di Sala Tripcovich e laboratori delle Noghere, così da incrementare di 5 o 6 milioni il patrimonio del Verdi.

2 COMMENTS

  1. Tutti colano a picco, tutti coi conti in rosso… in Italia, ovunque, la musica è una scusa per far mangiare caviale e champagne a persone incompetenti, ma soprattutto immorali, che non verrebbero assunte, all’estero, nemmeno come “buttafuori” di discoteca.