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AIUTO, QUI CROLLA TUTTO!… il sistema musicale italiano

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ENRICO VOTIO DEL REFETTIERO
 

Davvero “Non c’è pace tra gli ulivi“ in questa strana fine dell’estate. Da tempo diciamo che il sistema musicale italiano sta dando segni di cedimento sempre più evidenti, ormai gli scricchiolii sono talmente sonori da far temere il prossimo crollo. E sotto le rovine pare non vogliano restare i cinque direttori d’orchestra italiani che hanno fama e onori all’estero ma che si erano in questi ultimi anni impegnati per cercare di rilanciare quei malandati carrozzoni che sono le Fondazioni Lirico-Sinfoniche italiane.

Primo fra tutti Riccardo Muti, che seppur senza mai accettarne la Direzione Musicale, è stato de facto il ras del Teatro dell’Opera negli ultimi 4 anni. Passando indenne attraverso la catastrofe della gestione Catello De Martino / Bruno Vespa – la quale nonostante le monumentali sovvenzioni garantite ogni anno da Stato e Comune di Roma era stata capace di accumulare (e nascondere sotto il tappeto) un debito da oltre 12 milioni di Euro – aveva pensato bene di attaccarsi al carro di Carlo Fuortes, che sembrava essere quello del vincitore vero. Dopo le prime scosse del Febbraio di quest’anno, con la minaccia di chiudere la Fondazione rientrata all’ultimo momento, le successive che hanno terremotato la pur bella produzione di Bohème a Caracalla quest’estate, è notizia di queste ore che il “Maestro” ha gettato la spugna e se ne va, subito, senza aspettare un minuto di più e di fatto lasciando il teatro orfano del direttore d’orchestra designato per la produzione inaugurale della stagione, un’AIDA le cui prove dovevano iniziare tra pochi giorni. Oltre che l’attesissima produzione de Le nozze di Figaro della prossima primavera. All’ANSA si legge la dichiarazione : “Non ci sono le condizioni”. Par di leggere tra le righe come l’esempio di Franz Welser-Möst, che pochi giorni fa ha abbandonato l’Opera di Vienna lasciando da un giorno all’altro 34 recite scoperte, abbia fatto scuola. Il Ministro Franceschini sull’ADN Kronos si è affrettato a dichiarare che “comprende le ragioni del Maestro Muti”, cosa che a noi pare davvero sorprendente: non toccherebbe in effetti a lui, come Ministro della Cultura, fare in modo che nelle istituzioni culturali del nostro Paese le condizioni ci siano?

Più subdolo l’abbandono di Nicola Luisotti, che a tutt’ora risulta essere titolare della Direzione Musicale del Teatro di San Carlo, ma che da qualche giorno appare annunciato al Palau de les Arts di Valencia per la direzione di un NABUCCO esattamente nelle stesse date in cui è previsto da tempo dirigere la produzione di LUISA MILLER al Teatro di San Carlo. A meno che non vada in bilocazione, come si diceva facesse Padre Pio, ci pare chiaro che stia abbandonando la sua posizione. Che sia una nuova moda del tipo “me ne vado ma non dico nulla a nessuno, prima o poi lo scopriranno…”?

Un tipico atto mancato quello di Daniele Gatti, del quale da circa un anno si parla come prossimo direttore musicale dell’Opera che non c’èquella di Firenzeinaugurata già due volte ma in realtà non ancora finita: due omaggi, il primo al Presidente Napolitato che aveva promesso l’apertura per le celebrazioni del 150° anniversario dell’Unità d’Italia nel 2011, il secondo più recente al Presidente del Consiglio che non poteva ammettere che con il maggior teatro d’opera della sua città non ne aveva azzeccata una: prima nominando un disastro vestito di Prada chiamato Francesca Colombo, poi affidando i lavori per la costruzione dell’Opera di Firenze a un’associazione a deliquere. Nel frattempo il Teatro non è ancora pronto: i bene informati dicono che mancano ancora 70 milioni di Euro per completare i lavori e con i chiari di luna che attraversiamo non sarà facile metterli insieme. Certo – nulla a confronto dei quasi 400 milioni di Euro che la Francia sta spendendo per costruire il Mausoleo a Pierre Boulez, che alla fine non servirà a nulla e che sta già dando abbondanti grattacapi ancora prima di aprire. Fare la tomba a Napoleone ai francesi era costato molto meno….

Un vero romanzo d’appendice invece quello di Gianandrea Noseda al Teatro Regio di Torino, del quale l’unico ad aver colto il senso sembra essere Alberto Mattioli in una bellissima riflessione consegnata alla Stampa del 9 Settembre scorso, nella quale incolpa sostanzialmente la politica (qui interpretata dal Sindaco Piero Fassino) di non aver saputo scegliere tra il nuovo scenario presentato dal Direttore Musicale scaduto e l’usato sicuro rappresentato dal Sovrintendente in prorogatio Walter Vergnano: che tanto sicuro poi quell’usato non è se è vero come è vero che da qualche mese il Teatro Regio di Torino è andato ad allungare il catalogo – ormai leporelliano – dei teatri italiani che non pagano gli artisti ospiti se non con lunghissimi ritardi. I soliti bene informati dicono che in effetti i conti del teatro siano in ordine ma che, seguendo una moda perversa ormai sempre più praticata, anche il Comune di Torino da un paio d’anni a questa parte ha iniziato ad erogare i propri contributi – invero cospicui – anziché in moneta sonante in proprietà immobiliari: creando così agli amministratori del Teatro Regio un doppio grattacapo, quello di ritrovarsi con una crisi di liquidità catastrofica (si parla di oltre 12 milioni di Euro) da un lato, oltre che di doversi trasformare in promotori immobiliari per “monetizzare” le proprietà dall’altro: con l’ulteriore preoccupazione di dover recuperare dalla vendita l’esatto valore messo a bilancio, pena il ritrovarsi, senza colpe, con un deficit di bilancio da giustificare.

Quinto tra cotanto senno si ritrova Daniele Rustioni, da poco più di un anno Direttore Musicale del Teatro Petruzzelli di Bari e già alle prese con la cancellazione di due produzioni a poche settimane dall’inizio delle prove, annunciate con due righe anodine sul sito del teatro il giorno prima della chiusura per le vacanze: un capolavoro di buon gusto che solo un genio come Massimo Biscardi – neosovrintendente del teatro in bolletta – poteva concepire. Ancora non si conosce l’esito della disfida, anche questa approdata sui giornali a colpi di interviste e contro-interviste, ma ci par difficile che un direttore come Rustioni, conteso dai maggiori palcoscenici d’Europa, possa rassegnarsi alle miserie della politica barese: peraltro benissimo descritte in un volumetto passato sotto silenzio ma dal titolo esemplare : “Il treatro degli imbrogli” che il giornalista pugliese Antonio Cantoro ha dedicato alla terribile vicenda della ricostruzione del Politeama barese e la cui lettura, quanto mai istruttiva, raccomando a tutti.

In profonda crisi si trova anche un altro Regio, quello di Parma, che dopo la surreale stagione del chitarrista Mauro Meli e la patetica parentesi degli ultimi anni, senza un progetto artistico, che hanno visto la prestigiosissima e pluripremiata coppia Carlo Fontana / Paolo Arcà prodursi nella strepitosa performance di far perdere al Festival Verdi lo statuto di “Festival di Interesse Nazionale”, è ora in attesa che qualcuno (speriamo di onesto e competente) possa manifestare il suo interesse ad andare a dirigere una bellissima scatola vuota. Il tutto nelle mani del Sindaco Pizzarotti, che, non ci pare, con l’Assessore alla cultura Maria Laura Ferraris, nominata pure nel CDA della Fondazione Regio, in questo primo scorcio di governo cittadino non abbia fatto molto per risollevare una città piagata nello spirito e nel portafogli. Certo tra le cose positive va ascritta l’uscita dell’OTR e il ritorno dell’Orchestra stabile Toscanini al Regio, ingiustamente da oltre 10 anni assente. 

In questa cronaca degli orrori non possiamo non citare il caso clamoroso del Teatro Carlo Felice di Genova, passato dalla tragedia alla tragi-commedia e ora alla farsa, con il Sovrintendente Giovanni Pacor impedito di accedere alla riunione del suo Consiglio di Amministrazione nella quale il Sindaco della città denunciava i dati sconcertanti emersi da uno studio di una società specializzata che evidenziano cifre da anatocismo davvero stratosferiche: 50 milioni di Euro di interessi pagati – o meglio trattenuti – dalla banca tesoriera del Teatro: quella CARIGENOVA che negli ultimi mesi è stata al centro di una vicenda poco edificante di distrazione di fondi. Il dubbio che il teatro fosse gestito da incompetenti viene a leggere le cronache di somme da capogiro apparse per interessi passivi negli estratti conto; e la domanda sorge spontanea: ma come hanno fatto a non accorgersene? Tutto questo mentre l’altro grande italiano del momento, Fabio Luisi, dopo qualche rapida apparizione (a suo onore va detto, gratuita) alla direzione dell’orchestra del Carlo Felice è approdato alle ben più sicure sponde del lago di Zurigo.

Un caso a se’ costituisce il Teatro alla Scala, finalmente ora nelle mani di Alexander Pereira: il teatro più importante del Paese – da un pezzo sparito dalle mappe dei teatri di riferimento del mondo: sembra condannato a un fastidioso abito: quello di annunciare la presenza di artisti destinati a non potersi presentare. Aveva iniziato durante la sua prima conferenza stampa, quando accanto a un Riccardo Chailly tra l’imbarazzato e lo stranito aveva annunciato che il suo primo obiettivo sarebbe stato quello di riportare alla Scala due grandi direttori musicali del passato, Claudio Abbado e Riccardo Muti: il primo già al tempo moribondo ci ha lasciato a Gennaio di quest’anno mentre il secondo probabilmente alla Scala ci tornerà soltanto “con i piedi davanti” come si usava dire una volta. E meno male che qualcuno ha spiegato a Pereira che Gianandrea Gavazzeni è morto da un pezzo, altrimenti ci avrebbe messo anche lui. Il Pereira ha poi avuto il coraggio di annunciare, nella conferenza stampa di presentazione della sua prima stagione, che Lorin Maazel, che già aveva cancellato l’intera stagione della Münchner Philharmoniker una settimana prima, sarebbe stato regolarmente sul podio della Scala per dirigere niente popo’ di meno che l’Aida; salvo poi prostrarsi nel cordoglio poche settimane dopo alla notizia della morte dello stesso Maazel. E che dire della presenza di Georges Pretre – 90 primavere sulle spalle – che ormai da oltre un anno non sale sul podio, che pare si sia arrabbiato moltissimo quando qualcuno gli ha detto che il suo nome era presente nel calendario della Scala. Fino a Nello Santi, anche lui ultraottantenne, che su Wikipedia risulta “ritirato” e che invece alla Scala è atteso per dirigere non una ma due produzioni… E che dire della presenza di Edita Gruberova – 70 primavere suonate – e di José Carreras, che a me pareva avesse smesso di cantare da anni?

Ci aspetta un bell’autunno, non c’è che dire.

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