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Al nostro caro Angelo Campori

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Fabio Torrembini

Al nostro caro Angelo

Il nobile gesto di Parma

Ho appreso ieri pomeriggio, durante le prove di un Rigoletto, della morte del maestro Campori. Che strano destino! Proprio in questi giorni parlavo con alcuni colleghi del bisogno, anzi, della necessità di dedicare al maestro un concerto – evento nel 2014, in occasione dei suoi 80 anni, stante la totale dimenticanza della città e del suo teatro per la testimonianza musicale di uno dei maggiori talenti direttoriali e musicali della seconda metà del ‘900. Avevamo già abbozzato un canovaccio e pensato al regista, agli artisti da contattare, agli sponsor possibili. L’ispirazione mi era venuta l’estate scorsa; incontrai il grande soprano Raina Kabaivanska a margine di un concorso lirico‎ e rievocai con lei alcune produzioni degli anni ’80. Raina mi chiese: “che fine ha fatto Angelo Campori”? Già, che fine ha fatto? Da lì un affastellarsi di idee, domande, proiezioni fino a stabilire i punti salienti di un progetto che, ne sono certo, avremmo portato a conclusione (già c’era l’adesione entusiasta di alcuni cantanti di fama). Il nostro caro Angelo ci ha preceduti di pochi mesi e forse un fato misterioso non ha voluto che si celebrasse un antidivo per eccellenza, uno che non si è mai posto il problema di essere una star (e avrebbe potuto, eccome se avrebbe potuto…), che non si è mai curato, come accade oggi, della costruzione scientifica della carriera sulla base di pubbliche relazioni ruffiane e di comunicazione drogata (la scelta della foto, il contatto con il critico, con la rivista, con l’agenzia, col politico giusto…!), il tutto a discapito o nonostante la scarsa preparazione musicale.

Mi chiedo sempre se i ricordi siano qualcosa di presente oppure siano solo l’altra faccia del rimpianto, lenti deformanti del passato. Debbo dire che, in quasi 30 anni di lavoro da umile ed inutile contrabbassista, le emozioni che mi hanno lasciato alcune produzioni concertistiche ed operistiche dirette da Campori sono indelebili, potrei ricordare il giorno, l’ora, i cast. Rigoletto, La Traviata, Tosca, La Figlia del Reggimento, per citarne solo alcune. E poi lo straordinario concerto con Sonny Rollins e Orchestra giovanile Toscanini che facemmo a Ravenna e a Parma nel 1987 (piazza Duomo, rassegna ‘Musica sotto le stelle’), dove il maestro fece impazzire l’arrangiatore americano per le sue assenze o per i suoi ritardi. Eppure fu un grande concerto, Campori era un talento proteiforme, anche il jazz non aveva segreti per lui.

Mi colpirono fin da subito, il suo modo di dirigere, il suo corpo segaligno, la sua faccia, la fissità dello sguardo che sovrastava gli occhialini appoggiati sulla punta del naso. Angelo dirigeva con tutto, se così si può dire, e con estrema naturalezza, senza alcuna artificiosità. Il suo gesto era di una chiarezza e di una trasparenza cartesiane; il roteare delle spalle, i colpi di tacco da tanghero, il librarsi nell’aria della sua inconfondibile zazzera bianca rendevano poi la sua direzione unica, uno spettacolo nello spettacolo. Soprattutto, e questa è la grandezza, mai volgare! Nemmeno quando, con gli insistiti colpi al petto della sinistra, solfeggiava una sorta di ‘mea culpa’ per rimettere in carreggiata il malcapitato soprano ritmicamente incontinente (anche gli insulti a bassa voce erano ritmati…).

Non tutto ciò che faceva fu bello, per carità. Aveva un caratteraccio, era umorale, a volte rissoso e irascibile; se non aveva voglia… non c’era verso, a casa 2 ore prima! Altre volte spaccava il capello in quattro… Era un genio allo stato brado, tutto istinto, libero, incapace di fare calcoli. Prendere o lasciare!

Penso che il suo lavoro più bello sia stato quella Fanciulla al Regio del ’90. Si trattava dello straordinario allestimento del Covent Garden di Piero Faggioni che, unito alla sua regia e ad un cast stellare (Giacomini, Carroli…), si pone – dal mio punto di vista, s’intende… – come la migliore produzione del teatro ducale degli ultimi decenni. Non fu certo una sfida facile: da una parte un’orchestra giovane e inesperta composta da giovanissimi allievi del Conservatorio, insegnanti e un gruppo di professionisti esterni, fra cui il sottoscritto, segnalati dalla Toscanini; dall’altra un regista scenografo, Faggioni, maniacale e ossessionante (volle vedere preventivamente tutte le foto dei coristi per assegnare loro posizione e ruolo più adatti in palcoscenico…!). Ci furono momenti di grande difficoltà durante le prove, mettere insieme questi ingredienti non fu affatto facile. Ma quest’opera, complicata, era la sua: quelle tinte cupe così tipicamente romantiche, certi squarci corruschi di impressionistica tragicità gli erano congeniali, forse descrivevano perfettamente la sua sofferenza interiore e la solitudine irrisolta delle sue passioni. E trionfo fu! Non potrò mai dimenticare quel sussulto di Angelo sul podio durante il primo atto, all’arrivo di Minnie: lo sceriffo Rance e Sonora si azzuffano per amore e gelosia, situazione mirabilmente descritta da un climax sonoro ed armonico che sfocia nell’arrivo della Fanciulla. E qui un tema sinfonico grandioso e di lancinante tristezza, come a descrivere l’attesa di un’impossibile rivelazione, accompagna il saluto liberatorio dei minatori all’arrivo Minnie (“hello, Minnie…!!!”), mentre i cappelli vengono lanciati in aria. Noi c’eravamo ! Ed anche in questa fredda estate dei morti che ti ha portato via abbiamo fermato questa immagine a perenne ricordo.

Hello, Angelo!  

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