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Al Teatro italiano: Buon Anno 2014, e diamoci da fare! per risanare il nostro patrimonio

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Enrico Votio del Refettiero

Prendo spunto dal bellissimo intervento di Milena Gabanelli sul Corriere della Sera di martedì 31 dicembre 2013 (pag6): «Tutto quello che non ha fatto la politica del “Noi faremo!”» per applicarmi a un esercizio che spero sarà di qualche utilità. Si chiude un vero “annus horribilis” per la musica in Italia, che ha visto deteriorarsi in maniera spesso irreversibile lo stato della maggior parte dei teatri d’opera italiani, tanto che alla fine del 2013 ne contiamo solo tre che riescono ancora a guardare al futuro con ottimismo: la Scala di Milano (quella non la affonderà mai nessuno), il Teatro la Fenice di Venezia e il Teatro Regio di Torino.

Dovrei invero aggiungere altre due realtà, l’Arena di Verona e il Teatro Petruzzelli di Bari, ma il fatto è che si tratta di due situazioni molto particolari: la Fondazione Arena di Verona si finanzia infatti in larga parte grazie al carrozzone estivo, con ondate di pubblico a colpi da 15000 turisti a volta, mentre il Petruzzelli ha beneficiato di una – per la prima volta – VERA gestione commissariale che ha potuto rivoluzionare da cima a fondo il teatro: rifatta l’orchestra, rifatto il coro, ristrutturato il personale amministrativo e nominato un direttore musicale di poco costo e grande prospettiva. Il resto sono rovine, dal Teatro Carlo Felice di Genova, al Teatro Comunale di Bologna, dal Teatro Verdi di Trieste al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino, dal Teatro dell’Opera (che ha scoperchiato il pentolone dove bollono ben 26 milioni di Euro netti di debiti) al Teatro di San Carlo di Napoli (che sarà il prossimo a scoppiare, visto il fallimento del subdolo piano di salvataggio che aveva fatto inserire nel decreto cosiddetto “salva Roma” anche un contributo straordinario per il teatro d’opera napoletano). Per finire con il Teatro Lirico di Cagliari (di fatto fallito da tempo, al centro di paradossali cronache giudiziarie che hanno visto la rimozione della Sovrintendente  Crivellenti, nominata illegalmente dal Sindaco Zedda) e il Massimo di Palermo, attualmente in gestione commissariale e sparito dalle cronache, forse per un atto di misericordiosa pietà che però non cancellerà i debiti elevatissimi che ne impiombano il futuro. Uno stato di desolazione che ha fatto titolare di recente al Newsweek : The End of Italian Opera. Prima di passare al buono, sono doverose un paio di riflessioni sulle ultime vicende davvero paradossali, a cominciare quella che ha visto protagonista il Teatro dell’Opera di Roma. Poco prima dell’inaugurazione della sua stagione e grazie all’acuta penna di Valerio Cappelli del Corriere della Sera -pag 45 del 14/11/2013- (coraggioso giornalista d’inchiesta nel  mondo della musica italiana, al quale va tutta la mia ammirazione e il mio sostegno) articolo di cui il blog ha riportato un’ampia sintesi, scoppia il caso del “vero” bilancio del vecchio Costanzi, che contrariamente alle deliranti esternazioni di Bruno Vespa – che ha dimostrato di essere “uomo ad uso di regime” – presenta un “vero” buco da 26 milioni di Euro: dopo polemiche inutili quanto ridicole la somma è stata confermata dalla sconsolata seduta del nuovo Consiglio di Amministrazione presieduto da Carlo Fuortes, nuovo Sovrintendente, di cui sette milioni e mezzo accumulati solo nell’ultimo anno della disastrosa gestione di Catello De Martino. Altro che “bilancio in pareggio e teatro risanato”, caro Bruno Vespa! Ma allora, com’è possibile che un Consiglio di Amministrazione riesca a nascondere nelle pieghe di un bilancio pure addomesticato un debito di queste dimensioni? E che cosa ci sta a fare il Collegio dei Revisori dei Conti? Mi viene il dubbio che avesse proprio ragione quel galantuomo di Luigi Giampaolino che all’atto di lasciare la Presidenza della Corte Conti richiamava al concetto della “sacralità” del denaro pubblico e tuonava contro la tendenza alla proliferazione di Fondazioni e Società di diritto privato aventi come unico scopo quello di sottrarne la gestione finanziaria al rigido (e sacrosanto) controllo della Corte dei Conti! Perché, per parlar chiaro, da dove arriverà il denaro con il quale si ripianeranno, forse e comunque solo parzialmente, le casse dei teatri se non dalle riserve dello stato, sempre più miseramente rimpinguare dalle tasse pagate dagli italiani? Ed ecco apparire, al posto della Corte dei Conti, i controlli effettuati da società (private e solitamente parte di grandi gruppi internazionali) di revisione, che hanno tutto l’interesse a sostenere la validità di bilanci approntati da Consigli di Amministrazione che, poi, ne confermeranno il mandato (ovviamente oneroso).

Prima di questo fattaccio un altro accadimento merita una riflessione, la promulgazione della legge VALORE CULTURA: finalmente una vera riforma del settore che costringerà i teatri italiani a operazioni di reale ristrutturazione della propria pianta organica e ad affrontare l’annoso problema di una situazione debitoria cronicizzata e ormai insostenibile. Con una sola controindicazione: la somma messa a disposizione del fondo cosiddetto “salva teatri” che conta 75 milioni di Euro rischia di essere un pannicello caldo che poco può fare per risolvere la situazione complessiva d’indebitamento del sistema che – come ha dichiarato il nostro Direttore Generale Salvo Nastasi al NEWSWEEK – ammonta ad almeno 300 milioni di Euro, e speriamo che in realtà non siano molti di più. Fatto salvo quanto sopra, resta il fatto chiave: i teatri che vogliano accedere al fondo (unica speranza per loro di avere un po’ di ossigeno per le casse ormai esauste) devono presentare un progetto di sostenibilità dei conti, realizzabile solo grazie alla messa in mobilità del personale in eccesso (in alcuni casi, molto) e all’azzeramento dei famosi “contratti integrativi”, spesso responsabili di impennate ingiustificate del costo del personale (emblematico il caso del Teatro dell’Opera di Roma, ove l’integrativo vale oltre il 35% dello stipendio dei lavoratori). E poi veri criteri di produttività che possano permettere una semplice analisi della redditività dell’investimento dei cittadini: parametri semplici, come il numero di recite d’opera e concerti in rapporto al personale impiegato, l’importo degli incassi di biglietteria in rapporto al contributo versato dallo Stato. E ancora la deducibilità delle erogazioni liberali fino all’importo massimo di 10’000 Euro. Insomma, molto di buono in questa legge!

L’ultimo segnale d’allarme ci viene dal Comune di Torino, dichiaratamente uno dei più indebitati d’Italia (anche se per ottime ragioni), che proprio allo scoccare del nuovo anno ha annunciato di non avere la liquidità sufficiente in cassa per pagare i suoi debiti con le Istituzioni culturali della città, in primis con il Teatro Regio. Così il Sindaco Fassino dalla prima linea dichiara che quest’anno salderà i contributi dovuti parte (piccola) in cash e parte (grande) attraverso l’attribuzione di beni immobili. Una pratica già seguita in passato dal medesimo Comune di Torino ma anche da altre città (una tra tutte Palermo): con una controindicazione evidente, ovvero che questi beni immobili – spesso caserme in disarmo o ex scuole private dell’abitabilità – non sono in grado di produrre reddito e, pertanto dopo aver compiuto la funzione immediata di accrescere il patrimonio (a fronte dei debiti), finiscono spesso per rivelarsi a lungo termine un peso per i bilanci delle Fondazioni Lirico-Sinfoniche!

E ora, fatta l’analisi del passato, avanti con alcune modeste proposte per il Nuovo Anno. Qualche segnale positivo all’orizzonte si vede: in particolare l’immissione nel “sistema” di persone serie e valide, in primis Carlo Fuortes, che dopo aver dato un significativo colpo di ramazza al Teatro Petruzzelli di Bari, si appresta ora a rigovernare le stanze (temiamo piene di monnezza) del Teatro dell’Opera di Roma. Con la benedizione del sommo Maestro Muti che, di tutta evidenza, si è guardato bene dal sostenere l’ex Sovrintendente Catello De Martino e dal commentare la spavalda lettera di Bruno Vespa, della quale ha dato ampio conto Luigi Boschi in questo blog. A lui auguriamo di tutto cuore buon lavoro e molto coraggio. Poi Alberto Triola, che aveva già dato ottima prova di sé nell’ultima stagione positiva che il Carlo Felice di Genova ricordi, prima di essere “silurato” da quell’inquietante personaggio che è il Maestro Daniel Oren. E ora è stato chiamato nella squadra di comando del Maggio Musicale Fiorentino oltre che alle redini del piccolo ma glorioso Festival della Valle d’Itria. Ingegnere di formazione, vero appassionato di opera – oltre che competente – gli vogliamo anche rendere qui il merito di una importante operazione culturale: quella di aver riportato alla luce la storica figura di Giulio Gatti Casazza (Sovrintendente della Scala e del Metropolitan di New York in anni gloriosi quanto arditi per la storia del teatro musicale), uno di quegli italiani di cui il Paese deve andare fiero e che le nuove generazioni di gestori di teatro dovrebbero prendere ad esempio. E Dio solo sa quanto il nostro sventurato settore abbia bisogno di figure esemplari!

Andiamo allora avanti su questa strada: che immetta in Ministro – il primo ad aver dimostrato vere doti di leadership nel suo ministero – persone per bene e capaci nel circuito, e vedrete che quasi per miracolo il sistema ricomincerà a girare per il verso giusto. E di uomini e donne capaci e credibili che sarebbero felici di mettersi a disposizione per rilanciare il settore ce ne sono, credete a me! E la faccia finalmente finita con il nostro Grosso Grasso Direttore Generale, che di danni ne ha fatti abbastanza in questi lunghi e disastrosi otto anni in cui ha regnato incontrastato sul Dipartimento dello Spettacolo dal Vivo. Che continui il Ministro a incoraggiare il Teatri affinché direttori d’orchestra italiani di carriera internazionale accettino di prendersi la responsabilità di rilanciare i teatri d’opera italiani: sull’esempio dell’eccellente lavoro di Gianandrea  Noseda al Teatro Regio di Torino, abbiamo ora Nicola Luisotti al Teatro di san Carlo di Napoli, Daniele Rustioni al Teatro Petruzzelli di Bari, Fabio Luisi – pur se a intermittenza – al Teatro Carlo Felice di Genova, tra poco avremo Riccardo Chailly alla Scala. Si abbandoni il sistema a “stagione” puro e seguano tutti l’esempio lanciato per primo da Gianandrea Noseda a Torino e seguito a ruota, con risultati davvero impressionanti, dalla Fenice di Venezia per abbracciare un sistema misto di “stagione” e “repertorio”: se il Teatro Regio di Torino è in grado di presentare oltre 100 tra recite e concerti a stagione e la Fenice addirittura 140, allora significa che rendere produttivi i teatri d’opera italiani non è un sogno impossibile! Insomma, diamoci tutti da fare e smettiamola di lamentarci e di pensare che il mondo della musica in Italia sia destinato a un implacabile quanto ineluttabile declino; se c’è qualche cosa che non va, impariamo a dirlo, a gridarlo se necessario, e smettiamo invece di tacere nella speranza che prima o poi una briciola dalla tavola cadrà anche per noi; iniziamo ad aprire le finestre e cambiare un po’ d’aria, liberiamoci di tutti – ma davvero tutti – coloro che abbiano dimostrato di essere incapaci, siano essi di destra o di sinistra, amanti o parenti, affiliati o meno. I positivi effetti non tarderanno a manifestarsi! (02/01/2014)

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